Alle ultime elezioni parlamentari ungheresi, un’iniziativa civica è riuscita in ciò che molti ritenevano impossibile: interrompere in modo significativo un sistema radicato di voto di scambio e manipolazione elettorale nelle comunità più vulnerabili.
Oltre 2.100 volontari, chiamati “őrszemek” – i “guardiani” – si sono dispiegati in tutto il Paese per monitorare le aree di voto attraverso una “trasparenza radicale”, filmando apertamente e trasmettendo in diretta, e congelando di fatto gran parte delle operazioni illecite nel giorno delle elezioni.
La vicenda è raccontata nel documentario investigativo “The Price of a Vote” e attraverso un’approfondita intervista al suo produttore e principale promotore dell’iniziativa, Áron Tímár, presidente del network di attivismo De! Akcióközösség.
Dall’inchiesta all’azione civile di massa
Il progetto è iniziato come indagine nell’estate del 2025, intensificandosi a ottobre. Attivisti e giornalisti, tra cui Tamás Bod del settimanale Magyar Narancs – autore di un’importante inchiesta pubblicata nel gennaio 2026 – hanno costruito reti di fiducia in comunità dove il timore di ritorsioni è molto diffuso. L’obiettivo non era semplicemente realizzare un film.
“Il film è sempre stato solo uno strumento, non il fine”, ha spiegato Tímár. “Il nostro piano era avviare un’onda con il documentario, portare questo tema ignorato nel dibattito pubblico e organizzare una rete di osservatori per monitorare le elezioni”.
Il team ha affrontato ostacoli significativi. L’Ungheria, secondo Tímár, è “un mondo di paura” che va ben oltre i villaggi rurali. Quasi la metà dei partecipanti al documentario non ha potuto essere accreditata con il proprio nome, e due montatori con esperienza internazionale hanno lavorato sotto pseudonimo. Anche il reclutamento per un video promozionale ha comportato riflessioni profonde sulla disponibilità delle persone a mostrarsi pubblicamente.
Nonostante i rischi, è emersa una forte ondata di sostegno. Da un nucleo iniziale di due operatori, il progetto si è ampliato progressivamente grazie alla fiducia costruita e all’adesione di numerosi volontari.
Come funziona il sistema del voto di scambio
Secondo l’inchiesta, il voto di scambio in Ungheria si è evoluto da incentivi relativamente semplici negli anni 2000 a un sistema più coercitivo basato su dipendenza e intimidazione – dalle carote ai bastoni.
Strutture di potere locali – inclusi sindaci allineati al governo centrale, reti municipali rom, usurai, trafficanti e contrabbandieri – esercitano controllo sulle comunità attraverso programmi di lavori pubblici, benefici sociali (come la distribuzione di legna da ardere), accesso alla sanità e minacce legate ai servizi di tutela dei minori.
Tímár descrive un meccanismo quasi feudale: i sindaci ricevono quote di voti da livelli superiori e subiscono conseguenze se non le raggiungono. Grandi somme di denaro – spesso pacchetti da 50-60 milioni di fiorini ungheresi (circa 130.000-155.000 euro) – vengono distribuite, talvolta con scorte di polizia nei cicli elettorali precedenti. In alcune aree, interi ambulatori sarebbero stati chiusi per creare monopoli sanitari, rendendo i residenti dipendenti da fornitori legati politicamente.
Le persone vulnerabili, non solo appartenenti alla comunità rom, sono bersaglio di queste pratiche. Un caso citato riguarda una famiglia minacciata di perdere la custodia dei figli se non avesse collaborato, con l’avvertimento arrivato la mattina successiva al rifiuto di fornire legna.
Bloccare il sistema il giorno del voto
Il 12 aprile, la De! Akcióközösség ha dispiegato oltre 2.100 volontari formati, affiancati da circa 2.250 membri del gruppo alleato Tiszáért e altri. Invece di operare in modo isolato o con simboli troppo visibili, gli osservatori si sono mossi in gruppi numerosi, mantenendo una presenza calma ma evidente e registrando apertamente con più telefoni.
La strategia si basava sulla menzionata “trasparenza radicale” e sulla forza della presenza pubblica. Come sottolineato da Tímár, l’incertezza ha un effetto deterrente: quando chi organizza le frodi non sa chi stia osservando o cosa verrà diffuso, tende a fermarsi.
“Trasparenza e presenza civica hanno semplicemente interrotto il meccanismo”, ha affermato. “Questa presenza pacifica ma chiara ha paralizzato il sistema. Non hanno osato portare avanti il voto di scambio per paura di essere registrati e che, nel mutato clima politico, ci fossero conseguenze legali o politiche”.
In un caso emblematico a Tiszavasvári, la sola presenza di un osservatore motociclista – vestito in pelle e su una Harley-Davidson, inizialmente scambiato per un agente – è bastata a bloccare centinaia di tentativi di compravendita di voti.
Le dirette sul canale YouTube “Pilvax Live” hanno mostrato presunte irregolarità in tempo reale, aumentando ulteriormente la pressione. In molte aree, il flusso di denaro si è interrotto, lasciando gli intermediari con il contante non distribuito.
Tímár ha sintetizzato l’approccio con una metafora efficace: “Ai vampiri non piace la luce del sole”. Le pratiche di voto di scambio, sostiene, prosperano nell’ombra; esporle alla luce le rende molto più difficili da realizzare.
Formazione, approccio e rischi
I volontari hanno ricevuto una formazione che combinava programmi già esistenti di organizzazioni come la Hungarian Civil Liberties Union e la Civil Kollégium Foundation con un nuovo focus su visibilità e presenza di gruppo. Agli osservatori è stato anche consigliato di mantenere un atteggiamento cordiale e, ove possibile, instaurare relazioni con i residenti locali.
Se l’azione ha avuto successo nel bloccare molti tentativi di voto di scambio, non è stata priva di costi. Dopo le elezioni sono stati segnalati vetri rotti, auto danneggiate e, in un caso a Nyírlugos, un’aggressione con una falce che ha causato una ferita di 7 cm alla testa di un collaboratore locale. I partecipanti continuano a subire minacce, pressioni e tentativi di corruzione.
Tímár ha sottolineato come l’iniziativa dimostri il potenziale della società civile anche in un clima di paura. Non solo ha portato alla luce problemi sistemici, ma ha anche mostrato come un monitoraggio su larga scala, pacifico e supportato dalla tecnologia, possa cambiare gli equilibri sul campo.
Il documentario The Price of a Vote e la rete dei “guardiani” rappresentano così una spinta più ampia verso la trasparenza nelle elezioni ungheresi. Portando alla luce pratiche nascoste, i volontari hanno cercato di far sì che il “prezzo” del voto di scambio includesse una reale responsabilità politica e legale, trasformando il meccanismo della manipolazione contro sé stesso grazie al potere della luce.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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