La Commissione europea conferma l’invito a Bruxelles di funzionari del governo non riconosciuto dei talebani, per discutere le modalità per rimpatriare i migranti afghani attualmente residenti sul suolo europeo. La conferma giunge dopo che Bruxelles aveva inizialmente preferito non commentare, o quantomeno, non confermare le indiscrezioni diramate nei mesi scorsi da diverse testate europee.

Parlando ai giornalisti durante il briefing di mezzogiorno a Palazzo Berlaymont, il portavoce della Commissione per gli Affari interni, Markus Lammert, ha confermato che la Direzione generale Affari interni della Commissione e il ministero della Giustizia svedese hanno inviato una lettera alle autorità de facto in Afghanistan “per informarsi sulla disponibilità a un incontro a livello tecnico qui a Bruxelles”. Lammert ha spiegato che si tratterebbe di “un incontro di follow-up” rispetto a una riunione tecnica già avvenuta in Afghanistan nel gennaio di quest’anno.

Il portavoce ha precisato che i contatti tecnici rispondono a un’iniziativa promossa nell’ottobre scorso da 20 Stati membri e Paesi associati Schengen. In quella lettera, ha spiegato Lammert, i governi chiedevano alla Commissione “di coordinare tali contatti tecnici sui rimpatri”. I ministri, ha aggiunto, hanno sottolineato che l’obiettivo è concentrarsi sul rimpatrio di persone “che naturalmente non hanno diritto a rimanere nell’Unione e che rappresentano una minaccia per la sicurezza”. “Si tratta principalmente di persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza”, ha affermato Lammert.

Secondo la Commissione, il confronto con le autorità de facto afghane non costituirebbe però un cambiamento politico né un riconoscimento del governo talebano. “L’UE ha il mandato del Consiglio di mantenere un impegno operativo con le autorità de facto in Afghanistan”, ha dichiarato Lammert, precisando che questo “non costituisce in alcun modo un riconoscimento”. Il portavoce ha inoltre ricordato che l’Unione mantiene una presenza sul terreno “per facilitare i contatti, monitorare la situazione, assistere gli Stati membri dell’UE e continuare a fornire sostegno a beneficio del popolo afghano”. Si tratta, ha aggiunto, di “contatti operativi” che rientrano nel quadro delle conclusioni del Consiglio del 2021, poi riconfermate nel marzo 2023.

Lammert non ha però chiarito chi pagherebbe eventuali voli e alloggi della delegazione talebana, sostenendo che la Commissione “non è ancora a questo punto”. “Stiamo ora verificando la disponibilità a un incontro qui a Bruxelles”, ha spiegato, aggiungendo che eventuali dettagli saranno comunicati in seguito.

I Paesi occidentali si sono rifiutati di riconoscere i talebani da quando i combattenti islamisti sono tornati al potere in Afghanistan cinque anni fa, rovesciando un governo che era stato sostenuto dalle truppe statunitensi e della NATO per due decenni.

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Circa 20 governi nazionali stanno esercitando pressioni per un meccanismo a livello europeo che coordini l’espulsione dei cittadini afghani che non hanno il diritto legale di rimanere nel blocco o che sono stati condannati per reati.

Uno tra i primi Paesi a muoversi in tal senso, è stata la Germania che, pur senza riconoscere i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan, ha ormai aperto un canale diretto con le autorità de facto di Kabul sul dossier dei rimpatri.

La Germania ha già rimpatriato più di 100 cittadini afghani dal 2024, utilizzando voli charter resi possibili dal Qatar. L’ultima operazione di espulsione è avvenuta a fine febbraio la Germania e ha riguardato 20 cittadini afghani condannati per reati, in quello che Die Zeit ha definito il primo volo charter organizzato “sulla base di un accordo diretto”, mentre in passato il Qatar aveva svolto un ruolo di mediazione. Anche l’Austria ha adottato misure simili.

Ospitare una delegazione talebana a Bruxelles resta altamente controverso perché significherebbe aprire un canale politico con un regime che, dopo il suo ritorno al potere nel 2021, ha cancellato in modo sistematico i diritti fondamentali di donne e ragazze.

L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui l’istruzione secondaria e universitaria è vietata a ragazze e donne, e dal dicembre 2024 il bando è stato esteso anche agli istituti medici, con effetti diretti persino sulla formazione del personale sanitario femminile.

Alla repressione di genere si aggiungono la stretta sulla stampa, la chiusura di media indipendenti, gli arresti di giornalisti, nonché ripetute denunce delle Nazioni Unite su arresti arbitrari, torture e maltrattamenti ai danni di detenuti, dissidenti e persone rimpatriate con la forza.

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