Ungheria e Slovacchia continuano a opporsi al rinnovo delle sanzioni nei confronti della Russia, richiesto dalla Commissione europea in supporto dell’Ucraina aggredita da Mosca, che colpirebbe oltre 2.700 persone e aziende. La scadenza, fissata al 15 marzo, è sempre più vicina.

Già per lo scorso vertice informale del Consiglio europeo, Ursula von der Leyen sperava di ottenere il parere favorevole unanime dei capi di Stato e di governo comunitari, necessario per approvare le sanzioni. Un’intesa avrebbe consentito all’Unione europea – le cui lacune e debolezze stanno risultando sempre più chiare all’Ucraina – di presentarsi con una posizione compatta durante la visita a Kyiv della stessa von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo António Costa, in occasione del quarto anniversario dell’invasione su larga scala russa.

Così non è andata, e il rinnovo delle sanzioni, come il nuovo pacchetto di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro voluto dalla Commissione, è rimasto ostaggio di Viktor Orbán e Robert Fico, presidenti rispettivamente di Ungheria e Slovacchia. Il motivo, oltre al non inimicarsi ulteriormente la Russia di Vladimir Putin, è da cercare nella disputa sull’oleodotto russo Druzhba, che rifornisce i Paesi dell’Est Europa e che, secondo i due leader, sarebbe deliberatamente tenuto chiuso da parte ucraina.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha respinto queste accuse, sostenendo che l’infrastruttura sarebbe stata danneggiata da un attacco russo alla fine di gennaio e che necessita quindi di lavori di riparazione. La Commissione europea, che ritiene credibile la versione fornita da Kyiv, ha invitato ad accelerare gli interventi tecnici e a fornire prove tangibili dei danni, nella speranza di dissipare i dubbi di Ungheria e Slovacchia e sbloccare così il rinnovo delle sanzioni.

Per quanto riguarda il nuovo pacchetto di aiuti, la decisione finale è attesa durante il prossimo vertice del Consiglio europeo in programma a Bruxelles il 19 e 20 marzo. Qualora anche in quell’occasione non si riuscisse a raggiungere l’unanimità, alcuni Stati membri starebbero già valutando soluzioni alternative, come il ricorso a prestiti e contributi bilaterali per sostenere Kyiv.

Secondo le indiscrezioni raccolte da Ukraine Business News, i Paesi nordici e baltici sarebbero pronti a fornire a Kyiv un totale di 30 miliardi di euro. Separatamente, i Paesi Bassi avrebbero messo a disposizione un sostegno annuale di 3,5 miliardi da qui al 2029.

Da parte di Bruxelles resta comunque un certo ottimismo sulla possibilità di raggiungere un’intesa. Il commissario europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis ha infatti dichiarato che l’Unione europea “attuerà il prestito da 90 miliardi in ogni modo possibile”, lasciando intendere che, se necessario, saranno individuati strumenti alternativi per garantire il sostegno finanziario a Kyiv anche in assenza di un accordo unanime.

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