La settimana lavorativa di quattro giorni non è più soltanto un’ipotesi sul futuro. Il dibattito entra ora in una nuova fase anche a livello europeo. Dal primo ottobre prendono infatti il via Four4ALL e OPTIME, due progetti finanziati dall’Unione europea nell’ambito di Horizon Europe, entrambi con un contributo di circa 3,4 milioni di euro e una durata prevista di tre anni. Four4ALL analizzerà la fattibilità, gli effetti e gli ostacoli alla riduzione dell’orario di lavoro in diversi contesti europei, con particolare attenzione a benessere, inclusione, produttività e competitività. OPTIME studierà invece diversi modelli di riduzione dell’orario in otto Paesi europei, concentrandosi anche sugli effetti per donne, caregiver, lavoratori anziani, migranti e persone neurodivergenti.

I due progetti europei si inseriscono in un panorama in cui le sperimentazioni sulla riduzione dell’orario stanno coinvolgendo un numero crescente di aziende e lavoratori. Ma perché questa nuova organizzazione del lavoro fa così tanto discutere?

Nell’ultimo anno diversi Paesi europei hanno avviato o proseguito sperimentazioni di riduzione dell’orario a parità di retribuzione, mentre Eurofound ha analizzato effetti, condizioni e limiti delle esperienze realizzate nell’Unione europea. Dal primo gennaio 2026 anche la Polonia sta mettendo alla prova un nuovo modo di concepire il lavoro: 78 datori di lavoro stanno sperimentando diverse modalità di riduzione dell’orario, coinvolgendo quasi cinquemila lavoratori.

Ma la questione non riguarda soltanto la possibilità di avere un giorno libero in più. Al centro del dibattito c’è una domanda più complessa: è possibile lavorare meno mantenendo lo stesso livello di produttività e, allo stesso tempo, migliorando il benessere dei lavoratori?

La situazione europea 

In un’epoca in cui automazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale stanno trasformando mansioni e organizzazione del lavoro, ci si chiede se una parte del tempo lavorato possa essere ridotta o redistribuita senza una corrispondente riduzione della retribuzione.

È interessante però notare come l’Europa, su questo tema, sia tutt’altro che uniforme. Non solo per le diverse condizioni sociali e lavorative dei singoli Paesi, ma anche per le forti differenze nel numero di ore effettivamente lavorate, soprattutto tra le diverse aree del continente.

Stando ai dati Eurostat del 2025, nell’Unione europea le persone occupate tra i 20 e i 64 anni hanno lavorato in media 35,9 ore effettive a settimana nel loro impiego principale. In Grecia la media arriva a 39,6 ore, mentre nei Paesi Bassi si ferma a 31,9. Una differenza che rende evidente quanto sia difficile immaginare un unico modello europeo di settimana lavorativa ridotta.

A giugno 2026 Eurofound, l’agenzia dell’Ue che studia le condizioni di vita e di lavoro, ha pubblicato diverse analisi sulla riduzione e sulla redistribuzione dell’orario. Le evidenze raccolte indicano che, in determinate condizioni, una riduzione dei tempi di lavoro può associarsi a un miglioramento del benessere e può mantenere o aumentare la produttività, ma gli effetti dipendono dal modello adottato, dal settore e dall’organizzazione del lavoro. Le simulazioni di Eurofound indicano inoltre possibili benefici in termini di partecipazione al mercato del lavoro e inclusione, in particolare per alcune fasce a basso reddito e per le donne.

Non mancano però dubbi e difficoltà. La stessa Eurofound evidenzia come una riduzione dell’orario non possa essere applicata allo stesso modo a tutti i settori. In attività che richiedono una presenza continuativa o una copertura estesa, come ristorazione, commercio e alcuni servizi, una riduzione dell’orario può richiedere nuove assunzioni o una diversa organizzazione dei turni, con possibili ricadute sui costi.

A questo si aggiungono le perplessità espresse da associazioni datoriali e governi, che temono possibili conseguenze sulla produttività e un aumento dei costi. Per questo, in diversi casi, la proposta è quella di lasciare alle singole aziende la possibilità di scegliere se adottare o meno il modello, invece di renderlo obbligatorio per legge.

Diversi Paesi, già negli scorsi anni, hanno cercato di mettere alla prova questo sistema. Tra questi c’è il Portogallo, che nel 2023, attraverso un progetto pilota sostenuto dal governo, ha coinvolto 41 aziende e più di mille lavoratori. Il modello non prevedeva un numero di ore prestabilito, come le 32 ore settimanali, ma lasciava alle aziende la possibilità di organizzare autonomamente la riduzione dell’orario in base alle proprie esigenze.

I risultati hanno mostrato un’elevata soddisfazione: il 95% delle aziende partecipanti ha valutato positivamente l’esperimento e, in media, l’orario settimanale è stato ridotto del 13,7%, da 39,3 a 34 ore. Il tema è tornato al centro del dibattito proprio in Portogallo il 24 e 25 settembre 2026, quando l’Università di Porto ha ospitato la prima International Conference on Working Time Reduction, dedicata alla settimana di quattro giorni, alla riduzione dell’orario giornaliero e all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’organizzazione del lavoro.

Il caso italiano

Per quanto riguarda l’Italia, invece, non è stato adottato un modello nazionale di questo tipo. Diverse aziende hanno però iniziato a sperimentare autonomamente nuove forme di organizzazione dell’orario.

Tra queste, particolare rilevanza ha l’esperienza di Intesa Sanpaolo che, dal 2023, consente su base volontaria a una parte del personale di adottare la settimana corta di quattro giorni da nove ore, per un totale di 36 ore settimanali invece delle precedenti 37,5, a parità di retribuzione e compatibilmente con le esigenze tecnico-organizzative della banca. Nei primi mesi di applicazione circa 17 mila persone avevano scelto la settimana corta, pari al 60% del personale full time delle strutture interessate secondo i dati diffusi dall’istituto al 30 aprile 2023.

Dal 2026 Intesa ha inoltre introdotto, in via sperimentale, nuove misure per la genitorialità: dopo il primo anno di vita del figlio e fino ai tre anni, il genitore può accedere a permessi retribuiti fino a 12 ore settimanali oppure, in alternativa, a una settimana lavorativa di quattro giorni con un orario fino a sette ore e mezza al giorno, mantenendo invariata la retribuzione.

La settimana lavorativa di quattro giorni, dunque, non sembra più essere soltanto una discussione sul futuro. È diventata un laboratorio nel quale aziende e governi stanno cercando di capire se sia possibile ridurre il tempo trascorso al lavoro senza ridurre ciò che dal lavoro viene prodotto.

Il vero nodo, però, rimane aperto: quanto può cambiare il modo in cui lavoriamo prima che cambino anche le nostre aspettative sul lavoro?

[articolo a cura di Mattia Falessi]

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