Due navi mercantili affondate di proprietà turca, due morti e dieci marinai dispersi non bastano ad Ankara per indicare i responsabili degli attacchi nel Mar Nero. Il più forte alleato della NATO nel Mar Nero ha esortato Mosca e Kiev a porre fine agli attacchi con i droni.
Perché la Turchia è così cauta quando la guerra incide direttamente anche sui propri interessi?
L’Ucraina fa affidamento sul traffico marittimo per la maggior parte delle entrate che sostengono la sua economia in tempo di guerra. Il 90% delle sue esportazioni agricole viaggia via mare e anche per la Bulgaria il mare rappresenta la via principale per le esportazioni e l’approvvigionamento di materie prime e risorse energetiche.
La Turchia controlla l’accesso al Mediterraneo Nel 2025, i porti ucraini hanno movimentato 82,2 milioni di tonnellate di merci nonostante gli attacchi russi; quasi 423 milioni di tonnellate sono transitate attraverso il Bosforo e 27,5 milioni di tonnellate attraverso i porti bulgari. Gli attacchi alla navigazione colpiscono quindi una rotta commerciale vitale per queste economie.
Aiuti all’Ucraina, ma nessuno scontro con la Russia
Ankara vuole far cessare gli attacchi senza perdere il proprio ruolo di mediatore e la propria voce decisiva sulla presenza militare nel Mar Nero. Per EUalive.net, l’analista Ruslan Trad spiega questa moderazione con il desiderio di Ankara di preservare l’influenza che la mediazione e il controllo degli stretti le conferiscono. Secondo Trad, Ankara sta attenta a non dare a Mosca motivi per contestare il modo in cui gestisce l’accesso al Mediterraneo.
Al centro di questa politica ci sono il Bosforo e i Dardanelli. Da febbraio 2022, la Turchia ha applicato le restrizioni previste in tempo di guerra dalla Convenzione di Montreux alle navi da guerra di entrambe le parti belligeranti e, in pratica, ha anche bloccato l’ingresso delle navi appartenenti agli alleati della NATO non del Mar Nero.
Le restrizioni operano in entrambe le direzioni. In un’analisi per Carnegie Europe del luglio 2026, Thomas de Waal osserva che esse, insieme agli accordi con Mosca e con gli alleati, hanno ostacolato il rafforzamento della flotta russa del Mar Nero, aiutando così l’Ucraina. Allo stesso tempo, le navi da guerra dei membri della NATO che non sono Stati del Mar Nero rimangono al di fuori del bacino.
La Turchia sostiene l’integrità territoriale dell’Ucraina e le fornisce armi, pur mantenendo le proprie relazioni e i propri interessi economici con la Russia. Secondo la valutazione di Trad, sta cercando di gestire i rischi che hanno origine a Mosca, pur rimanendo indispensabile anche per Kiev. La proposta turca di corridoi marittimi sicuri si inserisce in questa logica.
Questa politica segue inoltre un principio turco di lunga data: la sicurezza nel Mar Nero deve essere garantita soprattutto dagli Stati costieri. Ankara sostiene il principio della responsabilità primaria degli Stati costieri (proprietà regionale) e lo collega alla salvaguardia dell’equilibrio previsto dalla Convenzione di Montreux.
Nel novembre 2025, in una conferenza stampa congiunta con la sua omologa rumena Oana Țoiu, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha affermato che la sicurezza regionale è garantita al meglio dagli Stati costieri. Come esempio ha citato il gruppo di contromisure antimine composto da Turchia, Bulgaria e Romania e la possibilità che esso possa assumersi la protezione delle infrastrutture sottomarine.
Mustafa Aydın e Aslı Aydıntaşbaş avevano già evidenziato questa contraddizione nel marzo 2025 in un’analisi per l’European Council on Foreign Relations. Secondo loro, la cautela nei confronti di Mosca porta Ankara a privilegiare la stabilità regionale rispetto all’allineamento con le politiche dell’UE e della NATO. Tuttavia, sostengono anche che la stessa Turchia abbia interesse a frenare la Russia — soprattutto se il Cremlino uscisse dalla guerra convinto di aver vinto.
