L’Europa è dipendente dalle tecnologie informatiche americane e questa dipendenza si è ulteriormente approfondita con l’avvento dell’intelligenza artificiale e dei servizi cloud. Sebbene l’Unione europea abbia riconosciuto questo problema già da tempo, eliminarlo a livello dell’intero continente potrebbe richiedere decenni.

“Sei anni fa la Commissione europea, sotto la guida di Ursula von der Leyen, si è impegnata a garantire capacità proprie in settori chiave come la produzione di chip, le tecnologie cloud e le infrastrutture di telecomunicazione”, afferma Csaba Krasznay, docente presso l’Università ungherese del servizio pubblico.

“L’ultima proposta di revisione della legge sulla sicurezza informatica afferma esplicitamente che alcune tecnologie potrebbero essere escluse dal mercato europeo per motivi di sicurezza”, aggiunge.

Secondo Krasznay, ridurre la dipendenza tecnologica potrebbe richiedere almeno vent’anni e ingenti risorse finanziarie.

Il divario ha iniziato ad ampliarsi già negli anni ’90, quando l’Europa disponeva ancora di propri produttori di telefoni cellulari e di capacità nella produzione di chip. Tuttavia, mentre i decisori europei lasciavano in gran parte lo sviluppo delle tecnologie internet al mercato, gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Bill Clinton, puntavano a utilizzare internet e le tecnologie digitali come strumenti di egemonia economica e politica.

Sebbene esistano aziende software europee, senza tecnologie americane non possono funzionare.

L’Ungheria è dipendente fino al 90% dalle tecnologie americane
Secondo le stime dell’esperto, l’amministrazione pubblica ungherese dipende per l’80-90% da qualche forma di tecnologia americana. Ciò è evidente già al livello più basilare dell’hardware. La maggior parte dei processori utilizzati nei computer e nei server è progettata da aziende americane come Intel o AMD. E anche se Lenovo – il marchio più frequentemente acquistato tramite appalti pubblici – è cinese, continua a funzionare con sistemi operativi americani.

Il più delle volte si tratta di Microsoft, che attraverso la suite Office determina gli strumenti con cui lavorano funzionari e ministeri. Sostituire questi sistemi rappresenterebbe una sfida significativa, anche perché le alternative sono poche. L’unico sistema operativo open source ampiamente conosciuto e sviluppato dalla comunità, Linux, svolge un ruolo marginale.

“Inoltre, lo Stato ha concluso accordi che garantiscono l’accesso a questi sistemi anche agli studenti dell’istruzione pubblica”, osserva Krasznay.

I dati in Europa

Mentre le soluzioni tecnologiche sono prevalentemente americane, i dati dovrebbero rimanere nel vecchio continente.

“Secondo le norme attuali, i dati devono rimanere fisicamente sul territorio dell’Unione europea, ma ciò non significa che non funzionino su tecnologie americane”, spiega Krasznay.

In pratica, ciò significa che i dati possono essere fisicamente collocati a Francoforte o Amsterdam, ma i data center sono gestiti da Microsoft. Va inoltre ricordato che il Cloud Act statunitense del 2018 consente alle autorità americane di richiedere dati alle aziende statunitensi anche se conservati su server all’estero.

L’infrastruttura IT ungherese si basa tuttavia principalmente sui centri dati governativi gestiti dalla società Nemzeti Infokommunikációs Szolgáltató Zrt. (NISZ), con adeguata supervisione fisica. L’infrastruttura gestita da NISZ comprende diverse migliaia di server virtuali e molti petabyte di dati. La maggior parte dei centri dati governativi si trova a Budapest, mentre il progetto pianificato di un centro dati governativo a Göd, un tempo annunciato come sviluppo chiave, è rinviato da anni e rimane controverso.

Il cloud governativo (KOF) opera sotto audit unificati e regolari ed è utilizzato da ministeri, organi centrali dell’amministrazione statale, autorità nazionali e altri enti pubblici; le aziende private non vi hanno accesso.

