DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell’autore/autrice.

Con la rapidità di una stella nella notte di San Lorenzo, il Commissario Gentiloni è apparso da dietro lo schermo del Festival dell’Economia di Marrakech per partecipare ad un panel con i Governatori delle Banche Centrali di Slovenia e Croazia, con alcune affermazioni interessanti, prima di abbandonare la scena subito prima che iniziassero le domande.

La prima è che l’Unione Europea – ma era difficile negarlo, visti i dati – presenta prospettive di “crescita deboli”. Nonostante una generale resilienza agli shock mostrata dall’economia globale, l’Europa fa ancora fatica a stare al passo con i competitors internazionali.

Il secondo punto è che tale debolezza dipende da una reazione non sufficientemente coesa alle sfide interne e globali. Occorre puntare allora sul vantaggio competitivo “derivante dall’essere stati i primi ad affrontare la transizione verde”, su cui l’UE ha investito 250 miliardi del Next Generation EU. Oltre che sul più grande ed efficiente mercato unico al mondo e lo sviluppo di una “politica industriale europea”.

Il terzo elemento è aver delineato la necessità di finanziare beni pubblici europei. E qui il dubbio sorge spontaneo: che succederà dopo il 2026, quando verrà a terminare il NGEU? Su questo punto Gentiloni: “abbiamo bisogno di una più forte politica fiscale comune”. Serve “un sostegno e risorse finanziarie comuni” per sostenere “beni comuni europei”, la cui “scala di produzione efficiente sia manifestamente continentale e non nazionale”. Naturalmente, si è guardato bene dall’accennare quali essi siano, rimandando ad una concezione apparentemente tecnica, come se individuare i beni pubblici europei fosse una questione che sfugge al controllo delle scelte politiche.

Sarebbe stato poi interessante approfondire un tema che ci pare cruciale: il dibattito sulla riforma del Patto di Stabilità e Crescita e in generale della governance economica europea, adesso in discussione (che dovrebbe portare ad una scelta entro fine 2023 per poter guidare l’economia europea dal 2024 in poi), riflette visioni e divisioni che miopicamente guardano al passato o c’è la consapevolezza di dover accompagnare l’economia europea verso nuove sfide interne e globali che richiedono un cambio radicale di paradigma di teoria e di politica economica? Come, per esempio, ripartire l’onere di bilancio (nazionale/sovranazionale) del finanziamento dei beni pubblici cruciali per garantire ai cittadini europei di evitare l’irrilevanza sul piano globale.

Non è dato saperlo. Gentiloni ha giustamente messo l’accento sul fatto che sia necessario oggi avere “un consenso politico e sociale”. Ma su quali proposte? Certo, Gentiloni è solo il Commissario Europeo all’economia; non si può chiedergli di anticipare l’architettura di politica economica europea, che obiettivamente dipende dagli accordi politici realizzati in seno al Consiglio (ossia dai compromessi che regolano le relazioni fra i governi europei).

E probabilmente sono argomenti troppo delicati per essere affrontati prima delle prossime elezioni europee. Intanto, il mondo intorno all’Europa scricchiola sotto i colpi dei missili. Mentre lo struzzo europeo, come di consueto, preferisce mettere la testa sottoterra.

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