La riforma dei Trattati europei non è più solo una battaglia di chi chiede più integrazione. lo dimostra un documento strategico interno al partito di destra tedesco Alternative für Deutschland (AfD | ESN). Lo schieramento, fortemente sovranista ed euroscettico, non avrebbe il reale obiettivo di abbandonare l’Unione europea come aveva annunciato, ma di ridurne sensibilmente struttura e competenze proprio attraverso un processo di revisione dei Trattati.
Il documento, riportato dalla stampa tedesca e da Reuters, delinea una tabella di marcia per sfruttare un eventuale ingresso dell’AfD nel governo federale e una maggioranza di destra al Parlamento europeo, scenari che considera raggiungibili entro il 2029, anno delle prossime elezioni europee. Una volta ottenuto quel risultato, perché il “problema” Bruxelles si risolva, non servirebbero passaggi drastici come l’uscita dall’Unione o la sostituzione della stessa con un nuovo “Bund europeo delle nazioni”, basterebbe utilizzare gli strumenti istituzionali a disposizione per svuotarne progressivamente competenze e funzioni.
È lo stesso Trattato sull’Unione europea, al suo articolo 48, a illustrare la procedura da seguire per modificare i Trattati. Basta un voto favorevole a maggioranza del Consiglio europeo su un progetto presentato da un qualunque governo, dal Parlamento europeo o dalla Commissione europea per aprire una convenzione, composta da rappresentanti delle presidenze nazionali, dei Parlamenti, del Parlamento europeo e della Commissione. La Convenzione esamina i progetti di modifica e adotta per consenso una raccomandazione, il “risultato finale”. Segue poi una conferenza intergovernativa, il cui accordo deve essere approvato da tutti gli Stati membri secondo le rispettive procedure costituzionali.
Attraverso questo strumento, secondo il documento, AfD punta a limitare la cooperazione europea alle materie in cui esiste un effettivo “valore aggiunto europeo”. Tra queste rientrerebbero il mercato interno e la protezione delle frontiere esterne. Negli altri settori, Berlino potrebbe ricorrere a clausole di opt-out, concepite come strumenti transitori per recuperare progressivamente competenze a livello nazionale.
Non solo, la revisione dell’assetto giuridico sarebbe accompagnata da una drastica riduzione delle dimensioni finanziarie dell’Unione. Il documento interno al partito propone un tetto e una riduzione del bilancio europeo, oltre all’abolizione delle risorse proprie basate sull’IVA e sui contributi legati alla plastica.
Il cambiamento più radicale riguarderebbe però le istituzioni. Secondo il documento, il Parlamento europeo non dovrebbe più essere eletto direttamente dai cittadini, ma essere composto da delegati dei Parlamenti nazionali. La legittimazione democratica dell’Assemblea europea passerebbe quindi nuovamente dai Parlamenti degli Stati membri. La Commissione europea verrebbe invece ridotta a un ruolo prevalentemente “coordinativo ed esecutivo”, mentre il Consiglio europeo diventerebbe il principale centro decisionale dell’Unione. È una visione profondamente intergovernativa, nella quale gli Stati tornano a essere i protagonisti dell’integrazione europea e le istituzioni sovranazionali assumono funzioni più limitate.
Ancora più delicata è la posizione proposta sul rapporto tra diritto nazionale e diritto dell’Unione, che metterebbe in discussione il primato di quest’ultimo, benché definito nelle Costituzioni di tutti gli Stati membri. Il documento prevede che le costituzioni nazionali prevalgano sul diritto derivato dell’Unione europea, con un’eccezione per le competenze considerate fondamentali, in particolare il funzionamento del mercato interno.
Anche il ruolo della Corte di giustizia verrebbe profondamente ridimensionato. Secondo il documento, questa dovrebbe trasformarsi principalmente in un organo di composizione delle controversie tra governi, senza intervenire sulle competenze nazionali o sulle questioni costituzionali interne agli Stati.
Il progetto di AfD presenta quindi diversi elementi già presenti nel dibattito della destra radicale europea: una “Europa delle nazioni” che preveda maggiore potere ai governi, istituzioni europee legittimate indirettamente attraverso gli Stati e riduzione delle competenze della Commissione. La novità è strategica. Il partito di destra tedesco sembra infatti puntare a svuotare l’Unione europea dall’interno, una volta raggiunta una posizione di forza a livello nazionale ed europeo.
Inoltre, il documento sintetizza anche la strategia per portare a termine tale obiettivo in caso di opposizione da parte di altri Stati membri. La Germania ricorrerebbe al veto nel Consiglio europeo come leva per ottenere l’avvio di una riforma dei Trattati, facendo leva anche sul proprio peso politico ed economico e sul ruolo di principale contributore al bilancio europeo.
Il 2029 diventa così una data cruciale nella strategia delineata dal documento. Eventuali successi elettorali dell’AfD in Germania e delle forze della destra radicale nelle elezioni nazionali ed europee potrebbero creare, secondo gli autori del piano, le condizioni politiche per aprire una nuova fase dell’integrazione europea.
Qualora non fosse possibile ottenere modifiche sostanziali attraverso la revisione dei Trattati, si legge nel documento, allora l’AfD tornerebbe all’opzione dell’abbandono dell’Unione, da sottoporre a referendum.

