All’Assemblea di Confindustria Meloni ha svolto un discorso sull’Unione europea propagandistico, nonostante le amministrative fossero finite. Ha già lanciato la campagna per le politiche. Nell’UE Meloni vede un capro espiatorio e un bersaglio polemico da un lato, ed un bancomat cui attingere risorse dall’altro.

Meloni definisce l’UE “un gigante burocratico”. Eppure ha un bilancio complessivo dell’1% del Pil, 192 miliardi l’anno, di cui 11 rappresentano il costo della struttura amministrativa, che ha meno dipendenti del Comune di Roma. L’Italia ha un bilancio di quasi il 50% del Pil italiano, circa 900 miliardi, di cui 201 rappresentano il costo della pubblica amministrazione. L’Italia spende in stipendi più di tutto il bilancio UE. Chi è il “gigante burocratico”?

Meloni chiede “un cambio di passo sulla competitività. Perché è impossibile chiedere alle nostre imprese di correre sui mercati globali se noi siamo i primi a frenarle con meccanismi burocratici infernali. Il peso soffocante di infiniti oneri amministrativi e regolamenti. La semplificazione e la sburocratizzazione devono essere il nostro mantra. … I pacchetti Omnibus non sono sufficienti. Bisogna fare molto di più per disboscare la giungla normativa che in questi decenni si è stratificata. Quasi che fosse rivolta soprattutto a soddisfare l’appetito della macchina amministrativa europea”. L’UE ha regole talmente insensate e complicate, che l’Italia ha ricostruito il Ponte Morandi di Genova in tempi record, sospendendo le norme italiane e applicando solo quelle europee. Il problema che incontrano le imprese italiane si chiama “goldplating”, la prassi italiana di aggiungere alle regole europee ulteriori regole, oneri e controlli. L’opera di semplificazione e sburocratizzazione dovrebbe iniziare a Roma.

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Meloni vuole “rimettere al centro delle istituzioni europee la politica. Significa riaffermare un principio banale della democrazia: il compito della burocrazia è accompagnare e attuare gli indirizzi della politica, non è sostituirsi alla politica. Semplicemente perché la burocrazia non ha il mandato per farlo”. L’attacco ovviamente è rivolto alla Commissione, cioè all’esecutivo europeo. Che deve avere la fiducia del Parlamento europeo, come il governo italiano. La cui Presidente, Ursula von der Leyen, era la candidata del partito arrivato primo alle elezioni europee del 2024, il Partito Popolare Europeo, esattamente come Meloni era la candidata di Fratelli d’Italia nel 2022. La Commissione ha la stessa legittimità del governo italiano. Con in più il sostegno dei governi nazionali, che a maggioranza qualificata nel Consiglio europeo propongono il presidente al Parlamento europeo, tenendo conto dei risultati delle elezioni, esattamente come deve fare il Presidente della Repubblica in Italia nell’individuare il Presidente del Consiglio.

Per Meloni “quando la storia ha bussato, ha spazzato via gli orpelli ideologici, e ci siamo svegliati nel mondo reale. È stato un risveglio brusco. … quello che per anni alcuni avevano avuto il coraggio di preconizzare e di dire, pagando per questo il prezzo di essere tacciati come dei nemici dell’Europa si è semplicemente dimostrato vero”. Il riferimento è al Green Deal, contro cui si scaglia a più riprese in nome del pragmatismo. I Paesi europei che hanno accelerato sul Green Deal, come la Spagna, oggi hanno la quota maggiore di rinnovabili e il prezzo più basso dell’energia in Europa. Chi, come l’Italia, ha rallentato, dipende dal gas più di tutti, e ha sia il costo che la dipendenza dall’estero più alta. Questo approccio più che “pragmatico” si è rivelato controproducente. E se l’Italia avesse investito più fondi del PNRR e del RepowerEU sulle rinnovabili, o se chiedesse flessibilità in tal senso, sarebbe più credibile rispetto al farlo per sussidi che ci lascerebbero egualmente vulnerabili ai prossimi shock.

Secondo Meloni “le crisi hanno mostrato quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore. Quando gli shock sono arrivati e quelle catene del valore troppo lunghe e troppo fragili si sono spezzate, noi abbiamo scoperto quanto fosse pericolosa l’esposizione verso dinamiche che non potevamo controllare. E abbiamo capito quanto fosse suicida accettare che su materie prime critiche, energia, settori strategici, il nostro destino dipendesse da scelte altrui.” Lo shock maggiore di questo tipo è stata la pandemia. Cui l’UE ha risposto con il Next Generation EU, un grande piano di rilancio, di cui l’Italia è stata il maggior beneficiario, con circa 200 miliardi per investimenti in 5 anni. Il governo Meloni ha gestito gran parte dell’implementazione del PNRR, ma con pessimi risultati – come denunciato dal Financial Times – tanto la crescita economica dell’Italia è la peggiore dell’UE. Anche per questo Meloni si dice favorevole al completamento del mercato unico, incluso del mercato dei capitali, indispensabile per rilanciare gli investimenti. Peccato che tale dossier sia bloccato dalla mancata ratifica del Meccanismo Europeo di Stabilità da parte di un solo Paese, l’Italia, su cui la Presidente del Consiglio non dice una parola.

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Meloni ha accusato l’UE di essere “inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante improvvisamente quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali”; e di sacrificare “competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico”. Ha chiesto “priorità sensate e velocità nelle decisioni. Perché siamo in un tempo in cui la velocità di reazione agli eventi determina la posizione che occupi nello scenario. Se cioè sei tra coloro che orientano le scelte o piuttosto sei tra quelli che le subiscono”. Ma da dove vengono le esitazioni e la lentezza dell’UE, specialmente nell’agire sul piano internazionale? L’UE è stata la prima al mondo a regolamentare l’intelligenza artificiale, i dati, ecc. perché nella procedura legislativa ordinaria si decide a maggioranza qualificata. Mentre esita ed è paralizzata – più che lenta – nei settori in cui vige l’unanimità e basta il veto di un solo Stato membro, per bloccare qualsiasi decisione. Eppure, sollecitata più volte in Parlamento sul tema, la Presidente Meloni ha sempre difeso il mantenimento del veto nazionale. Chi è causa del suo mal pianga se stesso …

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A conclusione dei luoghi comuni e miti caratteristici della propaganda nazionalista, puntuale è arrivata la richiesta di ridurre le competenze e i poteri dell’Unione: “Chiediamo che l’Europa faccia meno e lo faccia meglio. Chiediamo l’applicazione del principio di sussidiarietà, che significa l’Europa si occupi di quello che gli Stati non possono fare da soli, e non di quello che gli Stati fanno meglio da soli”. Naturalmente però non dice quali siano le competenze oggi in capo all’UE che dovrebbero tornare agli Stati. La ragione è semplice: da soli gli Stati membri non possono fare quasi nulla per competere o per difendersi da colossi di dimensioni continentali come USA, Russia, Cina e India. La ragione della nostra impotenza è la sovranità nazionale in materie chiave come fiscalità, energia, politica estera e difesa. A suo modo Meloni lo riconosce, dicendosi favorevole all’integrazione nella difesa, anche attraverso la cooperazione strutturata, se non fosse possibile procedere a 27.

Si è poi innalzata retoricamente al livello della storia: “Chi come voi, come me, pone con forza la necessità di un cambio di passo dell’Europa, non lo fa per distruggere, lo fa per costruire. Non lo fa perché è il cavallo di Troia di qualche oscuro potere o interesse, lo fa perché ha a cuore la propria civiltà e la sua capacità di incidere nel futuro.” Come ha ben spiegato Toynbee, il grande storico delle civiltà, gli europei oggi sono come gli abitanti delle polis greche davanti all’Impero romano, e gli abitanti degli staterelli della penisola nel Rinascimento di fronte ai primi Stati moderni. Potevano unirsi politicamente e far sopravvivere la loro civiltà o rimanere divisi e diventare terra di conquista. Non si sono uniti e le loro civiltà sono morte. Chi a cuore la civiltà europea moderna si batte per dare all’UE un vero governo federale europeo, in grado di difendere interessi e valori degli europei sul piano mondiale.

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