Due persone che affermano di essere state torturate nelle carceri libiche gestite da Osama Elmasry Njeem hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro l’Italia, accusando Roma di non aver eseguito il mandato d’arresto della Corte penale internazionale nei confronti dell’ex capo della polizia paramilitare libica. La Corte di Strasburgo ha notificato i casi al governo italiano il 29 maggio, chiedendo osservazioni scritte e attribuendo ai ricorsi lo status di priorità.
Njeem era stato arrestato dalla polizia italiana il 19 gennaio 2025, due giorni dopo l’emissione del mandato della CPI per crimini contro l’umanità, tra cui torture, stupro, schiavitù sessuale e omicidi. La Corte d’Appello di Roma aveva però rifiutato di convalidare l’arresto, e Njeem era stato immediatamente rimpatriato in Libia. Una vicenda durata in tutto quarantotto ore, che ha sollevato un caso politico e giudiziario ancora aperto.
I due ricorrenti — un cittadino sudanese e una cittadina ivoriana, identificati negli atti come Y e Z — raccontano percorsi migratori che li hanno portati entrambi attraverso la Libia, dove sostengono di essere stati detenuti in strutture sotto il controllo diretto di Njeem.
Y afferma di essere stato rinchiuso nel centro di detenzione di Al-Jadida e nella base militare di Mitiga, di aver subito torture e di essere stato costretto a combattere in un gruppo armato agli ordini dello stesso comandante, prima di arrivare in Italia nel 2022.
Z, invece, era ancora minorenne quando giunse in Libia: ridotta in schiavitù e sottoposta ad abusi sessuali, fu trasferita nel carcere di Mitiga, dove sostiene di aver subito torture e violenze sessuali direttamente da Njeem. È arrivata in Italia via mare nel 2017.
Dopo il rimpatrio di Njeem, Z aveva presentato una denuncia penale in Italia chiedendo di fare luce sulle responsabilità delle autorità italiane nella mancata esecuzione del mandato CPI e nel rimpatrio dell’indagato. Il tentativo si è però arenato: il 28 ottobre 2025 il Tribunale dei ministri di Roma ha archiviato la richiesta di aprire un procedimento penale contro, tra gli altri, il ministro della Giustizia, il ministro dell’Interno e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio coinvolti nella vicenda.
Davanti alla Corte europea, entrambi i ricorrenti sostengono la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti umani, relativi rispettivamente al diritto alla vita e al divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti. Z lamenta inoltre la violazione dell’articolo 4, che proibisce la schiavitù e il lavoro forzato, e dell’articolo 6, sul diritto di accesso a un tribunale, ritenendo che tanto la mancata esecuzione del mandato quanto il diniego di proseguire i procedimenti penali in Italia abbiano prodotto un concreto diniego di giustizia.
La notifica del caso non equivale a un giudizio di violazione: si tratta di una fase preliminare in cui la Corte chiede al governo convenuto di presentare osservazioni scritte, dopodiché i ricorrenti potranno replicare. Solo successivamente la Corte si pronuncerà sull’ammissibilità e, eventualmente, nel merito. Il fatto che i casi siano stati dichiarati prioritari indica tuttavia che Strasburgo ha ritenuto le questioni sollevate sufficientemente serie da richiedere un esame accelerato.

