Nella Sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori, in Campidoglio, i rappresentanti dei 25 Paesi membri dell’Unione europea firmano il 29 ottobre del 2004 il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa. È uno dei momenti più ambiziosi della storia dell’integrazione europea: il tentativo di dare a un continente, per secoli diviso da guerre, rivalità e nazionalismi, non soltanto istituzioni comuni, ma anche un ordinamento costituzionale riconoscibile.
La scelta di Roma possiede un valore profondamente simbolico. Il 25 marzo 1957, nella stessa città, erano stati firmati i Trattati istitutivi della Comunità economica europea e dell’Euratom. Allora sei Paesi — Italia, Francia, Germania occidentale, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo — avevano scelto di legare i propri destini economici per impedire che l’Europa tornasse a essere il teatro di un conflitto mondiale.
Quarantasette anni dopo, l’Unione europea conta 25 Stati. Il grande allargamento del 1° maggio 2004 ha accolto dieci nuovi membri, tra cui Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e le tre Repubbliche baltiche, ricomponendo almeno in parte la frattura storica prodotta dalla Guerra fredda.
L’Europa non vuole più soltanto garantire la pace attraverso l’economia. Vuole provare a diventare una comunità politica.
Il grande progetto costituzionale
L’idea di una Costituzione europea prende forma all’inizio del nuovo millennio, quando diventa evidente che le istituzioni concepite per sei Paesi non possono funzionare allo stesso modo in un’Unione destinata a comprenderne venticinque e, successivamente, ancora di più.
Nel 2001, con la Dichiarazione di Laeken, i leader europei avviano una riflessione sul futuro dell’Unione. Nasce così la Convenzione europea, presieduta dall’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, con Giuliano Amato e Jean-Luc Dehaene come vicepresidenti.
Il lavoro della Convenzione rappresenta un esperimento istituzionale significativo: non soltanto negoziati tra governi, ma un confronto che coinvolge anche parlamentari nazionali, rappresentanti del Parlamento europeo e della Commissione.
Il testo approvato nel 2004 si propone di superare la frammentazione dei trattati precedenti, attribuire personalità giuridica all’Unione, rafforzare il ruolo del Parlamento europeo e rendere più efficace il processo decisionale.
La Carta dei diritti fondamentali viene inserita nel progetto costituzionale. Dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia diventano i pilastri dichiarati di una costruzione che vuole riconoscersi non soltanto nelle regole del mercato, ma nei valori della democrazia e dello Stato di diritto.
Il progetto prevede anche una presidenza stabile del Consiglio europeo e un ministro degli Affari esteri dell’Unione, nel tentativo di dare maggiore continuità e riconoscibilità all’azione politica europea.
Eppure, dietro l’architettura istituzionale, rimane irrisolta la questione più profonda: può nascere una Costituzione senza che esista già un popolo europeo consapevole di appartenere alla stessa comunità politica?
Il rifiuto francese e olandese: la crisi del sogno
Il 29 maggio 2005, i cittadini francesi respingono il trattato costituzionale con il 54,7% dei voti. Tre giorni dopo, il 1° giugno, anche i Paesi Bassi votano contro, con circa il 61,5%.
È una frattura politica e simbolica.
I due referendum mostrano quanto sia difficile costruire un consenso popolare intorno a un progetto percepito da una parte degli elettori come distante, tecnocratico o incapace di rispondere alle inquietudini economiche e sociali.
Le ragioni del rifiuto sono diverse: timori per la perdita di sovranità nazionale, preoccupazioni per gli effetti della globalizzazione, critiche all’orientamento economico dell’Unione, sfiducia verso le classi dirigenti e insoddisfazione per le politiche nazionali.
Non tutti votano contro per le stesse ragioni. Alcuni considerano il progetto troppo integrato, altri non sufficientemente sociale o democratico.
La conseguenza, tuttavia, è univoca: il processo costituzionale si arresta. Il trattato, che richiede la ratifica di tutti gli Stati membri, non entrerà mai in vigore.
L’Europa scopre così una contraddizione destinata a riemergere negli anni successivi: l’integrazione può avanzare attraverso i trattati, ma non può consolidarsi democraticamente senza il consenso dei cittadini.
Da Roma a Lisbona: una Costituzione senza il suo nome
La risposta delle istituzioni europee arriva nel 2007 con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009.
Molte delle innovazioni previste dalla Costituzione vengono recuperate: il rafforzamento del Parlamento europeo, la personalità giuridica unica dell’Unione, il presidente stabile del Consiglio europeo, l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza e il valore giuridicamente vincolante della Carta dei diritti fondamentali.
Scompare, però, la parola Costituzione. E vengono abbandonati alcuni elementi dal forte significato simbolico, come il riferimento costituzionale alla bandiera e all’inno europeo.
È un passaggio che merita una riflessione. L’Europa riesce a salvare una parte importante delle riforme istituzionali, ma rinuncia alla rappresentazione esplicita di sé come comunità costituzionale.
