Si avvicinano le elezioni parlamentari in Armenia, che avranno luogo il prossimo 7 giugno. Sulla scheda elettorale compariranno diciannove partiti, ma soltanto due siedono attualmente nell’Assemblea nazionale: Contratto Civile (KP), formazione di centrodestra guidata dal premier Nikol Pashinyan, e Alleanza Armena (HD), di orientamento socialista e filo-russo.
Secondo i sondaggi, entrambe le forze dovrebbero perdere consenso rispetto alle precedenti elezioni, ma KP – stimata attorno al 46% – appare comunque avviata verso il consolidamento della propria maggioranza di governo. Qualora non ottenesse i numeri per governare da sola, potrebbe cercare un’intesa con i liberali di Armenia Luminosa, guidati da Edmon Marukyan.
La nuova formazione Armenia Forte (SA) di Samvel Karapetyan, collocata nel centrodestra e all’opposizione di Pashinyan, sembra invece destinata a diventare il principale partito di opposizione, con circa il 13% delle intenzioni di voto. Seguono HD con il 9,1%, Democrazia, Legge e Ordine (DOK) con l’8,5% e Armenia Prospera (BHK), partito conservatore, con il 7,6%.
Tema centrale delle elezioni sarà il posizionamento internazionale del Paese. Durante l’ultimo mandato di Pashinyan, l’Armenia è uscita sconfitta dal conflitto del Nagorno-Karabakh, interamente riconquistato dall’Azerbaigian nel 2023. Parallelamente, tuttavia, Erevan ha avviato un processo di distensione con Baku, sostenuto anche dalla mediazione statunitense dell’amministrazione Trump.
In questo contesto si inserisce il progetto della Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), una piattaforma infrastrutturale e commerciale sostenuta dagli Stati Uniti per favorire i collegamenti energetici, logistici e commerciali tra Caucaso, Medio Oriente ed Europa, riducendo al tempo stesso la dipendenza regionale dalla Russia e rafforzando le rotte alternative verso l’Occidente.
Allo stesso tempo, il governo armeno ha progressivamente preso le distanze da Mosca, accusata di non essere intervenuta a difesa dell’Armenia e degli armeni del Nagorno-Karabakh durante il conflitto. Pur rimanendo membro dell’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia, Erevan ha quindi iniziato a guardare con crescente interesse all’Unione europea.
Già nell’ottobre 2023, Pashinyan aveva dichiarato davanti al Parlamento europeo che l’Armenia era pronta ad avvicinarsi all’Unione “nella misura in cui l’Unione europea è pronta ad avvicinarsi all’Armenia”. Il concetto è stato ribadito nel marzo di quest’anno, quando – dopo un nuovo discorso del premier armeno a Strasburgo – sono state avviate nuove partnership nei settori della sicurezza, della mobilità e dello sviluppo economico, attraverso l’accesso a programmi europei e nuovi investimenti. Vale la pena citare lo European Peace Facility, lo strumento con cui l’Unione europea finanzia missioni e assistenza nel campo della sicurezza e della difesa, e l’investimento da 300 milioni di euro della Banca europea per gli investimenti (BEI) in Armenia.
Anche i negoziati per la liberalizzazione del regime dei visti per i cittadini armeni testimoniano un livello di cooperazione che, pur con tutti i suoi limiti, sarebbe stato difficile immaginare fino a pochi anni fa. A ciò si aggiunge la decisione di Erevan di ospitare la Comunità Politica Europea (CPE) all’inizio di maggio. L’Unione europea, in ogni caso, continua a riconoscere la complessità geopolitica dell’area e non insiste apertamente su una possibile adesione armena, né chiede al Paese di scegliere definitivamente tra Bruxelles e Mosca.
Le principali forze di opposizione non condividono però la linea di Pashinyan. Partiti filo-russi come SA e HD accusano il governo di avere “svenduto” il Nagorno-Karabakh e di presentarsi ora come “partito della pace” dopo la sconfitta militare. Allo stesso tempo, criticano anche gli attori occidentali – Unione europea e Stati Uniti – essendosi tenuti anch’essi fuori dal conflitto, o avendolo fatto troppo tardi, perché maggiormente interessati a mantenere solidi rapporti economici con l’Azerbaigian, diventato un fornitore energetico strategico per l’Europa dopo la riduzione delle importazioni di gas russo.
Limitandosi al piano regionale, la campagna elettorale armena si intreccia inevitabilmente anche con il ruolo di Turchia e Iran, due attori fondamentali negli equilibri del Caucaso meridionale.
Da un lato, il partito di Pashinyan punta alla normalizzazione dei rapporti con Ankara come parte della propria agenda di pace e apertura economica, nella prospettiva di trasformare l’Armenia in un nodo commerciale tra Europa e Asia e ridurre l’isolamento geopolitico del Paese. Dall’altro, Teheran continua a rappresentare un partner strategico essenziale per Erevan, soprattutto sul piano commerciale ed energetico.
Finora l’Armenia ha mantenuto una posizione prudente rispetto al conflitto che coinvolge l’Iran, evitando schieramenti espliciti. Tuttavia, l’opinione pubblica armena guarda con forte preoccupazione agli sviluppi della crisi ed è favorevole all’accoglienza di eventuali rifugiati. Al momento non si registrano emergenze dirette per il Paese, ma sia il governo sia la popolazione seguono con estrema attenzione l’evolversi della situazione.
Per quanto estremamente rilevante, i partiti coinvolti nella tornata elettorale non si misureranno soltanto sul piano internazionale. In campagna elettorale, KP sta puntando anche sulle misure sociali introdotte negli ultimi anni, tra cui l’aumento delle pensioni e l’estensione della sanità gratuita. SA, invece, individua nella disoccupazione una delle principali emergenze del Paese e promette nuovi posti di lavoro, riduzione del costo dei medicinali, sostegno alle piccole imprese e incentivi per il settore agricolo.
In una società attraversata da tensioni economiche e da crescenti aspettative sociali, oltre che dalle conseguenze ancora aperte del conflitto del Nagorno-Karabakh, e segnata da una forte polarizzazione sul rapporto con la Russia, a Erevan si teme che le prossime elezioni possano essere esposte a tentativi di interferenza esterna, sulla scia di quanto già osservato in altri contesti dello spazio post-sovietico ed europeo orientale come Georgia, Moldova e Romania.
A conti fatti, quest’ultima preoccupazione testimonia una volta di più quanto le elezioni in Armenia abbiano un carattere che esula dalle sole dinamiche nazionali.

