L’Europa deve scegliere se continuare a gestire le crisi con strumenti pensati per un mondo che non esiste più, oppure costruire una capacità autonoma di decisione, investimento e difesa. È questo il messaggio lanciato dall’ex presidente della Banca centrale europea (BCE) ed ex premier italiano, Mario Draghi, che nel suo discorso pronunciato in occasione della cerimonia di conferimento del Premio Carlo Magno (Karlspreis) ad Aquisgrana, ha osservato che per la prima volta gli europei si trovano “davvero soli insieme”, avvertendo della necessità di imparare a rispondere in modo più assertivo anche nei confronti degli Stati Uniti, se vuole riportare la relazione transatlantica su basi più equilibrate.
Nel suo discorso, Draghi ha nuovamente posto l’accento sul cosiddetto “federalismo pragmatico” già citato più volte in questi mesi, ricordando che “quei Paesi che avvertono più intensamente il peso di questo momento — e comprendono che la finestra per agire non resterà aperta indefinitamente — devono essere liberi di andare avanti”.
A ormai 20 mesi dalla presentazione del Rapporto sul futuro della competitività europea, Draghi ha indicato tre fragilità centrali per l’UE: la dipendenza dalla domanda esterna, la dipendenza strategica da capacità controllate da altri, e il ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina.
Il Premio Carlo Magno viene assegnato per il lavoro svolto al servizio dell’unificazione europea. Conferito dal 1950 dalla città tedesca di Aquisgrana, commemora Carlo Magno, sovrano dell’Impero franco e figura associata alla prima unificazione dell’Europa occidentale dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente. Tradizionalmente il riconoscimento viene consegnato il giorno dell’Ascensione, durante una cerimonia nel Municipio di Aquisgrana.
Le dipendenze europee e il mercato interno incompiuto
Nel discorso, Draghi parte da una diagnosi severa del momento attraversato dall’Europa. “Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile”, ha affermato Draghi, osservando che la pressione sul continente è “profonda” e cresce “mese dopo mese”. Ma questa fase, aggiunge, non è soltanto un momento di pericolo: è anche “un momento di rivelazione”, perché le crisi stanno costringendo gli europei a riconoscere ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme.
Il punto di partenza è la sequenza di shock che dal 2020 ha ristretto lo spazio dell’esitazione politica. Draghi richiama i dazi imposti dal principale partner commerciale dell’Europa, “a livelli mai visti in un secolo”, e il ritorno della guerra in Medio Oriente, che ha riportato inflazione nelle economie europee e inquietudine nelle famiglie. Anche quando lo Stretto di Hormuz riaprirà, avverte, le fratture prodotte nelle catene di approvvigionamento potrebbero protrarsi per mesi o anni.
Queste crisi arrivano mentre i fabbisogni di investimento europei sono cresciuti enormemente. Secondo Draghi, ciò che era già stimato in circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salito, con gli impegni assunti negli ultimi anni sulla difesa, a quasi 1.200 miliardi l’anno in media. Per questo, ha affermato, “la crescita è la condizione per tutto ciò che l’Europa dice ora di dover fare”: finanziare la transizione energetica, difendere il continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società sempre più anziane.
Come ricordato dall’ex premier, la cornice globale è cambiata. Gli Stati Uniti non possono più essere considerati automaticamente i garanti dell’ordine del dopoguerra, mentre la Cina non rappresenta un’ancora alternativa. Pechino, ha osservato Draghi, produce eccedenze industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la base produttiva europea, e sostiene direttamente l’avversario russo. “Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme”, ha ammesso.
Draghi ha collegato questa condizione a una contraddizione interna del modello europeo. L’Europa ha costruito “la più aperta grande economia del mondo”, ma non ha completato il mercato interno: i mercati dei capitali restano frammentati, i sistemi energetici non sono sufficientemente interconnessi e ampie parti dell’economia sono ancora imprigionate in strati di regolazione. “Il risultato non è stato una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica”, ha aggiunto.
