La dichiarazione sulle migrazioni, adottata oggi dai ministri degli Esteri dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, segna un passo decisivo nel giro di vite sui migranti, consacrando l’approccio securitario ed esternalizzante già adottato dalla Commissione europea.

“Un passo importante per promuovere la sicurezza e i diritti fondamentali dei cittadini” ha commentato Magnus Brunner, Commissario europeo per gli Affari interni e la migrazione, riferendosi alla dichiarazione politica adottata quest’oggi da tutti i rappresentati a Chişinău, in Romania. La dichiarazione nasce da un’iniziativa promossa nel maggio 2025 da Italia e Danimarca, sostenuta poi da Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia.

Di fatto, la dichiarazione ricalca il modello di politica migratoria che l’Unione europea promuove con il Nuovo Patto Migrazione e Asilo: più controlli alle frontiere, permessi per la realizzazione di hotspot in Paesi terzi – come quelli in Albania – e politiche più tolleranti verso i rimpatri.

Nel paragrafo sulle “questioni specifiche relative alla migrazione” si afferma che “è un obbligo e una necessità per gli Stati parte proteggere i propri confini nel rispetto delle garanzie della Convenzione (europea dei diritti dell’uomo), il che può comportare l’adozione di misure alle frontiere volte a consentire l’accesso al proprio territorio nazionale solo alle persone che soddisfano i requisiti di legge pertinenti”. Non si fa menzione di quali siano queste misure alle frontiere che possano essere accettabili ai sensi della Convenzione, bensì si limita a chiarire che la tortura è vietata, anche se i “livelli minimi di maltrattamento” devono essere valutati caso per caso, aprendo la strada a possibili tolleranze verso situazioni di micro-violenza.

L’approccio securitario della dichiarazione è evidente fin dalle prime righe dove la mancata gestione delle “sfide significative e complesse legate alla migrazione” rischierebbero di “minare la fiducia dell’opinione pubblica nel sistema della Convenzione (europea dei diritti dell’uomo)”. Inoltre, in più passaggi si parla di “arrivi di massa”, un’espressione che stride con i dati a disposizione. Nel 2025, infatti, gli sbarchi sulle coste italiane sono stati 66.296, in linea con i 66.617 del 2024 e in netto calo rispetto ai 157.651 del 2023. Sull’intera Unione europea, secondo Frontex, gli attraversamenti irregolari nel 2024 si sono attestati a circa 239.000, il 38% in meno rispetto all’anno precedente.

Problematica è anche una delle premesse centrali del testo, secondo cui una riduzione delle traversate marittime irregolari “può comportare una diminuzione delle perdite di vite umane in mare”. Le organizzazioni umanitarie osservano che la maggior parte delle persone provenienti dall’Africa subsahariana non attraversa il Mediterraneo: resta bloccata nei Paesi di transito nordafricani, in condizioni spesso di detenzione e violenza che non rientrano nelle statistiche europee.

Secondo quanto riportato da un’inchiesta di Lighthouse report condotta in collaborazione con Washington Post, Enass, Der Spiegel, El País, IrpiMedia, ARD, Inkyfada e Le Monde, l’Unione europea sostiene, finanzia e partecipa direttamente a operazioni segrete nei Paesi del Nord Africa per abbandonare ogni anno decine di migliaia di persone africane nel deserto o in zone remote, al fine di impedire loro di raggiungere l’UE.

Nell’inchiesta si legge: un consulente che ha lavorato a progetti finanziati dal Fondo fiduciario dell’UE – nell’ambito del quale l’Unione europea ha stanziato negli ultimi anni oltre 400 milioni di euro a favore di Tunisia, Mauritania e Marocco per la gestione della migrazione – ha commentato così gli obiettivi del fondo: “Bisogna rendere difficile la vita dei migranti. Complicargliela. Se lasci un migrante della Guinea nel Sahara [in Marocco] due volte, la terza volta ti chiederà di riportarlo a casa di sua spontanea volontà”.

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