Alla ricerca di maggiori benefici
Per Ankara, tuttavia, la questione è anche chi definirà l’agenda di sicurezza nella regione, ha dichiarato a EUalive.net l’ex ministro della Difesa Velizar Shalamanov. A suo avviso, la Turchia insiste nel voler essere il centro della politica della NATO nel Mar Nero, mentre il ruolo crescente dell’UE nel sostegno all’Ucraina rafforza le posizioni di Bulgaria e Romania.
Shalamanov colloca la cautela turca in un contesto più ampio: gli interessi di Ankara nel Caucaso e nell’Asia centrale e le sue complesse relazioni con gli Stati Uniti e Israele. Secondo la sua valutazione, la Turchia non si percepisce come direttamente minacciata e può attendere il momento in cui il suo intervento porterà maggiori vantaggi politici. Anche la mediazione comporta una posta in gioco di questo tipo: rendersi indispensabile non solo per Mosca e Kiev, ma anche per Washington e Bruxelles, e potenzialmente per Pechino.
La Turchia dispone inoltre di mezzi di sorveglianza e di intelligence che potrebbero aiutare a identificare gli autori degli attacchi.
Secondo i dati forniti dal Ministero della Difesa nel marzo 2026, l’operazione “Black Sea Harmony” coinvolge due fregate, un sottomarino, una nave pattuglia, un velivolo da pattugliamento marittimo, un elicottero e un velivolo senza pilota. Per un migliore monitoraggio della situazione marittima e aerea, alla fine del 2025 Ankara ha inoltre dispiegato tre droni Bayraktar TB2 presso l’aeroporto Cengiz Topel, vicino a Kocaeli.
Chi sono i responsabili?
Il 7 ottobre, dopo l’affondamento di due navi di proprietà turca, Erdoğan ha parlato al telefono con Putin e ha ribadito la disponibilità della Turchia a facilitare i contatti diretti tra Mosca e Kiev. La dichiarazione ufficiale turca non contiene alcuna accusa riguardo agli attacchi, ma include invece le congratulazioni per il compleanno di Putin e per il successo elettorale del suo partito.
L’attività diplomatica di Ankara non ha finora prodotto un accordo annunciato pubblicamente sulla sicurezza della navigazione. Il 15 ottobre Fidan ha dichiarato a Baku che la Turchia aveva trasmesso una proposta alla Russia e all’Ucraina e aveva discusso la questione con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il ministro turco ha posto l’accento sul commercio del grano e sull’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia.
Sofia, tuttavia, sta cercando una risposta più ampia che coinvolga l’UE e la NATO. «La sicurezza nel Mar Nero non è solo una questione regionale: riguarda tutti gli Stati dell’Unione europea», ha affermato il 12 ottobre a Lussemburgo la ministra degli Esteri Velislava Petrova. Lo stesso giorno il governo ha richiesto assistenza tecnica all’UE e alla NATO per le indagini sugli attacchi alle navi mercantili.
Dopo gli ultimi attacchi, il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov ha chiesto ai suoi omologhi turchi e rumeni una maggiore sorveglianza e lo scambio di informazioni di intelligence tra i tre paesi e le strutture della NATO.
Thomas de Waal raccomanda ai partner occidentali di Kiev di cercare una soluzione attraverso una più stretta collaborazione con Ankara e il rafforzamento delle marine bulgara e rumena.
Ma l’assistenza degli alleati non significa necessariamente un maggior numero di navi da guerra. Il 19 ottobre, il fondatore del Sofia Security Forum, Yordan Bozhilov, ha sottolineato a Nova News che le restrizioni turche al passaggio attraverso gli stretti rendono difficile aumentare le forze navali nel Mar Nero. Pertanto, a suo avviso, la risposta immediata dovrebbe consistere in un’attività congiunta di sorveglianza e intelligence tra Bulgaria e Romania, supportata da sistemi di sorveglianza aerea e mezzi di difesa costiera.
La Turchia insiste sul proprio ruolo di primo piano nel Mar Nero, ma gli attacchi stanno mettendo alla prova la sua capacità di garantire la sicurezza della navigazione. Per la Bulgaria e la Romania, il prezzo della cautela turca si misura in termini di rischio al largo delle proprie coste.
Articolo tradotto da Luca Gualco. Qui la versione originale pubblicata su EUalive.

