La politica di coesione europea si prepara a un passaggio decisivo. Nel pieno della transizione verde, della riorganizzazione delle filiere globali e di una competizione internazionale sempre più intensa, la sua funzione tradizionale, quella di ridurre i divari territoriali, è chiamata a intrecciarsi con un obiettivo sempre più centrale: sostenere la competitività industriale. È su questo equilibrio, tutt’altro che scontato, che si è concentrato il terzo webinar organizzato da Focus Europe Italia, mettendo a confronto visioni diverse ma convergenti su un punto: senza un cambio di passo, la coesione rischia di perdere incisività proprio nel momento in cui le viene chiesto di fare di più.
Il dibattito ha evidenziato come il contesto sia profondamente cambiato rispetto ai cicli precedenti. La transizione energetica, le tensioni geopolitiche e la ridefinizione delle catene del valore stanno imponendo scelte più rapide e coordinate, mentre le risorse disponibili restano limitate. In questo scenario, la capacità della politica di coesione di adattarsi diventa una variabile cruciale per la tenuta del sistema industriale europeo.
Dal PNRR alla coesione: il cambio di paradigma
Nel suo intervento, Enrico Giovannini, cofondatore e direttore scientifico dell’ASviS ed ex ministro delle Infrastrutture, ha offerto una lettura critica del ciclo recente.
Le politiche di coesione, ha osservato, “non hanno avuto tutto l’impatto che avrebbero potuto avere”, soprattutto nel guidare la transizione verde. La riprogrammazione dei fondi in corso, anche in coerenza con il PNRR, rappresenta un tentativo di correggere alcune di queste lacune, ma il nodo resta strutturale.
Per Giovannini, il vero salto di qualità riguarda il metodo. Il modello introdotto con il PNRR, basato su obiettivi, milestone e risultati, dovrebbe diventare la regola anche per la coesione.
“Dobbiamo passare da una logica di spesa a una logica di risultati”, ha sottolineato, indicando nella misurabilità degli interventi e nel coordinamento tra livelli istituzionali la chiave per aumentare l’efficacia delle politiche. In questa prospettiva, l’esperienza italiana potrebbe persino trasformarsi in un riferimento a livello europeo, a condizione che venga consolidata e resa sistemica.
Allo stesso tempo, l’economista ha richiamato un problema ricorrente: la difficoltà del Paese nel definire e mantenere strategie di lungo periodo. Senza una chiara direzione industriale ed energetica, ha avvertito, anche i fondi rischiano di disperdersi, inseguendo emergenze più che anticipando i cambiamenti.
Industria e transizione: opportunità e ostacoli
Dal lato delle imprese, Giuseppe Biazzo, presidente di Unindustria e membro del Consiglio delle rappresentanze regionali di Confindustria, ha riconosciuto il ruolo concreto dei fondi di coesione nel sostenere la transizione ecologica.
“Sono uno stimolo importante”, ha spiegato, citando l’esperienza della Regione Lazio, dove una quota significativa delle risorse FESR è destinata a obiettivi ambientali e di innovazione.
Tuttavia, ha sottolineato come l’efficacia di questi strumenti sia spesso limitata da vincoli operativi. Bandi troppo complessi, criteri eccessivamente stringenti e tempi lunghi di risposta rappresentano un freno per gli investimenti privati, che richiedono certezza e rapidità.
“Servono procedure più semplici e tempi compatibili con il mercato”, ha osservato, indicando nella semplificazione amministrativa una priorità immediata.
Entrambi i relatori hanno inoltre respinto l’idea di un conflitto strutturale tra transizione verde e competitività. Al contrario, gli investimenti in innovazione e decarbonizzazione stanno già producendo benefici per le imprese più dinamiche, rafforzandone la posizione sui mercati internazionali.
Il problema, semmai, è creare le condizioni affinché questi effetti si diffondano lungo le filiere, evitando che restino confinati a pochi attori più avanzati.
Governance, risorse e nuove regole: i nodi della riforma
Uno dei punti più delicati riguarda la futura architettura della politica di coesione. Secondo Biazzo, le discussioni in corso a Bruxelles indicano un possibile cambiamento significativo, con un maggiore ruolo dello Stato centrale nella gestione dei fondi e un ridimensionamento del rapporto diretto tra regioni e Commissione europea. Un’evoluzione che, se da un lato potrebbe migliorare il coordinamento, dall’altro solleva interrogativi sulla capacità di mantenere un legame stretto con i territori.
A questo si aggiunge il tema dell’accorpamento dei fondi europei. L’ipotesi di un unico contenitore che includa anche politiche agricole e altri strumenti suscita preoccupazione nel mondo industriale, per il rischio di una competizione tra priorità diverse e di una riduzione delle risorse destinate alla competitività.
Più ampio lo sguardo di Giovannini, che ha invitato a distinguere tra tre livelli: la dimensione complessiva del bilancio europeo, la sua allocazione e i meccanismi di gestione. Senza un rafforzamento del bilancio comune, ha avvertito, l’Unione continuerà a muoversi in un quadro limitato, incapace di finanziare progetti realmente strategici.
“Non possiamo limitarci a redistribuire risorse: serve una capacità di investimento europea”, ha affermato, richiamando la necessità di superare logiche negoziali che rischiano di frammentare l’azione politica.
Sul piano operativo, entrambi hanno indicato alcune priorità per il prossimo ciclo: maggiore flessibilità nella programmazione, standardizzazione delle procedure per ridurre le disparità territoriali e un orientamento più deciso ai risultati. Resta però il nodo delle risorse, destinate a ridursi in termini reali anche per effetto del peso finanziario del Next Generation EU.

