La FAO lancia un messaggio preoccupante: la chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe rivelarsi l’innesco di uno shock sistemico sull’intero comparto agroalimentare mondiale, con conseguenze sui prezzi del cibo che potrebbero farsi sentire con piena intensità entro sei o dodici mesi.
In un podcast pubblicato mercoledì, in cui il capo economista della FAO, Maximo Torero, ha fatto suonare il campanello d’allarme. “È venuto il momento di iniziare a riflettere seriamente su come aumentare la capacità di assorbimento dei Paesi, su come accrescere la loro resilienza a questa strozzatura, in modo da cominciare a minimizzare i potenziali impatti”, ha dichiarato Torero. Un appello rivolto non soltanto ai governi, ma anche alle organizzazioni finanziarie internazionali, al settore privato e alle agenzie ONU.
Il meccanismo che preoccupa gli esperti della FAO è quello di una crisi che si sviluppa per fasi successive: l’impennata dei costi energetici si trasmette prima al prezzo dei fertilizzanti, poi a quello delle sementi, determinando rese agricole più basse, e infine spinge al rialzo i prezzi delle materie prime e, in ultima analisi, dei generi alimentari sugli scaffali. Una catena di cause ed effetti che, una volta avviata, diventa difficile da interrompere.
I segnali sono già visibili, si legge nel comunicato dell’organizzazione.
L’Indice dei Prezzi Alimentari della FAO, che misura le variazioni mensili dei prezzi internazionali di un paniere di materie prime alimentari negoziate sui mercati globali, ha registrato ad aprile il terzo rialzo consecutivo, attestandosi a 130,7 punti, sospinto dagli alti costi energetici e dalle perturbazioni legate al conflitto in Medio Oriente. Su base annua, l’indice risulta superiore del 2,0 percento rispetto a dodici mesi fa. I prezzi degli oli vegetali hanno raggiunto i livelli più alti da luglio 2022, mentre quelli delle carni hanno toccato un nuovo massimo storico.
La finestra si sta chiudendo
Secondo la FAO, le decisioni che agricoltori e governi prenderanno nelle prossime settimane sull’utilizzo dei fertilizzanti, sulle importazioni, sui finanziamenti e sulla scelta delle colture, saranno determinanti per evitare o accelerare la crisi.
David Laborde, direttore della Divisione di Economia Agroalimentare dell’organizzazione, ha indicato che esistono rotte alternative via terra e via mare – attraverso la penisola arabica orientale, l’Arabia Saudita occidentale e il Mar Rosso – ma che la loro capacità è limitata. Per questo motivo, ha sottolineato, è fondamentale che i principali Paesi produttori si astengano dall’imporre restrizioni alle esportazioni, soprattutto per salvaguardare i flussi di aiuti alimentari umanitari.
A complicare ulteriormente il quadro potrebbe arrivare il fenomeno de El Niño, che secondo le previsioni porterà siccità e altererà le condizioni di pioggia e temperatura in diverse regioni del pianeta.
La to-do-list
L’organizzazione ha elaborato un pacchetto articolato di raccomandazioni politiche.
Nel breve periodo, la priorità è garantire corridoi commerciali alternativi, evitare restrizioni sulle esportazioni di energia e fertilizzanti ed esentare gli aiuti alimentari da qualsiasi blocco commerciale. Sul fronte agricolo, si suggerisce di promuovere la policoltura – la coltivazione combinata di cereali e legumi per ridurre la dipendenza dai fertilizzanti azotati, e di attivare programmi di protezione sociale mirati, preferendo sussidi selettivi a quelli generalizzati, attraverso registri digitali capaci di raggiungere in modo efficiente le famiglie rurali più vulnerabili.
Nel medio e lungo periodo, la FAO punta su un’espansione del credito agricolo agevolato, sulla diversificazione dei porti e dei corridoi logistici globali, sulla costituzione di riserve regionali di derrate alimentari e sull’accelerazione della transizione verso sistemi di irrigazione elettrici e solari. Investire oggi in innovazione, dall’ammoniaca verde alla genetica delle colture, è presentato come l’unica via per costruire una resilienza strutturale capace di attutire crisi future.

