Vladimir Putin continua a presentare l’immagine di una Russia stabile e compatta attorno alla guerra in Ucraina. Ma dietro la narrativa ufficiale iniziano ad emergere segnali di tensione all’interno dell’apparato di potere costruito dal Cremlino. Un’analisi pubblicata dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung evidenzia come il quinto anno del conflitto stia alimentando malcontento e attriti tra settori dell’élite politica, economica e di sicurezza che finora avevano sostenuto senza particolari frizioni la linea del presidente russo.
Per anni il sistema putiniano si è fondato su un equilibrio relativamente semplice: stabilità politica in cambio di prosperità per le élite e controllo rigoroso dello spazio pubblico. Tuttavia, il peso della guerra e delle sue conseguenze economiche sembra iniziare a mettere sotto stress questo meccanismo.
Secondo Alexander Baunov del Carnegie Russia Eurasia Center, citato dal Süddeutsche Zeitung, l’intero apparato statale russo – dal governo ai media, passando per i servizi di sicurezza e la Chiesa – starebbe cercando di gestire gli effetti della decisione presa da Putin nel 2022 di avviare l’invasione su larga scala dell’Ucraina, ma con difficoltà sempre più evidenti.
L’analista del Cremlino Tatiana Stanovaya ha parlato per la prima volta di un’élite russa “sull’orlo di una scissione interna”, mentre l’esperto britannico Mark Galeotti ha sostenuto che la pressione sul presidente arriverebbe anche da ambienti “inaspettatamente vicini” al potere.
La guerra pesa su economia e consenso
Uno dei principali elementi di frizione riguarda l’impatto della guerra sull’economia russa.
La crescente militarizzazione della spesa pubblica ha progressivamente assorbito risorse destinate all’economia civile, mentre inflazione elevata e alti tassi d’interesse stanno generando tensioni tra il governo e la Banca centrale. Lo stesso Putin, ad aprile, ha affrontato in modo insolitamente diretto il rallentamento dell’economia, lamentando due mesi consecutivi di minore crescita economica e chiedendo chiarimenti ai funzionari governativi.
Anche all’interno dell’apparato politico iniziano ad emergere segnali di preoccupazione. Un deputato della Duma avrebbe ammesso che l’economia russa potrebbe non riuscire a sostenere a lungo l’attuale livello di sforzo bellico, osservando come l’“operazione militare speciale” si stia ormai protraendo più a lungo della Seconda guerra mondiale per l’Unione Sovietica.
Parallelamente, cresce l’insoddisfazione anche tra alcuni sostenitori della guerra. Blogger militari, nazionalisti e ambienti tradizionalmente vicini al Cremlino criticano apertamente la situazione sul fronte, giudicata insufficiente rispetto agli obiettivi iniziali.
L’FSB aumenta il proprio peso
Un’altra linea di frattura riguarda il crescente potere dei servizi di sicurezza interni.
Secondo l’analisi del Süddeutsche Zeitung, i blocchi sempre più frequenti di Internet e delle piattaforme digitali hanno generato un malcontento trasversale: blogger militari, governatori regionali, imprenditori e persino funzionari vicini al Cremlino avrebbero espresso critiche verso queste misure.
L’FSB, tuttavia, avrebbe continuato a rafforzare il controllo sulle comunicazioni digitali, arrivando in alcuni casi a interrompere completamente Internet mobile. Una scelta che rischia di creare problemi anche al funzionamento dell’apparato statale stesso, considerata la centralità di piattaforme come Telegram per comunicazioni istituzionali, propaganda e gestione amministrativa locale.
Il problema riguarda anche figure centrali del sistema Putin come Sergej Kirijenko, vicecapo dell’amministrazione presidenziale e responsabile della gestione politica interna, che dipende fortemente dagli strumenti digitali per monitorare l’opinione pubblica e organizzare processi politici come le elezioni.
Segnali di tensione, non di collasso
I segnali emersi restano tuttavia lontani dal suggerire una crisi imminente del sistema russo.
L’apparato costruito da Putin continua a mantenere un controllo capillare sulle istituzioni, sui media e sugli strumenti repressivi. Più che modificare la propria strategia, osserva il Süddeutsche Zeitung, il Cremlino tende storicamente a trasferire la pressione verso il basso attraverso un rafforzamento dei meccanismi di controllo.
Per il momento, dunque, più che un cedimento del potere putiniano sembrano emergere crepe ancora difficili da misurare: tensioni percepibili all’interno del sistema, ma non ancora sufficienti a trasformarsi in una sfida concreta alla sua stabilità.