I data center e il cloud di NISZ garantiscono registri fondamentali e servizi digitali dello Stato, come Ügyfélkapu o e-Papír, senza i quali il funzionamento quotidiano in Ungheria si fermerebbe praticamente. Il sistema si basa su un cloud privato che utilizza tecnologie delle società Oracle e VMware. È collegato alla rete nazionale di telecomunicazioni, ma opera separatamente. Anche il programma di Cittadinanza Digitale funziona su servizi cloud Oracle.

“Questa forma di sovranità dei dati garantisce la sicurezza dei dati, ma non significa una reale indipendenza digitale”, afferma Krasznay. Sottolinea inoltre che le garanzie contrattuali e i requisiti di conformità offerti dai fornitori di servizi esistono sulla carta, ma non è chiaro cosa accadrebbe se, per qualche motivo, venissero meno. “Finora non si è verificato alcun caso in cui il governo americano abbia esercitato pressioni politiche o economiche sull’Ungheria attraverso le grandi aziende tecnologiche, ordinando a un fornitore di interrompere la cooperazione con il governo”.

L’Unione europea e l’Ungheria mantengono da decenni una stretta cooperazione con gli Stati Uniti, che costituisce la base della fiducia nelle tecnologie americane. “Lo stesso livello di fiducia non esiste ancora nei confronti della Cina, sebbene i sistemi giuridici americano e cinese non differiscano in modo sostanziale”, afferma Krasznay.

Aggiunge che, mentre i centri dati governativi dipendono in gran parte da tecnologie americane, le tecnologie di riconoscimento facciale sempre più utilizzate dalla polizia sono per lo più cinesi. Nonostante la politica del governo ungherese di apertura verso la Cina, la presenza cinese nel settore IT non è significativa; è più evidente nelle telecomunicazioni e nelle infrastrutture industriali.

All’interno dell’Unione europea le opinioni divergono sulla possibilità di una diversificazione, ossia sulla condivisione della dipendenza tra Stati Uniti e Cina. “La politica europea tende piuttosto a escludere le tecnologie cinesi da alcuni settori critici, piuttosto che a integrarle”.

Il lungo cammino dell’Europa verso la sovranità digitale
Il programma Decennio Digitale dell’Unione europea mira entro il 2030 ad aumentare le capacità europee nel cloud, rafforzare la “sovranità digitale” ed espandere la produzione interna di semiconduttori. Attualmente l’Europa rappresenta solo circa il 9% della produzione globale di semiconduttori.

La sostituzione delle tecnologie americane appare quindi quasi utopica. I paesi che, a causa di guerre o sanzioni, sono stati costretti all’autosufficienza tecnologica, come Russia o Iran, in realtà sono arretrati tecnologicamente di 20-30 anni.

Dall’inizio del XXI secolo l’Unione europea parla ripetutamente di dare priorità alle tecnologie open source, ma ciò resta in gran parte a livello retorico. “Anche se esistesse una forte volontà politica di introdurle, sarebbero gli utenti a protestare per primi, perché abituati a un diverso livello di servizi”, afferma Krasznay.

Krasznay richiama inoltre l’attenzione sulla questione delle risorse umane. “Affrontiamo gli stessi problemi ovunque. Quando entro in una classe dell’ultimo anno, su trenta studenti al massimo due o tre vogliono diventare ingegneri. Inoltre, molti di loro finiscono comunque all’estero, più spesso negli Stati Uniti, dove mettono a frutto le loro competenze”.

Tra le migliori università tecniche del mondo ce ne sono solo poche europee. Senza un gran numero di ingegneri, tuttavia, non è possibile costruire né ricostruire un settore IT competitivo. Attualmente l’Unione europea investe nello sviluppo del settore tecnologico solo una frazione di quanto fanno Stati Uniti o Cina.

La Cina, che nel campo delle tecnologie informatiche è riuscita in gran parte a colmare il divario, lo ha però fatto al prezzo della compressione dei salari e dell’accettazione di elevati costi ambientali.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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