Mentre Péter Magyar tratta con Bruxelles per sbloccare 17,5 miliardi congelati sotto Orbán, Austria, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Estonia e Finlandia pubblicano un documento per blindare le regole sul rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali del prossimo bilancio settennale.

Sarà una casualità che mentre Péter Magyar, il neo eletto Primo ministro ungherese, si prepara a un confronto con la Commissione europea su come riuscire a recuperare i soldi che sono stati congelati durante il mandato di Viktor Orbán, sei Stati membri – Austria, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Estonia e Finlandia – pubblicano su X un documento il cui titolo dice già tutto: “Sullo Stato di diritto e sulla Carta dei diritti fondamentali nella proposta di Quadro Finanziario Pluriennale”.

“La Svezia chiede un’applicazione più forte, più coerente e credibile della condizionalità dello Stato di diritto e della Carta in tutto il Quadro finanziario pluriennale (MFF)” ha commentato la Ministra per gli affari europei della Svezia, Jessica Rosencrantz. “Questi principi non sono un optional, sono essenziali per tutti i fondi UE”.

Sono circa 17 miliardi e mezzo di euro, fra finanziamenti a fondo perduto e prestiti agevolati, i soldi che dal 2022 l’Ungheria non può toccare e che adesso il primo ministro punta a recuperare, con non poche difficoltà.

Il non-paper dei sei 

Il documento, tecnicamente un non-paper – uno strumento informale con cui i governi segnalano le proprie priorità negoziali senza impegnarsi in una posizione ufficiale – entra nel merito del regolamento sui Piani di partenariato nazionale e regionale (NRP), il quadro normativo che regolerà la distribuzione dei fondi nel prossimo bilancio settennale dell’Ue.

Il messaggio di fondo è semplice: le regole che legano i fondi europei al rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali devono essere più forti di quelle attuali, non più deboli. E devono valere per tutti, senza eccezioni.

“Ci aspettiamo che la Commissione applichi queste regole in modo efficiente e deciso, inclusa la votazione a maggioranza qualificata invertita nel Consiglio quando appropriato” ha precisato la Ministra svedese, proponendo una procedura di voto che punta a facilitare l’adozione di sanzioni, facendo sì che una proposta della Commissione si consideri approvata a meno che il Consiglio non la respinga con un voto a maggioranza qualificata – un’inversione della votazione. Questo darebbe garanzie ulteriori rispetto a possibili compromessi a ribasso, da parte degli Stati membri, sui principi di condizionalità.

Nel documento, i Paesi firmatari parlano anche dei fondi già bloccati per violazioni della condizionalità.

La proposta attuale consente di redistribuire comunque il 30% di quelle risorse: per i sei governi questa norma va eliminata. Permettere anche solo una restituzione parziale, si legge nel documento, svuoterebbe di significato l’intero meccanismo, trasformando una sanzione in una trattativa.

Un passaggio del documento affronta, poi, un tema più sottile ma altrettanto rilevante. La proposta attuale prevede che, in caso di violazioni che coinvolgano sia la Carta dei diritti fondamentali che lo Stato di diritto, prevalga automaticamente il secondo. Per i sei paesi questo crea una gerarchia inaccettabile, che rischia di non tutelare i diritti fondamentali dei cittadini europei ogni volta che sul tavolo c’è anche una questione di Stato di diritto.

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