La Commissione europea deve garantire che le sanzioni statunitensi contro Francesca Albanese e i giudici e procuratori della Corte penale internazionale non abbiano effetto sul territorio dell’Unione europea. E’ la richiesta del premier spagnolo, Pedro Sanchez, che mercoledì 6 maggio, ha annunciato di aver contattato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per richiedere l’attivazione immediata dello Statuto di blocco, uno strumento che consente la sospensione delle normative di Paesi terzi che ledono gli interessi dell’Unione europea.

Secondo quanto riferisce la Moncloa in una nota, “la Spagna si sta già adoperando per ottenere il sostegno degli altri Stati membri al fine di formare una coalizione a supporto di questa iniziativa”.

In un messaggio su X, Sanchez ha affermato: “La Spagna non può girarsi dall’altra parte. Sanzionare chi difende la giustizia internazionale significa mettere a rischio l’intero sistema dei diritti umani”. Per il premier spagnolo, “l’UE non può rimanere con le mani in mano di fronte a questa persecuzione”. Per questo, ha aggiunto, “oggi chiediamo alla Commissione di attivare lo Statuto di Blocco, per proteggere l’indipendenza della Corte Penale Internazionale e delle Nazioni Unite, e le loro azioni per porre fine al genocidio a Gaza”.

In particolare, Sánchez ha esortato la Commissione europea a proteggere eminenti difensori del diritto internazionale dalle sanzioni imposte dal governo statunitense. Da febbraio 2025, gli Stati Uniti hanno sanzionato undici giudici e procuratori della Corte penale internazionale in successive ondate di provvedimenti, e a luglio 2025 hanno iniziato ad applicare tali misure anche a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Nella lettera indirizzata a von der Leyen, Sánchez ha avvertito che queste sanzioni “creano un precedente molto preoccupante che compromette il funzionamento indipendente di istituzioni essenziali per la giustizia internazionale”.

Le tattiche di pressione autorizzate dal presidente Trump includono la chiusura di conti bancari e servizi, restrizioni di viaggio e ogni sorta di ostacolo per impedire loro di svolgere il proprio lavoro: indagare e perseguire le violazioni dei diritti umani.

Il Regolamento (CE) n. 2271/1996, noto come Statuto di blocco, è servito a proteggere gli operatori economici europei dall’applicazione extraterritoriale di leggi di Paesi terzi che ledono gli interessi dell’Unione europea (attualmente si applica ad alcune leggi statunitensi).

Nella sua lettera alla Commissione, il governo spagnolo sostiene che è giunto il momento che questo meccanismo “vada oltre la logica commerciale per cui è stato creato” e funga da scudo contro misure che mettono a repentaglio il sistema multilaterale basato sulla Carta delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale.

Per attuare ciò, l’Unione Europea dovrebbe includere la legge straniera dannosa nell’allegato al regolamento. In questo caso, la Spagna chiede l’inclusione di diversi decreti esecutivi statunitensi, emanati ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act e del National Emergencies Act, che costituiscono la base delle sanzioni.

La lettera ricorda che la Corte penale internazionale ha un ruolo essenziale nella lotta all’impunità e nel garantire la responsabilità per i crimini più efferati (genocidio, crimini di guerra, aggressione e crimini contro l’umanità), e che i relatori speciali delle Nazioni Unite svolgono un ruolo chiave nell’indagare sulle denunce di violazioni dei diritti umani. Pertanto, le sanzioni non colpiscono solo chi le impone, ma “erodono anche l’intero quadro normativo che è alla base delle relazioni internazionali”, sottolinea Sánchez.

La Spagna si sta già adoperando per ottenere il sostegno di altri Stati membri impegnati nella giustizia internazionale e nella difesa dei diritti umani, al fine di formare una coalizione a supporto della richiesta alla Commissione. Inoltre, promuoverà l’inserimento di tale questione nell’agenda della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026, con l’obiettivo di garantire che le sue conclusioni includano un mandato politico esplicito per la Commissione.

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