L’attuale stato delle relazioni commerciali e di investimento con la Cina “non è sostenibile”, secondo la Commissione europea che lo scorso 29 maggio ha dedicato un Collegio dei commissari alle complesse relazioni con Pechino. In una nota scarna, l’esecutivo europeo ha sottolineato che “il dibattito di orientamento odierno ha offerto al Collegio dei Commissari l’opportunità di fare il punto sulle relazioni UE-Cina, prendendo in considerazione sia le opportunità che esse presentano sia le sfide che comportano”.

Nella nota Bruxelles ci tiene a precisare che l’approccio generale della Commissione rimane quello “della riduzione del rischio” e “non del disaccoppiamento”, formula usata più volte per tentare di tenere insieme i timori verso l’aggressività cinese e le fondamentali relazioni con Pechino.

“La Cina – si legge nella nota – è un partner fondamentale e il dialogo e l’impegno proseguiranno. Allo stesso tempo, l’attuale stato delle relazioni commerciali e di investimento non è sostenibile”. Infatti, secondo Bruxelles “gli interessi economici e di sicurezza sono sempre più interconnessi, entrambe le dimensioni richiederanno una risposta più solida e coerente”.

Bruxelles precisa che quanto emerso dal dibattito del 29 maggio confluirà nei lavori delle prossime settimane, in vista di ulteriori discussioni al G7 e al Consiglio europeo di giugno.

Il paradosso cinese: le emissioni del settore elettrico scendono, ma la rete rischia di frenare il boom verde

Una bilancia commerciale sempre più “sbilanciata”

Il cambio di passo evocato dalla Commissione arriva mentre a Bruxelles cresce la preoccupazione per l’impatto della sovraccapacità produttiva cinese sull’industria europea. Negli ultimi cinque anni, il deficit commerciale dell’Unione europea con la Cina nei beni è aumentato in modo significativo, fino a raggiungere nel 2022 un picco vicino ai 400 miliardi di euro.

A fronte di questo squilibrio, il surplus europeo nei servizi resta limitato, mentre gli stock netti positivi di investimenti diretti esteri non hanno registrato una crescita tale da riequilibrare il rapporto economico complessivo.

Il nodo, secondo un’analisi dell’Atlantic Council, è che mentre il mercato cinese diventa progressivamente meno accessibile per prodotti e investimenti europei, la capacità produttiva di Pechino continua a espandersi.

L’Europa rischia così di trasformarsi sempre più in un mercato di assorbimento per beni cinesi prodotti in eccesso, in particolare nei settori in cui la Repubblica popolare ha costruito posizioni dominanti grazie a sussidi pubblici, economie di scala e controllo di segmenti cruciali delle catene del valore.

In questo contesto giunge l’iniziativa lanciata da Spagna, Italia, Francia, Paesi Bassi e Lituania, che hanno firmato un documento congiunto per chiedere un’azione più incisiva contro quella che viene definita “sovraccapacità industriale sistemica e strutturale”. La pressione degli Stati membri si somma al lavoro già avviato dalla Commissione, che si è impegnata a presentare nuovi strumenti di sicurezza economica entro settembre 2026.

Tra le ipotesi allo studio vi sono norme più stringenti sugli appalti pubblici e sulla diversificazione delle forniture. Bruxelles sta valutando meccanismi che obbligherebbero le imprese a non dipendere in misura eccessiva da un solo fornitore per componenti critici, sulla scia di quanto già previsto dal Critical Raw Materials Act, che limita al 65 per cento l’approvvigionamento da un singolo Paese extra-UE per le materie prime strategiche. La logica sarebbe estendere questo approccio anche a comparti come chimica, macchinari industriali e tecnologie verdi, dove la dipendenza dalla Cina è particolarmente marcata.

