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Il discorso di Mario Draghi ieri a Washington potrebbe passare per uno dei suoi consueti (peraltro pochi e misurati) sfoghi a voce alta, come ne ha avuti negli ultimi mesi, a cadenza regolare. Presenta invece alcune interessanti novità che ci pare opportuno sottolineare.
I temi consueti concernono la necessità, per l’Europa, di dotarsi di strumenti di policy (non solo di politica economica) adeguati a diventare un attore globale, capace di non rimanere a guardare i cambiamenti epocali in corso ma provare a partecipare alla competizione internazionale, che richiede capacita di agire in vari settori: dalle transizioni ecologica e digitale, all’industria della difesa, la cybersecurity, quindi l’innovazione e la ricerca e in generale tutti quei beni che oggi non è possibile considerare privati, a causa degli enormi investimenti iniziali e che richiedono una scala di produzione ben oltre le barriere amministrative delle vecchie potenze nazionali europee, Francia e Germania incluse.
E che per realizzare questi obiettivi, data una condizione di partenza asimmetrica e in alcuni casi debole delle finanze pubbliche nazionali, è necessario uno sforzo collettivo per un debito europeo, a valere su un bilancio federale. Mentre ancora oggi il bilancio della UE, che va per la maggior parte nel sostegno ai redditi agricoli ed alla politica regionale, ancora oggi è fermo a poco più dell’1%.
La vera novità (apparente) è l’aver messo l’accento sulla necessità di una sinergia fra le politiche monetarie e fiscali. Sottolineando che “indipendenza non significa separazione”. Una rivoluzione paradigmatica dopo i decenni di obnubilamento neoliberista sulla separazione rigorosa quanto fittizia fra politica monetaria e politica fiscale. È finita l’era di Hayek, ispiratore intellettuale della stagione delle agenzie tecnocratiche (Banche Centrali vincolate unicamente all’inflation targeting) staccate dai luoghi della legittimità democratica (le autorità di bilancio, in sostanza i Parlamenti). Che poi, alla prova dei fatti, si sono guardate bene dal rimanere ancorate a questa missione rigida, soprattutto la Fed.
D’altronde, negli anni passati abbiamo visto anche la BCE agire da stimolo alla domanda, in attesa che la politica fiscale si affrancasse dalle logiche del consolidamento fiscale su base nazionale per abbracciare una direzione espansiva a livello sovranazionale. Lo aveva fatto lo stesso Draghi con la duplice mossa del quantitative easing (prima solo annunciato, poi portato avanti col capital key) e dei due documenti dei Quattro Presidenti (del 2012) e dei Cinque Presidenti del 2015 (di cui Draghi scrisse la parte sull’unione politica) che invitavano i governi a procedere spediti verso l’unione bancaria, fiscale, economica e, appunto, politica.
E poi Lagarde con il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), che aveva eliminato il capital key (acquisto di titoli di Stato in proporzione al capitale di ciascun paese nella Bce), e infine con il TPI (Transmission Protection Instrument) che consente di acquistare in modo asimmetrico i titoli sovrani dei paesi a rischio di divergenza non giudicata dipendente dai fondamentali macroeconomici, che di fatto allunga la vita del PEPP.
Insomma, l’Unione Europea deve rafforzare il livello sovranazionale della sovranità economica e politica europea, se intende sopravvivere alle sfide globali dei prossimi decenni. Mai nessuno, a quel livello, era riuscito a dirlo con la stessa chiarezza con la quale si è espresso Draghi.

