Spinta dagli sconvolgimenti politici internazionali, l’Islanda torna – dopo oltre un decennio – a discutere dell’ingresso nell’Unione europea, ma sulla strada verso una storica adesione si profila una dura battaglia per le risorse ittiche nazionali.

Il governo islandese ha fissato al 29 agosto un referendum che potrebbe cambiare la traiettoria di questo Stato di meno di 400 mila abitanti. Gli elettori risponderanno a una domanda apparentemente semplice: Reykjavík dovrebbe riaprire i negoziati formali di adesione con Bruxelles, interrotti nel 2013 dal governo di allora?

Per la ministra degli Esteri Thorgerdur Katrín Gunnarsdóttir la risposta è chiara. “Dovremmo continuare i colloqui negoziali”, ha dichiarato a margine di incontri con importanti funzionari di Bruxelles. “Dal mio punto di vista, una risposta negativa chiuderebbe molte porte. Se la maggioranza voterà no, temo che l’Islanda resterà sostanzialmente sola”.

Lo scenario internazionale accelera le decisioni

Cosa ha spinto questo fiero popolo nordico a guardare di nuovo verso il continente? Dai sondaggi emerge un’immagine di una società stanca dei problemi economici interni, tra cui l’aumento del costo della vita. Tuttavia, sembrano essere soprattutto i fattori esterni ad avere un’influenza decisiva.

La guerra su larga scala della Russia contro l’Ucraina ha sconvolto l’architettura della sicurezza europea e ha riacceso l’interesse islandese per l’adesione al blocco. Sebbene l’Islanda, membro fondatore della NATO, non disponga di un proprio esercito, la sua posizione geografica la rende un punto assolutamente cruciale sulla mappa dell’Alleanza: è una potente base di transito per le truppe statunitensi verso l’Europa in caso di conflitto armato.

A questo si aggiunge l’imprevedibilità della politica americana. Le ripetute minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardo all’annessione della Groenlandia – situata tra Islanda e Stati Uniti – hanno ulteriormente evidenziato la possibilità e la necessità di un legame più stretto con l’Unione.

Come ha osservato la ministra Gunnarsdóttir, “L’Islanda è in qualche modo nel mezzo, una sorta di ponte tra questi due continenti. Abbiamo capito che vale la pena avere una voce al tavolo decisionale”.

Pesca e sovranità

Anche se il referendum di agosto dovesse concludersi con la vittoria dei sostenitori dell’integrazione, la strada verso Bruxelles non sarà semplice. Gunnarsdóttir ritiene tuttavia che, se il Paese affronterà rapidamente le questioni chiave, potrebbe diventare membro a pieno titolo dell’Unione europea entro la fine del 2028.

La ministra sottolinea però che eventuali nuovi negoziati dovrebbero concentrarsi fin dall’inizio sui temi più difficili, come la pesca, l’agricoltura e il mercato del lavoro.

Proprio la pesca resta da sempre l’ostacolo principale. In passato, l’Islanda non è stata d’accordo con l’Unione sulle quote di pesca, che incidono direttamente su uno dei principali motori della sua economia.

L’Unione europea gestisce una politica della pesca e di tutela ambientale molto sviluppata, che rientra nelle sue competenze esclusive. Ciò significa che gli Stati membri perdono in larga misura il diritto di intervenire in modo sovrano in questo settore e devono conformarsi a regole stabilite a livello centrale che determinano quanto e in che misura si possa pescare.

Cedere il controllo su questa risorsa nazionale sarà il punto più difficile di qualsiasi negoziato.

Un membro invisibile dell’Unione

Nonostante queste barriere, l’Islanda non partirà da zero nei negoziati con l’Unione europea. Il Paese è già fortemente integrato nel sistema europeo. Dal 1970 l’Islanda fa parte dell’EFTA, attraverso cui partecipa al mercato unico dell’Unione.

In pratica, ciò significa che l’isola opera già secondo gli standard normativi dell’Unione. L’acquis comunitario viene infatti recepito nell’ambito dell’EFTA. Inoltre, questo Stato nordico fa parte dell’area Schengen, con il suo sistema di frontiere aperte.

Sia a Bruxelles sia a Reykjavík vi è consapevolezza dell’importanza dei prossimi mesi. L’alta rappresentante Kaja Kallas non nasconde la propria soddisfazione per l’evoluzione della situazione, assicurando il sostegno dell’Unione. “Se deciderete di aderire all’Unione, l’Islanda sarà sicuramente un leader in questo processo”, ha sottolineato.

La decisione finale spetterà comunque ai cittadini e, al termine di questo percorso – se i negoziati partiranno – si terrà un secondo referendum. L’Islanda si trova di fronte a una scelta storica: mantenere la tradizionale distanza e il controllo sulle proprie acque, oppure rafforzare i legami con l’Europa in un’epoca di incertezza globale.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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