L’UE si arma contro i prodotti cinesi: dazi e quote per salvare l’industria europea

Strumenti frammentati

Il problema, tuttavia, è che gli strumenti europei oggi disponibili restano frammentati. I dazi compensativi sui veicoli elettrici cinesi, decisi nell’ottobre 2024, hanno rappresentato il segnale più evidente di una maggiore disponibilità dell’UE a ricorrere a misure tariffarie più robuste. Tuttavia, tale procedura ha richiesto mesi di indagini tecniche e un lavoro complesso per quantificare i sussidi ricevuti dai produttori cinesi e definire misure compatibili con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Non è quindi un modello facilmente replicabile in tutti i settori esposti alla concorrenza cinese.

Altri strumenti hanno un raggio d’azione ancora più limitato. Il regolamento sui sussidi esteri può incidere sulle gare pubbliche all’interno del mercato unico, ad esempio escludendo un’impresa sovvenzionata da una procedura europea, ma non interviene sulle condizioni produttive in Cina che rendono quell’offerta competitiva fin dall’origine.

Il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere contribuisce a riequilibrare il costo delle emissioni (CBAM), ma non è stato concepito come strumento di difesa commerciale e riguarda solo una gamma circoscritta di beni ad alta intensità carbonica. Anche le quote tariffarie sull’acciaio, pur pensate per proteggere l’industria europea, rischiano di generare attriti con partner che Bruxelles vuole mantenere vicini, dal Regno Unito all’Ucraina fino agli stessi Stati Uniti.

Da qui l’idea, sempre più discussa nelle capitali europee, di dotare l’UE di un mandato tariffario più diretto contro le cause della sovraccapacità cinese, a partire dai sussidi statali e dalle distorsioni del mercato. Una sorta di strumento europeo ispirato, con molte cautele, alla Sezione 301 statunitense (la disposizione che autorizza il Presidente degli Stati Uniti a imporre dazi, tariffe o restrizioni commerciali), ma costruito in modo compatibile con il diritto dell’Unione: proporzionato, temporaneo, soggetto a controlli politici e giurisdizionali periodici e inserito, eventualmente, in un quadro rafforzato dello Strumento anti-coercizione.

Questa prospettiva resta politicamente sensibile. Da un lato, una parte degli Stati membri teme che nuovi dazi possano tradursi in prezzi più alti per imprese e consumatori europei, soprattutto se non accompagnati da una vera strategia industriale interna. Dall’altro, cresce la consapevolezza che l’inazione potrebbe avere un costo ancora più elevato, lasciando settori industriali europei esposti a una concorrenza strutturalmente alterata dagli interventi pubblici cinesi.

Come ricorda l’analisi dell’Atlantic Council, il coordinamento con gli Stati Uniti potrebbe rafforzare la pressione su Pechino, ma non è privo di ostacoli. Storicamente, Bruxelles ha guardato con diffidenza all’uso unilaterale degli strumenti commerciali da parte di Washington, mentre gli Stati Uniti hanno spesso considerato troppo lento e prudente l’approccio europeo verso le pratiche dell’economia cinese. Inoltre, l’imprevedibilità della politica commerciale americana, soprattutto sotto l’amministrazione Trump, spinge l’UE a evitare un allineamento automatico con Washington.

Un eventuale coordinamento transatlantico avrebbe quindi maggiori possibilità di successo se fosse circoscritto a interessi comuni e settori specifici, come acciaio, semiconduttori, dispositivi medici o tecnologie verdi, senza trasformarsi in un negoziato permanente su ogni dossier commerciale. L’obiettivo non sarebbe costruire una guerra tariffaria generalizzata, ma aumentare l’efficacia delle misure contro le distorsioni prodotte dalla sovraccapacità cinese.

La reazione di Pechino mostra che il tema è già percepito come sensibile. Il ministero del Commercio cinese ha invitato l’UE a “fare i conti con la realtà”, a tornare sulla strada del dialogo e della consultazione e ad adottare misure che favoriscano lo sviluppo delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Unione europea. Ma proprio il tono dell’avvertimento suggerisce che nuovi strumenti europei, se ben calibrati e coordinati con altri partner, potrebbero aumentare il costo economico e politico della strategia cinese.

, , , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *