Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella contesta il “sovranismo assoluto insofferente alle regole”, sottolineando che tocca all’Europa il compito di “dire di no” a questo rivolgimento dell’ordine internazionale sempre più esposto alla logica della forza e della competizione. Nel suo discorso pronunciato durante la cerimonia per il conferimento della laurea honoris causa all’Università di Salamanca, Mattarella ha indicato nel progetto europeo l’argine necessario contro la disgregazione del multilateralismo, sostenendo che “tocca all’Europa saper dire di no” a una deriva che rischia di sostituire la cooperazione con una “visione contrattualistica fondata sulla competizione”. L’Unione, secondo Mattarella, “trova il suo fondamento nella dignità umana, nella solidarietà, nei valori civili”, pilastri che “non cederanno agli attacchi di quanti vorrebbero smantellare la costruzione europea”.

Nel cuore della lectio magistralis pronunciata a Salamanca, Mattarella ha tratteggiato una diagnosi severa della fase internazionale che vede la guerra scatenata da Stati e Israele contro l’Iran è entrata in una nuova e pericolosa fase con le infrastrutture energetiche come obiettivi. “L’ordine internazionale è, per sua natura, dinamico, nuovi protagonisti si affacciano, nuove sfide si presentano”, ha detto, ma il punto è capire quale risposta debba dare l’Europa “a fronte della recessione del modello cooperativo multilaterale nella gestione dei rapporti tra gli Stati”.

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Per il capo dello Stato, la risposta non può essere l’adattamento passivo alla legge del più forte. Al contrario, “prendere atto dei cambiamenti in corso e non limitarsi a subirli significa avere il coraggio di proporre una visione alternativa alla mera legge di chi appare più forte”. È, ha insistito, “la strada che l’Europa può e deve percorrere”.

Nel suo discorso il presidente ha invitato a “ritrovare l’ambizione dei leader che, nel 1951, nel preambolo del Trattato della Comunità del carbone e dell’acciaio”, indicarono il contributo di “un’Europa organizzata e viva” come “indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”. Mattarella ha rilanciato l’idea dell’Unione come nucleo essenziale della pace europea e internazionale, in stretto legame con lo spirito della Carta di San Francisco e della missione originaria delle Nazioni Unite.

Per Mattarella, quell’orizzonte non appartiene al passato ma resta il porto verso cui dirigersi. “Noi sappiamo dove approdare: ce lo indicano i Trattati dell’Unione Europea”, ha affermato, dopo aver ammonito che “distrarci oggi dalla sua applicazione significherebbe tradire la nostra cultura, i nostri popoli, abdicare al ruolo dell’Europa unita”.

In merito agli attuali rivolgimenti geopolitici, Mattarella ha osservato “l’involuzione del sistema multilaterale di controllo degli armamenti e delle relative misure di fiducia reciproca”, un indebolimento fatto di “sospensioni, ritiri, mancati rinnovi” che non produce soltanto meno trasparenza, ma anche una trasformazione del quadro giuridico internazionale sulla sicurezza, con effetti sulla “prevedibilità strategica” e sulla prevenzione delle escalation. A suo giudizio, il problema non è soltanto che alcuni obblighi vengano meno, ma che si perdano “meccanismi che per decenni hanno fatto crescere la reciproca comprensione e stabilità”.

A questa erosione si accompagna, nella lettura del capo dello Stato, una tendenza ancora più grave: la delegittimazione delle istituzioni che dovrebbero garantire il rispetto delle regole. “Accade oggi che… si assista alla delegittimazione delle Corti Internazionali e dei loro giudici, negando il valore del diritto internazionale”, ha detto, denunciando la rimozione di quella che ha definito una “storica scelta di civiltà”, cioè predisporre autorità capaci di verificare il rispetto delle norme e sanzionarne le violazioni. Da qui deriva, secondo Mattarella, “una arbitraria ‘terra di nessuno’”, uno spazio aperto a “ingiustificate scorrerie”, a “rinnovate conquiste”, a “espansioni commerciali” e alla costruzione di presunte aree di sicurezza che finiscono per gravare soprattutto “sui Paesi e sui popoli più poveri e meno fortunati”.

Il presidente ha legato questa regressione anche al ritorno di una cultura politica che definisce senza ambiguità. “Questo avviene in nome di un presunto sovranismo assoluto”, ha affermato, parlando di una crescente “insofferenza rispetto alle regole pattuite e agli impegni che ne derivano, liberamente sottoscritti dagli Stati”. Mattarella ha individuato una “vis destruens” che non nasce per sostituire l’ordine esistente con uno più efficace, ma “dalla volontà di eliminare quei limiti all’esercizio di una pretesa sconfinata sovranità statale” pensati per impedire il prevalere delle “aspirazioni egemoniche dei gruppi dirigenti in controllo dei Paesi più forti, più ricchi, meglio armati”.

Dentro questa cornice il capo dello Stato ha collocato anche le crisi più brucianti del presente. L’Europa, dice, deve “dire di no all’ampliamento dei conflitti, a una perenne instabilità, con la moltiplicazione dei fronti di crisi”.

Il presidente della Repubblica ha fatto un elenco dei conflitti che, “a partire dal sanguinoso attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, vedono oggi Iran, Libano, l’intera regione medio-orientale e del Golfo, al centro di un arco di crisi di cui non si intravede lo sbocco, con gravissime conseguenze sulle popolazioni”. Allo stesso modo, il presidente ha richiamato l’impatto dell’aggressione russa all’Ucraina, osservando che “dall’assalto russo all’Ucraina in poi si è intensificata la convinzione che l’aggressione possa essere regolarmente praticata nei rapporti internazionali”.

Per Mattarella, la risposta a questa deriva va cercata proprio nelle basi normative e politiche dell’Onu. “L’Onu nasceva per sottrarre ai singoli Stati – non importa quanto potenti – le decisioni fondamentali su pace e sicurezza”, ha ricordato, richiamando i tre pilastri del sistema: “il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani”. In questo schema, ha insistito, “pace e diritti umani non costituiscono ambiti distinti”, perché “la pace insomma non coincide con qualsiasi equilibrio ma si realizza in presenza di condizioni di giustizia e di inclusione”.

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