Salta l’accordo tra il Parlamento europeo e gli Stati membri sul regolamento che consente perquisizioni domiciliari e l’istituzione di centri di deportazione fuori dall’Unione europea per accelerare i rimpatri dei migranti, in quello che sarebbe dovuto essere l’ultimo round di negoziati.
Il regolamento era stato approvato dal Parlamento europeo lo scorso 26 marzo con il sostegno di una coalizione di gruppi centro-conservatori e di estrema destra, sottolineando la più ampia svolta a destra dell’Eurocamera in materia di politica migratoria durante l’attuale mandato della Commissione. Socialisti, Verdi e la sinistra si sono in gran parte opposti al provvedimento.
Il nuovo regolamento, chiamato “Returns regulation”, dovrebbe introdurre misure più rigide per accelerare il ritorno dei migranti irregolari, tra cui centri di deportazione fuori dall’UE, periodi di detenzione più lunghi e divieti di ingresso per i cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto a rimanere in Europa.
Dopo tre sessioni di colloqui a Strasburgo, i negoziatori hanno rinunciato e deciso di riprendere le trattative il primo giugno. Secondo quanto riferisce Euronews, citando fonti presenti nella sala, l’unico punto controverso era il calendario per l’applicazione della legge.
Se da un lato il Parlamento vuole che l’applicazione inizi immediatamente, gli Stati membri dell’UE stanno facendo pressioni affinché la maggior parte delle disposizioni del regolamento cominci a essere applicata solo tra due anni, con alcuni governi che sostengono di aver bisogno di tempo per adeguare i propri sistemi alle nuove regole.
Il Consiglio dell’UE, in rappresentanza degli Stati membri, aveva inizialmente proposto un rinvio di due anni dell’entrata in vigore del regolamento, fatta eccezione per le disposizioni relative ai centri di rimpatrio, che sarebbero entrate in vigore immediatamente. Il Parlamento ha invece richiesto l’applicazione immediata dell’intero regolamento.
Durante i colloqui, i governi nazionali hanno segnalato la possibilità di accettare un rinvio di un anno. I negoziatori cercheranno ora di raggiungere un accordo provvisorio prima del prossimo incontro.
Altri punti critici di rilievo erano stati in gran parte risolti, tra cui la definizione di “rimpatrio volontario”, il riconoscimento reciproco dei provvedimenti di espulsione in tutto il blocco e la misura in cui la politica migratoria dovesse essere integrata nelle relazioni esterne dell’UE.
“Ora tutti i soggetti coinvolti devono assumersi la responsabilità di farlo”, ha dichiarato Malik Azmani, capo negoziatore del Parlamento europeo. “L’Europa non può permettersi ulteriori ritardi su questo dossier”, ha sottolineato l’eurodeputato citato da Euractiv.com.
Da parte sua, il capo negoziatore del Partito popolare europeo (PPE), François-Xavier Bellamy, ha criticato la proposta di rinviare l’attuazione delle norme. “Vista l’urgenza della situazione migratoria, ci siamo fermamente opposti alle proposte di posticiparne l’applicazione di uno o addirittura due anni”, ha affermato. “Tali ritardi sono ingiustificabili, soprattutto ora che è stato raggiunto un accordo sulla sostanza del testo”.
“Questo incontro è stato una parodia di negoziati”, ha dichiarato Melissa Camara, europarlamentare dei Verdi responsabile del dossier, citata sempre da Euractiv.com. “I negoziatori hanno concordato un testo che calpesta i diritti fondamentali delle persone in esilio. Invece di battersi per un testo dignitoso e umano, hanno scelto di concentrarsi su una ridicola battaglia su quando il testo sarebbe entrato in vigore”, ha aggiunto.
I negoziati hanno anche messo in luce le tensioni all’interno del parlamento. Azmani, un parlamentare liberale, è stato di fatto messo da parte, poiché i gruppi di destra hanno coordinato le proprie strategie separatamente, anche attraverso un gruppo WhatsApp che in seguito ha suscitato polemiche a Bruxelles.
Secondo il testo provvisorio, le autorità nazionali potranno perquisire il “luogo di residenza o altri locali pertinenti” dei migranti irregolari, una disposizione che ONG e società civile hanno paragonato ai famigerati raid condotti dall’agenzia statunitense Immigration and Customs Enforcement.
Qualsiasi perquisizione domiciliare dovrà essere “soggetta a un previo ordine giudiziario o a un ordine amministrativo” e dovrà essere “proporzionata e debitamente giustificata dall’urgenza della perquisizione”.
Il nuovo regolamento apre inoltre alla possibilità per gli Stati membri di trasferire migranti irregolari verso Paesi terzi diversi da quello di origine, a condizione che esista un accordo bilaterale con uno Stato extra-UE disposto a ospitare sul proprio territorio i cosiddetti “return hubs”, i centri destinati alle procedure di rimpatrio.
Su questo punto, il margine di trattativa è stato limitato fin dall’inizio, come sottolinea sempre Euronews. La soluzione dei centri fuori dall’Unione era infatti sostenuta sia dal Parlamento europeo sia dal Consiglio, mentre alcuni governi hanno già avviato iniziative per sviluppare strutture di questo tipo al di fuori del territorio europeo. Il caso più avanzato resta quello italiano, con il progetto in Albania. Eurodeputati e Stati membri hanno inoltre mantenuto la possibilità di rimpatriare verso Paesi terzi anche nuclei familiari con minori, escludendo soltanto i minori non accompagnati.
Nel corso dei negoziati è stata invece espunta una delle disposizioni più controverse sostenute dal Parlamento europeo, ovvero quella che avrebbe consentito contatti con entità non riconosciute di Paesi terzi ai fini della riammissione.
La norma era stata duramente contestata perché avrebbe potuto aprire la strada a forme di cooperazione con autorità non democratiche o prive di riconoscimento internazionale, come i Talebani in Afghanistan. Il tema resta comunque sensibile, anche perché l’Unione europea collabora già sui rimpatri e sulla gestione migratoria con governi problematici in Paesi come Libia, Egitto e Siria.
Il testo prevede poi un forte irrigidimento delle misure di trattenimento. Il periodo massimo di detenzione legale per i migranti irregolari in attesa di rimpatrio passerebbe da sei mesi a due anni, mentre non sarebbe previsto un limite temporale per le persone considerate una minaccia per la sicurezza. Anche i divieti di ingresso nell’UE verrebbero estesi: da cinque a dieci anni, con la possibilità di interdizioni permanenti per i soggetti ritenuti pericolosi.
Parlamento e Stati membri hanno inoltre concordato una modifica rilevante sul piano delle garanzie procedurali. Oggi il ricorso contro una decisione di rimpatrio sospende automaticamente l’esecuzione dell’allontanamento fino alla decisione definitiva. Con le nuove regole, invece, l’effetto sospensivo non sarebbe più automatico, ma verrebbe valutato caso per caso dalle autorità giudiziarie.
[a cura di Simone Cantarini]