Da questa asimmetria derivano, secondo l’ex premier, le vulnerabilità attuali. La prima è l’esposizione alla domanda esterna: dal 1999, la quota del commercio sul Pil dell’area euro è salita dal 31 al 55 per cento, mentre negli Stati Uniti e in Cina è rimasta sostanzialmente stabile. La seconda è la dipendenza strategica. Oggi metà del capitale investito attraverso fondi europei torna negli Stati Uniti, dove rischi e rendimenti sono più elevati; l’Europa dipende dagli Stati Uniti per il 60 per cento delle importazioni di GNL; e persino nella tecnologia pulita non riesce ancora a dispiegare la transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di fornitura cinesi.
La terza fragilità indicata da Draghi riguarda le tecnologie del prossimo decennio. Dal 2019, il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di nove punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. L’intelligenza artificiale arriva sopra questa frattura. Secondo Draghi, l’IA richiede “una mobilitazione industriale su una scala che non si vede da generazioni”: energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. Gli Stati Uniti sono sulla traiettoria per spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030, mentre la Cina mobilita risorse su scala analoga.
Made in Europe, politica industriale e rapporto con gli Stati Uniti
La domanda diventa quindi come correggere lo squilibrio. Draghi ha respinto l’idea che basti difendere l’apertura commerciale. L’Europa può ancora guadagnare da una maggiore liberalizzazione degli scambi, ha ammesso l’ex presidente della BCE, ma anche se concludesse tutti i negoziati commerciali oggi in corso, l’aumento di lungo periodo del Pil sarebbe inferiore allo 0,5 per cento. Il problema più profondo è politico: nuovi accordi commerciali sono più facili da concludere rispetto al completamento del lavoro rimasto incompiuto in casa, perché questo obbliga a confrontarsi con rendite e interessi consolidati che beneficiano di un mercato unico incompleto e di mercati energetici frammentati.
Draghi non ha liquidato il ritorno della politica industriale. Al contrario, ha riconosciuto che in molti casi è necessaria, perché tutte le grandi economie stanno utilizzando strumenti pubblici su una scala che rende sempre meno credibile l’idea di un terreno di gioco globale realmente paritario. Ma ha avvertito che politica industriale e dazi non funzioneranno se l’Europa non risolve l’incoerenza del proprio modello.
Per l’ex premier il concetto di “Made in Europe” dovrebbe essere interpretato come un modo per usare più deliberatamente la domanda europea. Settori con lunghi orizzonti di investimento, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, hanno bisogno di un mercato grande e stabile per investire in Europa. “Senza una propria domanda, l’Europa non può sostenere una posizione credibile all’estero”, ha osservato Draghi.
Lo stesso vale per gli aiuti di Stato. Secondo Draghi, infatti, se gli Stati membri tentano di condurre politiche industriali su larga scala dentro l’attuale struttura del mercato unico, il rischio è spendere male, frammentare gli investimenti lungo linee nazionali e trasferire costi sugli altri Paesi. La soluzione ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma, per Draghi, anche un’economia europea davvero integrata cambierebbe il terreno su cui la politica industriale opera: le imprese sostenute sarebbero più spesso società già testate su scala continentale, non campioni nazionali protetti.
Per quanto riguarda il rapporto con gli USA, per Draghi l’Europa non può riportare in casa ogni tecnologia critica, dato che il costo sarebbe proibitivo, ma serviranno accordi preferenziali con partner affidabili, garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure. Gli Stati Uniti resteranno centrali. Ma il partner da cui l’Europa continua a dipendere è diventato, secondo Draghi, “più avversariale e imprevedibile”.
L’ex presidente della BCE ha osservato che l’Europa ha cercato negoziato e compromesso, ma “per lo più non ha funzionato”. Ogni volta che assorbe uno shock senza reagire, “abbassa il costo del successivo”. Per questo l’Europa deve dotarsi della capacità di rispondere in modo più assertivo, riportando la partnership su basi più equilibrate. Il vincolo principale è la sicurezza: un’alleanza in cui l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa è anche un’alleanza in cui quella dipendenza può condizionare ogni altro negoziato, dal commercio alla tecnologia, fino all’energia.
Per Draghi, “se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi una maggiore responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche ottenere una maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa viene organizzata — e con quella autonomia arriverà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche”.
Per l’ex premier, ciò “non deve indebolire la relazione transatlantica o la NATO”, ma, al contrario, “porrebbe entrambe su basi più solide”.
