A soli tre anni dal tentativo di introdurre un taglio vincolante del 50% all’uso dei pesticidi entro il 2030, l’Unione europea sembra aver cambiato rotta in modo significativo. La proposta è stata respinta dal Parlamento e successivamente abbandonata dalla Commissione, oggi l’orientamento politico punta a ridurre gli oneri regolatori per il settore agricolo e agrochimico.

Nel 2023, la riduzione dei pesticidi appariva come uno dei pilastri del Green Deal. Sostenuta anche da una forte pressione dell’opinione pubblica – con circa il 40% dei cittadini preoccupati per la presenza di residui nei prodotti alimentari e oltre un milione di firme a favore della riduzione – la proposta prevedeva un dimezzamento rispetto alla media 2015-2017.

Come ricorda in un’analisi Deutsche Welle, all’epoca, la Commissione avvertiva dei rischi sistemici legati all’inazione. “Senza questi cambiamenti, rischiamo il collasso degli impollinatori e degli ecosistemi, con conseguenze ancora più gravi per la sicurezza alimentare e i prezzi”, dichiarava l’allora commissaria alla Salute Stella Kyriakides.

Il percorso legislativo si è però arenato nel novembre 2023, quando il Parlamento europeo ha respinto la proposta con 299 voti contrari e 207 favorevoli. Determinante è stata la mancanza di consenso politico trasversale, con critiche sia da parte del settore agricolo sia di parte dei gruppi progressisti, che hanno giudicato il testo insufficiente sul piano delle tutele e del sostegno agli agricoltori.

Da allora, il dossier è stato progressivamente accantonato. Nel 2026, l’obiettivo vincolante è stato definitivamente ritirato e la Commissione europea sta valutando un approccio molto diverso: semplificare le procedure di autorizzazione e, in alcuni casi, consentire l’approvazione prolungata dei pesticidi senza una rivalutazione sistematica dei rischi dopo il periodo iniziale.

Una scelta che segna un cambiamento di paradigma. Secondo alcuni osservatori, l’Unione starebbe privilegiando la competitività del settore agricolo e industriale rispetto alla riduzione dell’impatto ambientale.

I dati più recenti sembrano confermare un quadro ambiguo. Dopo un calo complessivo di circa il 14% rispetto al 2015, nel 2024 le vendite di pesticidi nell’Unione sono tornate a crescere dell’8% rispetto all’anno precedente. L’aumento è particolarmente evidente nei principali Paesi agricoli – Spagna, Francia, Italia, Germania e Polonia – che da soli rappresentano oltre tre quarti delle vendite totali.

Ancora più rilevante è l’andamento dei pesticidi classificati come altamente pericolosi. Tra il 2023 e il 2024 le vendite di queste sostanze sono aumentate del 27%, con incrementi significativi in diversi Stati membri dell’Est e del Sud Europa.

Tra queste figura anche il glifosato, il cui uso rimane controverso a livello scientifico e politico. Da un lato, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), classifica infatti il glifosato come “potenzialmente cancerogeno”, dall’altro, altre autorità regolatorie – come l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) – ritengono che, alle dosi di uso autorizzate nell’Unione, non vi siano prove sufficienti di rischi reali.

Allo stesso tempo, il glifosato è uno degli erbicidi più utilizzati al mondo e viene impiegato in larga scala in agricoltura convenzionale. La sua persistenza relativamente limitata nel suolo lo rende meno problematico rispetto ad altri pesticidi storici, ma l’uso estensivo solleva preoccupazioni sulla biodiversità.

È proprio sul piano ambientale che la situazione resta critica. Secondo analisi recenti, i residui di pesticidi nei corsi d’acqua europei superano frequentemente le soglie di sicurezza stabilite dall’Unione. In diversi Paesi, come Danimarca, Lettonia e Ungheria, i livelli eccedono anche del 50% i limiti raccomandati.

Solo una minoranza di Stati membri risulta pienamente conforme agli standard ambientali, mentre in altri casi – come la Svezia – si registrano miglioramenti significativi ma ancora insufficienti.

In questo contesto, la direzione politica della Commissione solleva interrogativi sulla coerenza con gli impegni internazionali dell’Unione. Il blocco è infatti firmatario del Global Biodiversity Framework, che prevede la riduzione del 50% dei rischi ambientali legati ai pesticidi entro il 2030.

Le organizzazioni ambientaliste avvertono che l’allentamento delle regole potrebbe compromettere tali obiettivi. La Commissione, dal canto suo, sostiene che la semplificazione normativa favorirà l’ingresso sul mercato di prodotti a minor impatto.

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