Il principale ostacolo alla costruzione di una difesa europea è ancora la resistenza degli Stati membri più influenti. La denuncia arriva stavolta dall’olandese Reinier van Lanschot (Volt | Greens), promotore di un gruppo di eurodeputati favorevoli alla rapida costruzione di un’Unione europea della difesa, che accusa le grandi capitali di frenare l’integrazione del settore militare per proteggere le proprie industrie nazionali.

Secondo van Lanschot, negli ultimi mesi il Parlamento europeo e la Commissione hanno mostrato una convergenza crescente sulla necessità di rafforzare le capacità comuni dell’Unione. In particolare, l’eurodeputato ha sottolineato la collaborazione instaurata con il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius e con la commissione Difesa e Sicurezza dell’Eurocamera.

Il problema sarebbe politico più che istituzionale. “La Commissione europea e il Parlamento avanzano proposte ambiziose, ma il Consiglio e i governi non le implementano”, ha dichiarato van Lanschot, individuando nei grandi Stati membri i principali responsabili dello stallo.

Nel mirino dell’eurodeputato vi è soprattutto il mancato completamento di un autentico mercato unico della difesa. Francia, Germania e altri grandi Paesi continuano infatti a privilegiare gli acquisti nazionali e a sostenere le proprie filiere industriali, limitando l’integrazione europea nel procurement militare. Una dinamica che, secondo i sostenitori dell’Unione della difesa, produce duplicazioni, sprechi e una frammentazione strategica incompatibile con il contesto geopolitico attuale.

Le critiche non risparmiano nemmeno la Spagna, accusata di sostenere formalmente l’idea di un esercito europeo senza però accompagnare questa posizione con investimenti adeguati nel settore della difesa. Sullo sfondo pesa il deterioramento del quadro di sicurezza europeo dopo l’invasione russa in Ucraina e il timore di un progressivo disimpegno statunitense dal continente.

Van Lanschot ha collegato direttamente l’urgenza dell’integrazione europea alla rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, descrivendo il ritorno del presidente americano come un campanello d’allarme per l’Europa. “Abbiamo continuato a premere il tasto snooze”, ha affermato, ricordando l’invasione russa in Georgia nel 2008, l’annessione della Crimea nel 2014 e la guerra su larga scala contro l’Ucraina iniziata nel 2022.

L’Unione avrebbe reagito troppo lentamente anche dopo l’inizio del conflitto, mancando l’occasione di costruire una strategia comune capace di rafforzare simultaneamente il sostegno a Kyiv e l’autonomia strategica europea. In questo quadro, van Lanschot ha definito lo scontro tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca come “uno dei grandi tradimenti del XXI secolo”.

Il tema della sicurezza europea si intreccia così sempre più con quello del futuro della NATO. Per i sostenitori della proposta di van Lanschot, il rafforzamento delle capacità militari europee non dovrebbe rappresentare un’alternativa all’Alleanza atlantica, bensì una condizione necessaria per mantenerne la credibilità.

Van Lanschot ha richiamato il recente ritiro di migliaia di militari statunitensi dalla Germania come ulteriore segnale della necessità per l’Europa di assumersi maggiori responsabilità strategiche. L’obiettivo, ha spiegato, dovrebbe essere trasformare l’Unione da “junior partner” degli Stati Uniti a partner pienamente paritario all’interno della NATO.

Nel dibattito emerge inoltre con sempre maggiore forza il ruolo dell’Ucraina nel futuro assetto della difesa continentale. Secondo diversi eurodeputati, Kyiv rappresenta oggi uno dei principali laboratori europei di innovazione militare, grazie all’esperienza maturata sul campo contro la Russia.

Anche l’eurodeputata lituana Rasa Juknevičienė (Unione Patriottica | PPE) sostiene che l’integrazione dell’Ucraina nella cooperazione europea in materia di difesa debba precedere il suo eventuale ingresso formale nell’Unione. La cooperazione industriale, tecnologica e militare con Kyiv viene ormai considerata da una parte crescente delle istituzioni europee come un elemento essenziale per rafforzare la sicurezza del continente nel lungo periodo.

Per quanto a parole sono parecchi gli Stati membri che hanno fatto presente come sul settore della difesa sia necessaria una maggiore convergenza su Bruxelles, oggi nessuno appare davvero disposto a cedere sovranità e interessi industriali nazionali per costruire un sistema di difesa europeo integrato, seppur tale immobilismo rischi di indebolire proprio quelle stesse imprese.

Anche i grandi piani annunciati negli ultimi mesi faticano, almeno per ora, a tradursi in risultati concreti. Gli obiettivi delineati da “Readiness 2030”, così come l’aumento delle spese militari richiesto agli Stati membri della NATO, restano infatti più visibili sul piano delle dichiarazioni politiche che su quello dell’effettivo rafforzamento delle capacità europee.

Persistono ritardi nell’attuazione, difficoltà di coordinamento e forti divergenze sulle priorità strategiche. Inoltre, una parte significativa delle nuove risorse continua a essere investita attraverso acquisti extraeuropei, limitando così lo sviluppo di un’autentica base industriale comune.

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