I governi europei dovrebbero accelerare e rendere più trasparenti i procedimenti giudiziari contro i sabotatori reclutati dalla Russia per compiere attacchi sul territorio dell’Unione. È quanto sostengono rappresentanti del Kaitsepolitseiamet, il servizio di sicurezza interno estone, in un’intervista al Financial Times. L’Estonia, uno dei Paesi baltici più esposti alle operazioni di guerra ibrida attribuite a Mosca, ha sviluppato nel tempo un approccio particolarmente duro, basato su pene esemplari e su una forte deterrenza.

Il modello estone, come spiegato dal capo del servizio di sicurezza interno Harrys Puusepp, si fonda su un principio di fondo: agire rapidamente e rendere le conseguenze delle attività di sabotaggio il più onerose possibile per chi le compie e per chi le commissiona. “La Russia e i suoi servizi fanno queste cose finché glielo permettiamo”, ha detto Puusepp, “non possiamo dissuaderli dal tentare, non possiamo fermarli, ma possiamo rendere loro le cose il più difficili e costose possibile”.

Secondo Tallinn, l’efficacia di questa strategia dipende anche dalla trasparenza dei procedimenti. Rendere pubblici i casi e utilizzare in modo pieno gli strumenti giudiziari avrebbe un effetto deterrente più ampio rispetto a indagini condotte in modo riservato. In questa logica, la condivisione delle informazioni di intelligence tra Paesi alleati diventa centrale per identificare rapidamente i responsabili – spesso reclutati attraverso reti criminali o piattaforme digitali – e colpirli prima che le operazioni si intensifichino.

Come altri Paesi confinanti con la Russia, l’Estonia ha accumulato negli anni un patrimonio informativo significativo sulle modalità operative delle campagne di sabotaggio e influenza attribuite a Mosca. Si tratta, secondo i servizi estoni, di schemi che coinvolgono frequentemente individui ingaggiati a basso costo, non necessariamente cittadini russi, ma comunque riconducibili alla sfera di influenza del Cremlino, che variano a seconda di dove vengono eseguiti.

Se in Estonia sono apparsi centrali il vandalismo contro politici e giornalisti e gli incendi dolosi, in Polonia, hanno spopolato i cyberattacchi e l’indebolimento delle infrastrutture critiche. Sono state fatte esplodere, ad esempio, le linee ferroviarie sulla tratta Varsavia-Lublino, e per il governo polacco non c’è dubbio si tratti di sabotaggio riconducibile alla Russia.

Altri Paesi sono più cauti davanti a episodi simili. Il Financial Times osserva che gli attacchi incendiari contro proprietà e un veicolo legato al primo ministro britannico Keir Starmer vengono perseguiti dal Regno Unito come incendi dolosi e non come spionaggio, nonostante i sospetti coinvolgimenti dell’intelligence russa.

Questa eterogeneità di risposte alimenta un dibattito crescente a Bruxelles. Diversi esperti e funzionari europei sottolineano infatti come processi pubblici, coerenti e sistematici – sulla linea di quanto proposto da Tallinn – potrebbero rafforzare l’effetto deterrente rispetto a indagini frammentate o coperte dal segreto.

Al tempo stesso, il timore che una maggiore esposizione dei casi possa deteriorare ulteriormente i rapporti con Mosca o indebolire la cooperazione con altri partner internazionali, potrebbe avere la meglio e non portare la discussione a un livello successivo, quello in cui sarebbero davvero coinvolti i governi nazionali.

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