La ricerca di un successore di Christian Schmidt come alto rappresentante in Bosnia ed Erzegovina si sta trasformando sempre più in un confronto più ampio sul futuro dello stesso Ufficio dell’alto rappresentante (OHR) e sul ruolo che la comunità internazionale dovrebbe continuare ad avere nel Paese.
In vista della riunione del Consiglio per l’Attuazione della Pace (PIC) del 30 giugno, le consultazioni tra i principali attori occidentali hanno evidenziato divergenze non solo su chi dovrebbe sostituire Schmidt, dimessosi a maggio, ma anche sul fatto che il modello di supervisione internazionale creato dagli accordi di pace di Dayton del 1995 sia ancora adeguato agli obiettivi attuali.
Secondo quanto riportato dai media bosniaci, i colloqui stanno proseguendo ai massimi livelli politici, ma finora Stati Uniti e partner europei non sono riusciti a raggiungere il consenso necessario per una nuova nomina. Tre nomi sono attualmente al centro delle discussioni: l’ex diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi, candidato sostenuto da Washington e Roma; René Troccaz, candidato francese che secondo le indiscrezioni godrebbe del sostegno di diversi Stati membri dell’Unione europea; e l’ex ambasciatrice britannica Karen Pierce, sostenuta da Londra.
Lo stallo ha trasformato la riunione del PIC del 30 giugno nel più importante banco di prova finora sulla capacità dei partner occidentali di concordare il futuro della presenza internazionale in Bosnia ed Erzegovina. Ha inoltre rafforzato la percezione che il processo di successione non riguardi più soltanto la scelta di un nuovo Alto Rappresentante, ma anche una ridefinizione del ruolo stesso dell’istituzione.
Oltre una semplice battaglia per la successione
L’OHR è stato creato dopo gli accordi di pace di Dayton per supervisionare l’attuazione civile dell’intesa che pose fine alla guerra in Bosnia. Dal 1997 l’ufficio dispone dei cosiddetti “Poteri di Bonn”, che consentono all’Alto rappresentante di imporre leggi e rimuovere funzionari pubblici quando l’accordo di pace viene considerato minacciato. Tale autorità ha reso l’OHR una delle forme più singolari di supervisione politica internazionale ancora operative in Europa.
La questione ora è se la Bosnia necessiti ancora di una supervisione esterna così incisiva oppure se la responsabilità debba progressivamente passare alle istituzioni interne. Il dibattito esiste da anni, ma le dimissioni di Schmidt e il mancato accordo finora raggiunto sulla nomina di un successore gli hanno dato nuova urgenza.
La frustrazione degli Stati Uniti per l’attuale situazione di stallo è diventata sempre più esplicita. Dopo che il Comitato direttivo del PIC non è riuscito a nominare un nuovo alto rappresentante durante la riunione del 3-4 giugno a Sarajevo, l’ambasciata statunitense ha diffuso una dichiarazione fortemente critica, accusando i partner europei di indecisione e avvertendo che Washington potrebbe riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale architettura internazionale della Bosnia.
Quell’intervento ha rafforzato la percezione di una crescente divisione transatlantica sulla politica nei confronti della Bosnia. Gli Stati Uniti sembrano essere sempre più scettici sulla sostenibilità a lungo termine del quadro internazionale creato nel dopoguerra, mentre le capitali europee appaiono maggiormente orientate a preservare un mandato OHR forte come garanzia contro la paralisi istituzionale e la destabilizzazione politica.
Il dibattito sulla successione si svolge inoltre sullo sfondo delle tensioni legate alla stessa uscita di scena di Schmidt. Sebbene le dimissioni siano state ufficialmente motivate da ragioni personali, alcune ricostruzioni le hanno collegate a mesi di pressioni da parte di Washington e ai contrasti su importanti progetti infrastrutturali energetici, tra cui il gasdotto Southern Interconnection e gli sforzi più ampi per ridisegnare le rotte energetiche regionali e ridurre la dipendenza dalle forniture russe.
Dodik, le dispute sulla legittimità e il dilemma di Dayton
L’incertezza attorno all’OHR arriva in un momento particolarmente delicato per la Bosnia ed Erzegovina, dove le tensioni politiche restano elevate e i blocchi istituzionali persistono. Le autorità della Republika Srpska, guidate da Milorad Dodik, contestano da anni la legittimità dell’OHR e hanno in particolare respinto l’autorità di Christian Schmidt. Il fronte di Dodik sostiene costantemente che l’istituzione superi l’architettura costituzionale stabilita da Dayton e ha descritto gli interventi internazionali come politicamente motivati.
La disputa è stata aggravata dal fatto che Russia e Cina non hanno mai riconosciuto la nomina di Schmidt nel 2021, sostenendo che non avesse ricevuto l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I Paesi occidentali respingono questa interpretazione e sostengono che la nomina sia avvenuta secondo le procedure consolidate del Consiglio per l’Attuazione della Pace. Tuttavia, il disaccordo ha alimentato una battaglia sulla legittimità che la Republika Srpska ha utilizzato per indebolire l’autorità di Schmidt e, più in generale, il sistema di supervisione internazionale post-Dayton.
Il mandato di Schmidt è stato caratterizzato dall’uso attivo dei Poteri di Bonn per sbloccare le istituzioni, imporre decisioni e contrastare le ostruzioni provenienti dalla Republika Srpska. La sua partenza lascia quindi un vuoto politicamente rilevante ben oltre Sarajevo. Un ritardo prolungato nella nomina di un successore potrebbe rafforzare coloro che cercano di indebolire le istituzioni statali e accelerare le spinte centrifughe all’interno del Paese.
Il dibattito riguarda direttamente anche le ambizioni europee della Bosnia. Mentre l’Unione europea cerca di rilanciare il processo di allargamento nei Balcani occidentali, il caso bosniaco solleva una domanda scomoda: può un Paese avanzare credibilmente verso l’adesione all’Unione rimanendo sottoposto a una forte supervisione internazionale e con parti fondamentali della propria governance ancora modellate da un’autorità esterna?
Per i sostenitori dell’OHR, la risposta è sì, almeno finché le istituzioni bosniache rimarranno vulnerabili ai blocchi politici e alle pressioni secessioniste. I critici, invece, considerano questo sistema sempre più incompatibile con il principio di responsabilità democratica sovrana e con il percorso di integrazione europea.
Una decisione con conseguenze oltre Sarajevo
La riunione del PIC del 30 giugno riguarda dunque molto più della scelta del successore di Schmidt. È anche un test sulla capacità delle potenze occidentali di elaborare ancora una strategia comune per la Bosnia ed Erzegovina in un momento in cui il quadro di Dayton è sottoposto a pressioni crescenti, la Republika Srpska continua a sfidare le istituzioni statali e gli stessi attori internazionali appaiono divisi sul futuro del sistema che hanno costruito.
Chiunque emergerà alla fine come nuovo alto rappresentante erediterà non soltanto un ufficio contestato, ma anche un dilemma strategico al centro dell’ordine postbellico bosniaco: se il modello di governance internazionale creato dopo Dayton possa ancora funzionare come meccanismo di stabilizzazione oppure se sia diventato sempre più inadatto a un Paese che dovrebbe invece procedere verso l’integrazione europea.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

