Dopo oltre 50 giorni di blocchi continui, oggi la Bolivia si è svegliata con le strade libere, anche se ancora piene di pietre e detriti. Il ministro della Difesa, Ernesto Justiniano, ha parlato di una “vittoria del popolo” contro uno strumento di pressione che ha messo in ginocchio milioni di cittadini.

La svolta è arrivata dopo settimane di altissima tensione. L’ex presidente Evo Morales ha dichiarato la fine dei blocchi attraverso un video-messaggio, dalla regione selvaggia del Chapare, dove si trova rifugiato. Morales, che è attualmente latitante per evitare l’esecuzione di un mandato di arresto per presunto traffico di una minorenne, ha annunciato una “tregua temporanea” d’intesa con i coltivatori di coca del Trópico de Cochabamba.

La dichiarazione via video conferma nei fatti il ruolo centrale dell’ex capo di Stato, accusato dal governo di aver orchestrato e contribuito direttamente ai blocchi per fini politici, sfruttando la sua roccaforte a Cochabamba. La tregua è giunta a pochi giorni dal drastico provvedimento del presidente di centro-destra Rodrigo Paz, che aveva decretato lo stato di eccezione nazionale, schierando le forze armate per riaprire i corridoi commerciali ed evitare quello che molti osservatori iniziavano a definire uno scenario da guerra civile.

A far scoppiare le rivolte, iniziate il primo maggio, è stata la contestazione contro il presidente Paz, accusato di non aver risolto la crisi economica e di aver legato il Paese a doppio filo con gli Stati Uniti tramite l’adesione allo “Scudo delle Americhe”. Le proteste, nate originariamente contro la “ley de tierras”, poi abrogata, hanno intercettato il malcontento per i salari bassi di maestri e operai e per le misure di liberalizzazione che hanno aumentato il costo della vita a scapito delle comunità indigene e andine più fragili.

Un Paese allo stremo

I 50 giorni di assedio stradale hanno esasperato una situazione di crisi in cui versava già il Paese, descritta come la peggiore degli ultimi quarant’anni. I blocchi stradali hanno interrotto l’approvvigionamento di beni essenziali verso La Paz ed El Alto, causando una drammatica carenza di cibo, carburante e ossigeno medico negli ospedali.

Dall’inizio delle proteste Argentina, Cile, Perù, Brasile, Paraguay e Stati Uniti hanno attivato dei canali aerei umanitari per portare cibo e medicine alla popolazione stremata.

La Bolivia è al collasso e sull’orlo della guerra civile

La paralisi dei trasporti ha inferto un colpo durissimo alle finanze boliviane, con proiezioni di decrescita economica pesanti per il prossimo futuro. Secondo la Camera Nazionale degli Esportatori della Bolivia (Caneb), l’export privato ha registrato un aumento delle perdite del 36% in questo mese e mezzo, quantificabile in circa 978 milioni di dollari complessivi.

Il settore dei trasporti pesanti ha visto il 95% dei propri mezzi bloccati per settimane. Il dipartimento di Santa Cruz, cuore produttivo della nazione, è risultato il più colpito, accumulando da solo perdite per oltre 385 milioni di dollari, pari a circa il 40% del danno totale nazionale.

Bolivia: il più grande bacino al mondo di litio

La stabilizzazione della Bolivia è osservata con estrema attenzione da Bruxelles e non solo. Il Paese andino rappresenta, infatti, un bacino strategico per l’approvvigionamento di materie prime critiche necessarie per la transizione energetica e digitale.

“L’interesse dell’Unione europea a rafforzare le proprie relazioni commerciali e di investimento con l’America Latina rimane molto forte, in particolare con i Paesi che hanno un ruolo strategico in settori come le materie prime critiche e la transizione energetica” ha ricordato Cristina Guarda (Verdi), Vicepresidente della delegazione del Parlamento europeo con i Paesi della comunità andina, in un’intervista a Focus Europe.

Sebbene la Bolivia abbia ufficializzato il suo ingresso nel Mercosur nell’agosto 2024, essa non è parte degli accordi commerciali UE-Mercosur siglati a inizio 2026, poiché i negoziati si erano conclusi in precedenza. Le relazioni economiche bilaterali tra Bruxelles e La Paz restano quindi incorniciate dal regime di preferenze tariffarie (SPG+), che garantisce al Paese andino un accesso agevolato ai mercati europei.

Nel 2024, il commercio totale bilaterale ha raggiunto 1,925 miliardi di dollari – in netta crescita rispetto ai circa 932 milioni di euro del 2020. Le esportazioni boliviane verso l’UE hanno toccato quota 927 milioni di dollari, a fronte di importazioni pari a 998 milioni di dollari, generando un saldo negativo per la Bolivia di 71 milioni di dollari.

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Nonostante la Bolivia abbia inviato in Europa ben 241 prodotti differenti nel 2024, l’export è quasi interamente monopolizzato da sole cinque voci, che da sole coprono l’85% del totale: stagno grezzo (259 milioni di dollari), zinco (244 milioni), argento (154 milioni). Il litio non è fra queste voci.

Pur custodendo, infatti, le riserve mondiali più estese, la Bolivia ha esportato globalmente nel 2024 appena 15,6 milioni di dollari di carbonato di litio (circa 1.832 tonnellate), dirette principalmente in Cina (12,84 milioni). Verso l’Unione Europea i flussi si sono limitati a due soli Stati membri: la Lettonia (200 tonnellate per 2,03 milioni di dollari) e i Paesi Bassi (60 tonnellate per 0,56 milioni). Questo quantitativo di circa 260 tonnellate per 2,59 milioni di dollari rappresenta il 14% del volume totale esportato da La Paz, ma incide per un microscopico 0,13% sull’interscambio complessivo UE-Bolivia.

È per colmare questo divario infrastrutturale e industriale che si muove la strategia europea del Global Gateway: attraverso uno stanziamento di 104 milioni di euro in sovvenzioni per il periodo 2021-2027, i partner del “Team Europe” – tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna e Svezia – puntano ad accelerare gli investimenti per una catena del valore del litio che sia finalmente efficiente e sostenibile.

Parallelamente alla transizione energetica, i fondi europei continuano a sostenere progetti per la mitigazione dei cambiamenti climatici (EUROCLIMA), il contrasto agli incendi boschivi (AMAZONIA+), la resilienza idrica e la tutela dei diritti delle comunità indigene andine, nel tentativo di agganciare stabilmente l’economia di La Paz agli standard industriali del futuro.

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