L’energia nucleare sta vivendo un vero ritorno in Europa? I dati di Eurostat sembrano suggerirlo. Nel 2024 la produzione di energia nucleare nell’Unione europea è aumentata del 4,8%, proseguendo la crescita per il secondo anno consecutivo. Il nucleare garantisce quasi un quarto della produzione energetica dell’Unione europea.
L’energia nucleare è prodotta in 12 Stati membri dell’Unione; nel 2024 la loro produzione ha raggiunto 649.524 gigawattora (GWh). Di gran lunga il maggiore produttore resta la Francia, che rappresenta il 58,6% della produzione dell’Unione. A grande distanza seguono la Spagna (8,4%), la Svezia (7,8%) e la Finlandia (5%). Questi quattro Paesi insieme producono quasi l’80% di tutta l’energia nucleare dell’Unione.
La crescita annua più elevata è stata registrata in Francia, dove la produzione è aumentata del 12,5%. Seguono la Svezia (+4,5%) e la Slovenia (+4,2%). Negli altri Stati, al contrario, la produzione è mediamente diminuita di circa il 4%. La Germania, che fino al 2021 era il secondo produttore di energia nucleare nell’Unione, ha abbandonato definitivamente il nucleare nel 2023.
La quota del nucleare nella produzione elettrica varia notevolmente tra i Paesi dell’Unione. La dipendenza più alta si registra in Francia, dove le centrali nucleari hanno prodotto il 67,3% dell’elettricità totale. Seguono la Slovacchia (61,6%). In Belgio, Bulgaria, Ungheria, Finlandia e Repubblica Ceca il nucleare rappresenta circa il 40% dell’elettricità prodotta. Nei Paesi Bassi, invece, solo il 2,9% dell’elettricità proviene dal nucleare.
Il nucleare come fonte di transizione
Nonostante l’atteggiamento critico di alcuni Stati verso il nucleare, la Commissione europea lo ha inserito nella tassonomia sostenibile tra le cosiddette fonti di transizione, riconoscendone in parte il contributo al raggiungimento degli obiettivi climatici. Tuttavia, è necessario garantire lo stoccaggio sicuro dei rifiuti radioattivi.
L’attuale quadro normativo europeo, secondo molte aziende energetiche, penalizza comunque il nucleare e impone condizioni difficilmente realizzabili, scoraggiando anche i potenziali investitori.
Secondo Alena Mastantuono, vicepresidente del Comitato economico e sociale europeo, l’Europa deve abbandonare i “dogmi energetici” e sostenere l’energia nucleare.
“L’Europa si è posta l’ambizioso obiettivo della neutralità climatica entro il 2050; raggiungerlo mantenendo autonomia strategica e forza economica richiederà tutte le opzioni credibili a basse emissioni di carbonio”, ha dichiarato in un commento per il CESE.
Anche la realtà geopolitica attuale entra in gioco. In un contesto di progressiva eliminazione delle forniture di gas russo e di pressioni sulle catene di approvvigionamento di GNL, dovute alle incertezze nei rapporti transatlantici e agli effetti dei conflitti in Medio Oriente, alcuni Paesi europei stanno rivedendo il proprio mix energetico.
“I Paesi che un tempo consideravano il nucleare un problema politico stanno iniziando a riscoprirlo come un sistema energetico già esistente, funzionante e capace di fornire grandi quantità di energia a basse emissioni”, ha osservato l’analista Zion Lights per Europe in Motion.
Paesi come il Belgio o l’Italia stanno valutando intensamente come mantenere o reintrodurre il nucleare. L’Italia, nonostante due referendum contrari, ha presentato un disegno di legge per prepararne il ritorno. Il governo belga, nonostante l’opposizione del principale produttore energetico nazionale Engie, cerca di rinviare la chiusura dei propri reattori. Entrambi i Paesi figurano inoltre tra gli 11 Stati membri che nel 2024 hanno firmato una dichiarazione congiunta per sfruttare pienamente il potenziale del nucleare.
Nonostante la forte dipendenza energetica della maggior parte dei Paesi europei e il graduale cambiamento di prospettiva sul nucleare, il rapporto dell’Unione con questa fonte resta complesso. I critici sottolineano i costi elevati della costruzione di nuove centrali e la necessità di uno stoccaggio a lungo termine dei rifiuti radioattivi. Secondo Lights, l’eventuale aumento della produzione nucleare nell’Unione europea deriverà più probabilmente dal prolungamento della vita utile dei reattori esistenti che dalla costruzione di nuovi.
