Il principale strumento europeo per finanziare l’innovazione clean-tech rischia di non mantenere le promesse. Il Fondo per l’Innovazione dell’Ue, con una dotazione stimata di circa 40 miliardi di euro fino al 2030, procede troppo lentamente e con risultati finora limitati in termini di riduzione delle emissioni. È quanto emerge da un nuovo rapporto della Corte dei conti europea (ECA), che punta il dito su ritardi, incertezze finanziarie e debolezze nella selezione dei progetti.

Lanciato nel 2020, il Fondo è uno dei più grandi programmi al mondo per sostenere tecnologie innovative a zero emissioni, con interventi che spaziano dall’energia rinnovabile all’idrogeno, dallo stoccaggio energetico alla cattura e stoccaggio del carbonio. L’obiettivo è accompagnare la transizione verso un’economia climaticamente neutra e rafforzare la competitività industriale europea. Tuttavia, secondo gli auditor, la sua attuazione resta molto al di sotto delle aspettative.

A quasi cinque anni dall’avvio, i pagamenti effettivi si fermano a 332 milioni di euro, meno dell’1% del budget complessivo. Una lentezza che, secondo la Corte, è legata anche alla natura stessa del finanziamento: il Fondo è alimentato dai proventi del sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS), rendendo le risorse disponibili dipendenti dall’andamento del prezzo del carbonio. Questa incertezza, unita ai lunghi tempi di sviluppo dei progetti, ha portato all’accumulo di fondi non spesi e rallentato l’impatto sulle emissioni.

“Il Fondo per l’Innovazione ha un forte potenziale per rafforzare la competitività e sostenere la transizione climatica, ma i risultati finora sono stati limitati”, ha dichiarato João Leão, membro della Corte responsabile dell’audit, sottolineando la necessità di accelerare l’erogazione dei fondi e definire priorità strategiche più chiare.

Progetti in ritardo e risultati inferiori alle attese

Il rapporto evidenzia criticità anche nella selezione e nella realizzazione dei progetti. Circa uno su cinque non arriva alla fase operativa, mentre molti altri subiscono ritardi significativi. Le riduzioni delle emissioni, criterio centrale nella selezione, vengono stimate sulla base di modelli teorici che possono risultare eccessivamente ottimistici.

I dati confermano il divario tra aspettative e risultati: entro la fine del 2024, solo cinque dei 208 progetti finanziati avevano effettivamente riportato una riduzione delle emissioni. Nel complesso, il portafoglio del Fondo ha raggiunto meno del 5% delle riduzioni previste.

Secondo la Corte, uno dei problemi principali riguarda la valutazione della maturità dei progetti. Diversi interventi considerati inizialmente pronti si sono poi rivelati prematuri, portando a cancellazioni o rinvii. Un segnale che i criteri utilizzati non riflettono sempre la reale capacità di implementazione.

Manca una strategia chiara di allocazione

Un altro punto critico riguarda l’assenza di una strategia coerente nell’allocazione delle risorse. Dal 2022, il Fondo ha progressivamente orientato i finanziamenti verso nuove priorità politiche come idrogeno e batterie. Tuttavia, questo spostamento non è stato accompagnato da un’analisi strutturata del loro potenziale in termini di riduzione delle emissioni o di contributo agli obiettivi industriali europei.

Per gli auditor, questa mancanza di indirizzo strategico rischia di ridurre l’efficacia complessiva dello strumento, disperdendo risorse senza massimizzarne l’impatto.

Le implicazioni per il prossimo bilancio Ue

Le conclusioni del rapporto arrivano in un momento cruciale per la politica industriale europea. La valutazione del Fondo per l’Innovazione sarà infatti determinante per disegnare il futuro Fondo europeo per la competitività, proposto nell’ambito del prossimo bilancio pluriennale 2028-2034, con una dotazione ipotizzata di 451 miliardi di euro.

Per la Corte dei conti, le lezioni apprese sono chiare: servono criteri di selezione più realistici, una pianificazione finanziaria più prevedibile e una strategia più definita per orientare gli investimenti. Senza questi correttivi, il rischio è che anche i nuovi strumenti europei fatichino a trasformare le ambizioni industriali e climatiche dell’Ue in risultati concreti.

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