La differenza non è soltanto linguistica. Le Costituzioni, nella storia delle democrazie, non servono esclusivamente a distribuire poteri. Raccontano un patto, definiscono valori comuni, esprimono un’idea di convivenza e, soprattutto, stabiliscono i limiti del potere nei confronti dei cittadini.
Una Costituzione è anche una narrazione collettiva: dice chi siamo, quali libertà intendiamo proteggere e quali responsabilità siamo disposti a condividere.
La questione irrisolta: gli europei prima dell’Europa
La vicenda del 2004 invita a interrogarsi sul significato stesso dell’identità europea.
L’Europa possiede una straordinaria eredità culturale: la filosofia greca, il diritto romano, il cristianesimo, l’umanesimo, l’Illuminismo, il pensiero scientifico, le rivoluzioni liberali, le lotte sociali e le conquiste democratiche.
Ma possiede anche una storia di guerre di religione, colonialismo, totalitarismi, persecuzioni e genocidi.
La sua identità non può essere costruita soltanto sulla celebrazione della grandezza del passato. Deve nascere anche dalla consapevolezza delle sue tragedie.
L’Unione europea rappresenta, in questa prospettiva, un tentativo storicamente originale: trasformare la memoria dei conflitti in un sistema di cooperazione, il nazionalismo aggressivo in una convivenza regolata, la competizione tra Stati in responsabilità condivisa.
Eppure, le istituzioni non bastano a generare appartenenza.
Non basta condividere una moneta per condividere un destino. Non basta abolire le frontiere interne per superare quelle culturali. Non basta eleggere un Parlamento comune se i cittadini continuano a percepire la politica europea come qualcosa di estraneo alla propria vita.
Il problema non è cancellare le identità nazionali. È riuscire a costruire un’appartenenza ulteriore, capace di convivere con esse.
Si può essere italiani ed europei, francesi ed europei, polacchi ed europei senza vivere questa doppia appartenenza come una contraddizione.
L’Europa non deve diventare una nazione per diventare una comunità politica. Deve però riuscire a trasformare la pluralità delle sue nazioni in una responsabilità comune.
Il significato di quella firma, ventidue anni dopo
Nel 2026, il ricordo del 29 ottobre 2004 assume un significato particolare.
Le guerre ai confini dell’Europa, le tensioni geopolitiche, la competizione tecnologica tra grandi potenze, le sfide energetiche, i fenomeni migratori e la crisi della fiducia nelle istituzioni ripropongono questioni che il progetto costituzionale aveva tentato di affrontare.
Quanto potere devono conservare gli Stati nazionali? Quali decisioni richiedono una sovranità condivisa? Come garantire che le istituzioni europee siano realmente responsabili davanti ai cittadini? E come conciliare l’efficacia delle decisioni con la legittimazione democratica?
Sono interrogativi che non possono essere risolti soltanto attraverso modifiche tecniche ai trattati.
La democrazia europea richiede partecipazione, informazione, educazione civica e spazi pubblici di confronto. Richiede cittadini capaci di riconoscere nelle decisioni europee non soltanto vincoli imposti dall’alto, ma scelte politiche sulle quali esercitare un controllo democratico.
Ed è proprio qui che la cultura assume una funzione essenziale.
Perché una comunità politica non nasce semplicemente dalla somma degli interessi. Nasce quando le persone cominciano a riconoscere che la libertà, la sicurezza e la dignità degli altri riguardano anche il proprio futuro.
Il progetto europeo non può dunque esaurirsi nella costruzione di istituzioni sempre più sofisticate. Deve investire nella formazione di una coscienza civica europea, nella conoscenza reciproca, nella circolazione delle idee e nella capacità di confrontarsi senza rinunciare alle proprie differenze.
Una firma che continua a interrogarci
Il 29 ottobre 2004 non nacque una Costituzione europea in senso giuridicamente efficace. Nacque un tentativo di dare forma costituzionale a un progetto politico che ancora oggi cerca un equilibrio tra unità e diversità.
Il fallimento della ratifica non cancella il significato storico di quella giornata. Ricorda, piuttosto, che nessuna costruzione istituzionale può considerarsi compiuta se non riesce a incontrare la volontà e la fiducia dei cittadini.
L’Europa ha saputo costruire un mercato comune, una moneta condivisa da molti dei suoi Stati, uno spazio di libera circolazione e un ordinamento giuridico sovranazionale senza precedenti.
La sfida rimane quella di trasformare queste conquiste in una coscienza democratica comune.
Perché la vera Costituzione europea non sarà soltanto quella che gli Stati riusciranno eventualmente a firmare, ma quella nella quale i cittadini sapranno riconoscersi.
E forse la lezione più importante di quella giornata romana è proprio questa:
L’Europa è nata dalla necessità di non farsi più la guerra. Potrà diventare una comunità politica più compiuta soltanto quando gli europei sentiranno di avere qualcosa di più grande da costruire insieme.
La pace ha reso necessaria l’Europa. La cultura può darle un’anima.
*Angelo Argento è presidente di Cultura Italiae.
Didascalia: immagine di Cultura Italiae.