Merz: l’uscita dal nucleare è stato un errore fondamentale
Sebbene la produzione di energia nucleare nell’UE sia cresciuta del 4,8% nel 2024, in diversi Paesi il nucleare è in declino. La Spagna prevede una progressiva dismissione, mentre la Germania ha spento i suoi reattori nell’aprile 2023, chiudendo oltre due decenni di uscita dal nucleare avviati dal governo della cancelliera Angela Merkel.
L’attuale cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’abbandono del nucleare un errore strategico. Berlino affronta da tempo prezzi elevati dell’elettricità, che pesano sull’industria nazionale e penalizzano le imprese tedesche rispetto alla concorrenza estera. “L’uscita dal nucleare è stato un errore strategico fondamentale. Se doveva avvenire, almeno le centrali rimaste avrebbero dovuto restare in funzione. Ora stiamo realizzando la transizione energetica più costosa al mondo”, ha dichiarato Merz durante un intervento presso la Camera di commercio e dell’industria tedesca a Dessau.
Le sue parole sono state confermate anche dal direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, che ha definito l’autocritica del cancelliere un segnale di possibile evoluzione verso una politica energetica più sicura e razionale. Tuttavia, Birol ha sottolineato che, dati l’opinione pubblica e le difficoltà tecniche di riattivare i reattori dismessi, un ritorno al nucleare sarebbe complicato. La soluzione potrebbe risiedere nei piccoli reattori modulari (SMR).
“Se emergesse un consenso politico e un adeguato sostegno pubblico, mi concentrerei sui piccoli reattori modulari, che saranno molto più economici e semplici da gestire. È uno sviluppo che la Germania dovrebbe seguire con attenzione”, ha aggiunto il capo dell’AIE.
Merz ha inoltre confermato l’irreversibilità della decisione tedesca di uscire dal nucleare durante una conferenza stampa con il premier ceco Andrej Babiš, sottolineando che la Germania si concentrerà ora sull’ottimizzazione della propria politica energetica.
La soluzione dei piccoli reattori modulari?
Nel tentativo di ridurre gli elevati costi iniziali e i lunghi tempi di costruzione delle centrali tradizionali, i Paesi europei stanno esplorando alternative, in particolare i piccoli reattori modulari. Il loro potenziale è stato evidenziato anche dal commissario europeo per l’energia e l’edilizia Dan Jørgensen.
“Oltre alla produzione di elettricità, gli SMR offrono ampie possibilità: dal supporto alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica e chimica fino alla fornitura di energia affidabile a basse emissioni per il teleriscaldamento”, ha dichiarato.
La Commissione europea ha presentato una strategia per lo sviluppo e l’implementazione degli SMR, proponendo misure per consentire agli Stati membri di introdurre i primi impianti operativi all’inizio degli anni Trenta. Per restare all’avanguardia nelle tecnologie nucleari di nuova generazione, secondo Jørgensen l’Unione deve passare rapidamente dalla ricerca a progetti concreti, promuovendo la cooperazione tra industria, autorità di regolazione e investitori.
Gli SMR non sono ancora disponibili su scala commerciale, ma il loro ingresso sul mercato è previsto all’inizio degli anni Trenta. La loro potenza è circa tra un terzo e un quinto di quella dei reattori tradizionali. Tra i vantaggi vi sono la produzione in serie e la possibilità di installazione vicino ai consumatori. Permangono però incertezze sulla loro sostenibilità economica: secondo il capo dell’AIE, i costi potrebbero diminuire del 25–30% entro la metà degli anni Trenta. Un ulteriore ostacolo è il combustibile: molti reattori utilizzeranno uranio altamente arricchito, la cui produzione è in gran parte controllata dalla Russia, come sottolineato anche da diverse organizzazioni ambientaliste.
“Una decisione su una partnership nucleare dovrebbe essere ponderata con la stessa attenzione di un matrimonio, perché divorziare è estremamente difficile. Non si tratta solo di costi, ma anche di affidabilità geopolitica a lungo termine”, ha concluso Birol.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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