Probabilmente questo Consiglio Europeo verrà studiato e ricordato a lungo, perché ha compiuto un passo verso l’indipendenza europea e ci lascia tre lezioni fondamentali su cui riflettere per il futuro.
Questo Consiglio europeo sarà ricordato come un grande successo dell’Unione Europea, che segna un importante passo verso l’indipendenza e l’autonomia dell’Europa. Perché nonostante i litigi, i dissidi, le incertezze, alla fine l’Unione Europea è riuscita a garantire 90 miliardi di aiuti all’Ucraina per i prossimi 2 anni, quindi garantendo lo stesso livello di aiuti complessivi che l’Ucraina ha avuto nel 2025, 45 miliardi.
Specificamente è stato deciso di emettere 90 miliardi di debito comune per finanziare l’Ucraina nei prossimi 2 anni con un prestito senza interessi, che verrà restituito solo al pagamento delle riparazioni da parte della Russia, e mantenendo ferma la possibilità per l’Unione di rivalersi sui fondi russi congelati. Senza di essa l’Ucraina sarebbe stata costretta a cedere ai diktat di Putin e alla pressione americana per una sostanziale capitolazione di Kiev.
Ed è importante il modo con cui è stata presa. La Commissione aveva presentato due opzioni: utilizzare i fondi russi congelati come garanzia di un debito comune; o emettere un debito comune garantito dal bilancio dell’Unione e dagli Stati membri. La prima soluzione poteva essere adottata a maggioranza qualificata. La seconda, riguardando anche il bilancio UE e degli Stati membri, richiedeva invece l’unanimità. Il problema politico era che nessuno voleva forzare il Belgio sull’utilizzo dei beni russi congelati – su cui altrimenti ci sarebbe stata una maggioranza qualificata a favore – ma non c’era l’unanimità per il debito comune garantito dal bilancio UE e dagli Stati membri. L’impasse è stata risolta decidendo di fare debito comune fatto mediante una cooperazione rafforzata tra gli Stati membri favorevoli, escludendo quelli che erano contrari: l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia.
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Ciò rafforza la natura federale dell’Unione. Perché – dopo SURE, NGEU e SAFE – ancora una volta sdogana l’utilizzo del debito comune per far fronte a una sfida esistenziale, come l’invasione russa dell’Ucraina e la minaccia russa all’Europa. Ciò è stato fatto vincendo le resistenze del Cancelliere Merz, che preferisce il debito nazionale – avendo spazio di manovra fiscale in Germania – a quello europeo, di cui possono beneficiare tutti, e che preferisce la sovranità nazionale a quella europea.
In particolare è un successo della Commissione Europea e di Ursula von der Leyen – che contro le aspettative di molti aveva presentato due proposte, e proprio quella che sembrava impossibile a causa dell’unanimità è poi stata utilizzata mediante la Cooperazione rafforzata – e del Presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, che non avrebbe chiuso la riunione senza una decisione che assicurasse il finanziamento all’Ucraina.
La prima lezione è dunque che se c’è la volontà politica si può fare tutto. Che l’unanimità è un ostacolo se gli Stati membri vogliono nascondersi dietro di essa. Ma che quando sono davvero determinati a fare una cosa, possono trovare gli strumenti giuridici per aggirare l’unanimità. Il problema è che una simile determinazione politica si può manifestare solo quando si è con le spalle al muro, di fronte ad una crisi e all’impossibilità di rimandare ulteriormente le decisioni.
La seconda lezione è che la cultura del consenso e del rispetto degli interessi fondamentali degli Stati membri nell’UE è talmente forte, che anche quando si può decidere a maggioranza qualificata, nessuno ha voluto mettere in minoranza il Belgio sul tema dei fondi russi congelati, di cui circa il 90% è in Belgio. D’altronde, anche quando può decidere a maggioranza qualificata, il Consiglio decide quasi sempre per consenso, perché tutti gli Stati membri hanno un interesse a negoziare in buona fede un compromesso accettabile piuttosto che andare in minoranza. Mentre dove vige l’unanimità ognuno può arroccarsi sulla propria posizione iniziale, sapendo che nessuna decisione contraria potrà essere presa. Dunque chi difende l’unanimità e il diritto di veto per timore che poi l’UE non tenga conto dei suoi interessi, non ha in realtà nulla da temere. Pertanto, sarebbe fondamentale abolire l’unanimità, così da creare un incentivo strutturale a trovare compromessi e prendere decisioni tempestive, invece di produrre i continui rinvii e le paralisi decisionali cui i cittadini europei sono costretti ad assistere, finché una crisi diventa così drammatica e urgente da spingere i leader nazionali ad aggirare l’unanimità. Un meccanismo estenuante che porta spesso a fare “too little too late”, troppo poco e troppo tardi.
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La terza lezione riguarda invece un fallimento del Consiglio Europeo, che ha rimandato la firma dell’accordo commerciale con il Mercosur, prevista per domani, 20 gennaio – dopo la conclusione di un negoziato durato 30 anni! – facendo perdere credibilità internazionale all’UE. Un errore strategico di fronte ai dazi di Trump e alle restrizioni imposte dalla Cina per ragioni strategiche. Mentre il resto del mondo guarda all’UE come potenziale leader sul piano del commercio libero ed equo, della tutela dei diritti umani, della democrazia liberale, mentre gli USA si ripiegano su se stessi e rinunciano alla leadership del mondo libero.
La lezione è che non si può affidare le scelte strategiche al Consiglio Europeo, alla riunione dei leader nazionali, che non si alzarsi al livello dell’interesse europeo, presi dal piccolo cabotaggio nazionale, per cui non riescono ad affrontare due grandi temi insieme e se decidono sull’Ucraina rimandano sul Mercosur. Non è così che si può gestire l’Unione. Abbiamo bisogno di avere un vero governo federale responsabile della politica estera, della politica commerciale, della politica di sicurezza e difesa per rendere l’Europa un attore credibile sul piano internazionale.

