La Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto giovedì l’impugnazione presentata da Google e dalla società madre Alphabet contro la sentenza del Tribunale dell’Ue sul caso Android, rendendo definitiva la sanzione per abuso di posizione dominante inflitta al motore di ricerca Google Search. La decisione, relativa alla causa C-738/22 P, chiude una vicenda giudiziaria aperta nel 2018 e conferma un’ammenda complessiva pari a 4.125.000.000 di euro, di cui 1.520.605.895 euro posti in solido a carico di Alphabet.

Nella decisione del 2018 la Commissione europea aveva concluso che Google avesse abusato della propria posizione dominante imponendo, tramite accordi di preinstallazione e condizioni di licenza su alcune applicazioni, la precedenza di Google Search e del browser Chrome sui dispositivi con sistema operativo Android, anch’esso sviluppato da Google. L’ammenda originaria era stata fissata in 4.342.865.000 euro.

Il Tribunale dell’UE, investito del ricorso in primo grado, aveva confermato la qualificazione dei comportamenti come infrazione unica e continuata, ma aveva annullato la parte della decisione relativa agli accordi di ripartizione dei ricavi che subordinavano i pagamenti alla preinstallazione esclusiva di Google Search su un portafoglio predefinito di dispositivi. A seguito di quell’annullamento parziale, il Tribunale aveva rideterminato la sanzione riducendola a 4.125.000.000 di euro.

Le motivazioni della Corte

Nel confermare la sentenza di secondo grado, la Corte ha stabilito che il Tribunale non ha commesso errori di diritto nel valutare gli effetti anticoncorrenziali delle condizioni di preinstallazione previste dagli accordi Android. Secondo i giudici di Lussemburgo, il Tribunale poteva tenere conto dell’intero contesto economico rilevante, compresi gli accordi di ripartizione dei ricavi, senza dover procedere sistematicamente a un’analisi controfattuale per accertare la violazione del divieto di abuso di posizione dominante. La Corte ha inoltre confermato che il Tribunale poteva riconoscere l’esistenza di uno “status quo bias” a favore delle applicazioni preinstallate, dal momento che Google e Alphabet non avevano dimostrato che le preferenze degli utenti o la qualità dei loro servizi bastassero da sole a spiegare i comportamenti osservati sul mercato.

La Corte ha altresì chiarito che la dimostrazione di un abuso di posizione dominante non richiede in ogni caso la prova della capacità di escludere unicamente concorrenti altrettanto efficienti, e che, date le caratteristiche specifiche dei mercati digitali coinvolti, tali pratiche erano comunque idonee a restringere la concorrenza e a rafforzare le barriere all’ingresso.

Anche gli accordi antiframmentazione, che limitavano gli sbocchi commerciali delle versioni di Android non compatibili con gli standard Google, sono stati giudicati legittimamente sanzionati, senza che fosse necessaria un’analisi controfattuale vista la sufficiente dimostrazione degli effetti anticoncorrenziali. La Corte ha infine respinto le giustificazioni oggettive addotte da Google sugli accordi antiframmentazione e ha confermato che l’annullamento parziale relativo ad alcuni accordi di ripartizione dei ricavi non intacca la qualificazione di infrazione unica e continuata, poiché gli abusi rimanenti rientravano nella medesima strategia commerciale. Quanto alla determinazione dell’ammenda, la Corte ha ritenuto sufficiente la motivazione del Tribunale e ha giudicato rispettati i principi procedurali invocati da Google e Alphabet, compresi i diritti della difesa.

La Commissione accoglie la sentenza della Corte UE 

La Commissione europea ha accolto la sentenza della Corte di giustizia dell’UE. Nel briefing di mezzogiorno con la stampa a Palazzo Berlaymont a Bruxelles, il portavoce della Commissione per la Concorrenza Ricardo Cardoso ha sottolineato che l’esecutivo UE analizzerà nel dettaglio le 85 pagine della pronuncia prima di trarne conseguenze operative. L’elemento più rilevante, dal punto di vista dell’esecutivo europeo, riguarda il possibile contributo della sentenza al lavoro sulle future linee guida per l’applicazione dell’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la norma che vieta l’abuso di posizione dominante.

La Commissione ha inoltre respinto l’ipotesi che la propria cautela comunicativa sia legata alle tensioni politiche con Washington o al rischio di ritorsioni dell’amministrazione statunitense. Cardoso ha precisato che la posizione di Bruxelles è determinata “dalla sentenza stessa e dalla nostra reazione ad essa”, rivendicando quindi l’autonomia dell’enforcement antitrust europeo.

Il fronte europeo delle sanzioni

La sentenza della Corte di giustizia arriva mentre Google affronta un secondo procedimento in Europa legato alle sue pratiche di comparazione prezzi. Un tribunale svedese ha infatti condannato la società a versare un risarcimento di 1,7 miliardi di euro a PriceRunner, piattaforma di comparazione prezzi che aveva accusato Google di aver favorito il proprio strumento di confronto nei risultati di ricerca a scapito dei concorrenti. Google ha fatto sapere di stare valutando le opzioni legali contro quella decisione.

Il caso Android si aggiunge così a una serie di procedimenti antitrust che negli ultimi anni hanno coinvolto Google in Europa, inclusa la sanzione da 2,95 miliardi di euro comminata dalla Commissione nel settembre 2025 per violazioni delle regole sulla pubblicità online. La sentenza della Corte di giustizia è definitiva: contro le pronunce della Corte non è possibile presentare ulteriori impugnazioni, e Google e Alphabet sono ora tenute a versare l’importo confermato, già in parte accantonato nei bilanci del gruppo in previsione dell’esito del contenzioso.

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