Per imprimere una svolta alla politica industriale dell’Unione, il vicepresidente della Commissione europea Stéphane Séjourné ha recentemente rilanciato la strategia “Made in Europe”, pensata per rafforzare la produzione interna e proteggere i settori strategici dalla concorrenza globale. Il dossier si sta però rivelando uno dei più divisivi del nuovo ciclo politico europeo.
Negli ultimi giorni Séjourné è uscito allo scoperto, invocando una politica industriale “ambiziosa, efficace e pragmatica” in un editoriale pubblicato su diversi quotidiani nazionali e firmato da 1.145 imprese, tra cui gruppi di primo piano come ThyssenKrupp, Solvay e Fincantieri. In linea con riflessioni espresse anche dall’ex premier italiano Mario Draghi nel suo recente intervento all’Università di Lovanio, il commissario ha sostenuto che l’Unione europea abbia bisogno di una svolta strutturale nell’attuazione delle proprie politiche, avvertendo che in caso contrario la sua economia rischia di “diventare un semplice terreno di gioco per i concorrenti”.
Per rispondere a questa urgenza, Séjourné ha proposto l’introduzione di una “preferenza europea” nei settori più strategici, soprattutto quando entrano in gioco fondi pubblici. “Ogni volta che si utilizza denaro pubblico europeo, questo deve contribuire alla produzione europea e a posti di lavoro di qualità”, si legge nel testo dell’appello.
L’iniziativa arriva mentre la Commissione si prepara a presentare l’Industry Accelerator Act (IAA), atteso per il 25 febbraio dopo una serie di rinvii. Il pacchetto legislativo dovrebbe puntare ad accelerare gli investimenti industriali e rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione europea, anche attraverso criteri che privilegino i prodotti fabbricati in Europa negli appalti pubblici, negli aiuti di Stato e in altre forme di sostegno finanziario. Secondo Séjourné, l’obbligo di produrre una parte sostanziale dell’output sul territorio europeo dovrebbe estendersi anche agli investimenti diretti esteri.
Sul piano politico, le reazioni tra gli Stati membri restano contrastanti. Alcuni Paesi, a partire dalla Francia – dove Séjourné è stato ministro degli Esteri prima di entrare in Commissione – si sono espressi a favore della strategia. Altri, come Svezia e Repubblica Ceca, hanno invece messo in guardia dai rischi di un’impostazione eccessivamente protezionistica, temendo un effetto boomerang su investimenti, prezzi e competitività globale.
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Divisioni analoghe emergono anche nel mondo industriale. “Ford sostiene il rafforzamento della base industriale europea, ma le regole devono restare aperte a partner affidabili come Regno Unito e Turchia”, ha dichiarato a Reuters Jim Baumbick, presidente di Ford Europe, che come altri grandi costruttori automobilistici non ha sottoscritto l’appello. Una linea condivisa anche da Bosch, il cui amministratore delegato Stefan Hartung ha invitato a concentrarsi innanzitutto sulla creazione di condizioni di concorrenza eque.
All’interno della Commissione europea, per ora, non si registrano prese di posizione politiche formali. Tuttavia, dalle direzioni generali (DG) responsabili dei diversi portafogli potrebbero emergere letture divergenti.
Si immagina infatti che la DG Mercato interno e Industria (GROW) e la DG Industria della difesa e dello spazio (DEFIS) vedrebbero nel “Made in Europe” uno strumento di sovranità economica e una leva per ricostruire rapidamente capacità produttive europee. Al contrario, la DG Concorrenza (COMP) e la DG Commercio (TRADE) potrebbero intervenire temendo che la strategia vada a frammentare le catene di valore e a tradursi in un aumento dei costi per gli Stati e i consumatori.

