Questa è la seconda lezione sul tema “Concetti e categorie per comprendere l’UE, il suo sviluppo e il suo funzionamento”, nel primo modulo di “EUPress”.

L’obiettivo di questa lezione, condotta da Pietro Sala, è quello di avviare una discussione sul realismo e l’integrazione europea.

Prima del federalismo o del neofunzionalismo, il realismo fu la prima grande teoria ad affrontare la questione dell’unità europea. Radicato nelle relazioni internazionali tradizionali, offriva una prospettiva potente ma in definitiva limitata: gli stati nazionali, spinti dalla volontà di preservare il potere, non avrebbero mai potuto condividere veramente la sovranità. Per i realisti, l’integrazione europea poteva essere solo cooperazione internazionale, non un progetto sovranazionale.

Quando l’unità europea emerse come idea politica dopo la Seconda Guerra Mondiale, i realisti videro il processo attraverso la lente degli stati sovrani. La legge ferrea: “chi ha il potere vuole mantenerlo”. Da questa prospettiva, l’integrazione senza la preservazione della piena sovranità nazionale era impossibile.

Consiglio d’Europa: un modello realistico

Il Congresso dell’Aia del 1948 riunì attivisti e leader per discutere dell’unità europea. Prevalse la linea realista, che portò alla creazione del Consiglio d’Europa nel 1949, una classica organizzazione intergovernativa senza trasferimento di sovranità. Il suo modello era di cooperazione, non di integrazione.

Ma quando fu proposta la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), basata sulla sovranità condivisa, la realtà delle cose iniziò a divergere dalla visione realista. La CECA rappresentava non solo cooperazione, ma una governance sovranazionale vincolante. Il suo successo segnò l’inizio di un percorso europeo diverso, che i realisti non riuscirono a spiegare completamente.

Il Regno Unito: incarnazione della posizione realista

Nessun Paese esemplifica meglio la logica realista del Regno Unito:

  • Membro fondatore del Consiglio d’Europa (1949)
  • Fortemente contrario alla CECA (1951), a causa della condivisione della sovranità
  • Sostenitore della cooperazione intergovernativa rispetto al sovranazionalismo

Questa posizione è perdurata nel tempo fino a raggiungere il culmine con la Brexit (2016) – un atto definitivo di rivendicazione della supremazia nazionale sull’integrazione europea.

Il ritorno del realismo e i suoi limiti

Il fallimento della Comunità europea di difesa nel 1954 ha brevemente riacceso le teorie realiste. L’Assemblea nazionale francese ha respinto il progetto per soli 14 voti, rafforzando l’idea che gli Stati non avrebbero messo in comune la sovranità militare. Negli anni ’70, il crollo del sistema di Bretton Woods e le conseguenti crisi economiche rafforzarono la tesi realista secondo cui l’integrazione era limitata dagli interessi nazionali.

Eppure il realismo sottovalutò la resilienza dell’UE. Persino durante gli “anni di crisi” degli anni ’70, l’Europa creò il Sistema monetario europeo (1979) e tenne le prime elezioni dirette al Parlamento europeo, aprendo la strada a una più profonda integrazione giuridica, economica e politica.

Perché il realismo è ancora importante

L’intuizione fondamentale del realismo rimane valida: ogni volta che l’integrazione tocca aree di sovranità nazionale – come la difesa, la tassazione o la riforma costituzionale – gli Stati nazionali mantengono un potere decisivo. Tuttavia, attraverso le crisi, l’Europa ha ripetutamente adottato soluzioni che vanno oltre quanto previsto dal realismo, spesso rafforzando il ruolo delle istituzioni sovranazionali.

In definitiva, il realismo ci ricorda che l’UE non è uno stato federale, ma mostra anche i suoi limiti nel cogliere un progetto politico che continua ad evolversi in qualcosa di più di una semplice cooperazione tra stati.

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