L’impennata dei prezzi del jet fuel, quasi raddoppiati dall’inizio delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran a fine febbraio ha avuto importanti conseguenze in Europa. Le prime restrizioni operative in alcuni aeroporti italiani, legate ai timori di carenze di carburante, sono il segnale più evidente di una tensione solamente mitigata dal recente annuncio dell’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran raggiunto grazie alla mediazione del Pakistan e che dovrebbe portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Il blocco ha ridotto drasticamente i flussi di greggio e prodotti raffinati, colpendo in particolare il carburante per l’aviazione, già sotto pressione nei mesi primaverili.
Nel breve periodo, il continente non è ancora di fronte a un’interruzione immediata delle forniture. Le ultime spedizioni partite prima della chiusura dello stretto sono attese nei porti europei entro metà aprile, ma dopo quella finestra l’incertezza aumenta.
La tenuta dipenderà soprattutto dalle scorte disponibili e dalla capacità di riorganizzare le catene di approvvigionamento. Secondo stime di mercato, le riserve potrebbero coprire alcuni mesi di consumo, fino a sette mesi in paesi come Italia e Germania, ma si tratta di calcoli teorici che non tengono conto di eventuali colli di bottiglia logistici o variazioni della domanda.
Un elemento a favore dell’Europa è la presenza di una base di raffinazione relativamente solida in paesi come Germania, Italia, Spagna e Paesi Bassi, che potrebbe attenuare l’impatto rispetto ad altre regioni più dipendenti dalle importazioni mediorientali.
Maggio come banco di prova
Il vero test arriverà nei prossimi giorni quando venerdì inizieranno i negoziati tra Stati Uniti e Iran e quando saranno chiari i punti del piano di pace in 10 punti proposto dall’Iran che sarebbe stato presentato alla Casa Bianca tramite intermediari pakistani. Finora, l’elenco pubblicato dai media statali iraniani, include una serie di condizioni che gli Stati Uniti hanno respinto in passato, tra cui il controllo iraniano sullo stretto di Hormuz e il ritiro militare degli Stati Uniti dal Medio Oriente.
In questo contesto, se le rotte alternative non riusciranno a compensare il collo di bottiglia rappresentato da uno Stretto di Hormuz sempre a rischio chiusura, maggio potrebbe segnare l’inizio di una fase più critica, con disponibilità fisica del carburante sempre più incerta.
In Asia gli effetti sono già visibili, con cancellazioni di voli e riduzione delle frequenze. In Europa, la compagnia scandinava SAS ha annunciato il taglio di circa 1.000 voli nel mese di aprile, una mossa che potrebbe anticipare decisioni simili da parte di altri vettori.
Per le compagnie aeree, la risposta è già tracciata: aumento delle tariffe, introduzione o rafforzamento dei supplementi carburante e riduzione delle rotte meno redditizie. Un mix che rischia di comprimere la domanda e rallentare la ripresa del traffico aereo.
La situazione è particolarmente delicata per i vettori meno coperti da strategie di hedging. Anche chi si è protetto dai rincari del petrolio, infatti, può rimanere esposto al divario crescente tra il prezzo del greggio e quello del carburante raffinato.
A complicare il quadro c’è la natura stessa della logistica aeroportuale: il carburante non viene stoccato in grandi quantità negli scali, ma arriva in modo continuo attraverso oleodotti e raffinerie. Questo significa che anche interruzioni temporanee possono tradursi rapidamente in problemi operativi, soprattutto nei grandi hub.
Volumi ancora insufficienti
Nel tentativo di colmare il deficit, le importazioni dagli Stati Uniti sono aumentate e potrebbero crescere ulteriormente nei prossimi mesi. Tuttavia, i volumi restano ancora insufficienti per compensare pienamente la perdita delle forniture mediorientali.
Parallelamente, le raffinerie europee stanno cercando di incrementare la produzione di jet fuel, ma i margini di manovra sono limitati nel breve periodo.
Sul fronte politico, la Commissione europea sta cercando di costruire un quadro più preciso della situazione, avviando un confronto con gli Stati membri. Le scorte strategiche — che includono diverse tipologie di carburanti — restano infatti di competenza nazionale, rendendo complesso un coordinamento immediato.
Per ora, Bruxelles esclude interventi d’emergenza a livello europeo senza un’analisi condivisa. Ma se la crisi dovesse aggravarsi, non è escluso il ricorso a misure coordinate per garantire l’approvvigionamento.