Infatti, secondo Draghi, “un’Europa capace di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso”, e “una partnership costruita sulla forza reciproca sarà sempre più matura di una costruita sulla dipendenza asimmetrica”.
Federalismo pragmatico, difesa e legittimità democratica
Nel suo intervento Draghi ha ricordato che la ricerca e sviluppo europea nel settore della difesa vale appena un decimo di quella americana, mentre i governi europei spendono ogni anno tra 40 e 70 miliardi di euro in armi statunitensi. La mancata aggregazione della domanda comporta inoltre una perdita stimata di altri 60 miliardi in economie di scala.
Al tempo stesso, cambiamenti importanti sono già in corso. L’Europa ha compiuto “la scelta strategica più conseguente degli ultimi decenni”: investire nella propria difesa. Entro la fine del decennio, afferma Draghi, la sola Germania spenderà più o meno quanto la Russia spende oggi per la sua economia di guerra pienamente mobilitata. L’Ucraina, intanto, sta producendo una forma di integrazione pratica che l’Europa aveva faticato a realizzare per via progettuale: i Paesi ordinano gli stessi equipaggiamenti perché non possono attendere varianti nazionali su misura, mentre imprese europee producono sistemi ucraini sul territorio alleato.
La cooperazione si sta espandendo rapidamente. Draghi ha citato una mappatura che ha individuato oltre 160 accordi bilaterali e plurilaterali di difesa tra Stati europei, Regno Unito e Ucraina, la maggior parte firmati dopo l’invasione russa. Sei di questi partenariati includono una clausola di mutua difesa. Il compito, ora, è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti: “Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile ancora prima che la crisi cominci”.
Le strade indicate sono due. La prima passa da coalizioni più ristrette di Paesi le cui capacità e percezioni della minaccia già convergono. Draghi cita un nucleo formato da Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme ai Paesi nordici e baltici più vicini alla minaccia. La seconda consiste nel dare sostanza operativa all’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, la clausola di difesa reciproca dell’UE, che pur essendo giuridicamente definita e già invocata una volta non è ancora stata tradotta in piani, capacità e strutture di comando concrete.
I cittadini europei, secondo Draghi, chiedono più azione comune, ma non semplicemente “più dell’Europa che abbiamo”. Chiedono miglioramenti pratici nella capacità dell’Unione di proteggerli e rafforzarli, in modi verificabili e democraticamente controllabili. Il problema, secondo Draghi, è che l’azione a ventisette spesso non riesce più a consegnare ciò che il momento richiede. Le ambizioni dei leader entrano in una macchina procedurale che le diluisce e le ritarda, fino a produrre risultati lontani dalla scala della sfida.
“Dobbiamo rompere questo ciclo”, afferma.
Per l’ex premier, “quei Paesi che avvertono più intensamente il peso di questo momento — e comprendono che la finestra per agire non resterà aperta indefinitamente — devono essere liberi di andare avanti”. Questo, ha aggiunto Draghi, “è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico”.
L’ex premier ha indicato che la “virtù” del federalismo pragmatico “è che può ricostruire insieme capacità di realizzazione e legittimità democratica”. Infatti, “i Paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti capaci di produrre risultati che i cittadini possano vedere e misurare”.
Per l’ex premier, “questo approccio sarà necessariamente sperimentale” con “alcune iniziative” che funzioneranno e “altre no”. Ed è “per questo che è pragmatico”, ha ammesso Draghi. “Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori”, ha ricordato.
L’esempio, per l’ex premier, è dato proprio dalla moneta unica, l’euro. Draghi ha osservato che ai tempi della sua costituzione i Paesi disposti ad andare avanti lo fecero, costruendo istituzioni comuni dotate di reale autorità e quando l’impegno fu messo alla prova fino quasi al punto di rottura, la solidarietà richiesta si rivelò molto più ampia di quanto molti avessero immaginato. Il quadro, per l’ex premier ha retto, altri Paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno alla moneta unica è oggi a livelli record.
Draghi ha trasferito quella logica a energia, tecnologia e difesa. “Siamo arrivati a un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato”, ha affermato. Alcune richiedono per Draghi una scala che solo l’Europa può offrire; altre una legittimità democratica da costruire dal basso. Insieme, richiedono ai leader europei di compiere “un passo in più”.

