La Camera dei deputati ha approvato in via definitiva, in terza lettura, la riforma della legge elettorale con 227 voti favorevoli e 164 contrari, nessun astenuto. Il voto finale si è svolto a scrutinio segreto, la prova che alla vigilia era considerata la più rischiosa per la maggioranza, e il centrodestra ha retto senza difficoltà. Al momento dell’approvazione dai banchi della maggioranza è partito un applauso, mentre le opposizioni hanno esposto cartelli con le scritte “Legge truffa” e “No all’imbroglio”. Il testo, che la maggioranza chiama Stabilicum e le opposizioni Melonellum, prevede un sistema proporzionale con un premio di governabilità di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o la coalizione che supera il 42% dei voti validi.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, interpellata il giorno prima a Spalato al termine del vertice Med9 sulla sua serenità in vista del voto, aveva risposto: “Lo sono sempre”. Durante le dichiarazioni di voto il vicesegretario di Forza Italia Stefano Benigni ha parlato di “un sano ritorno al bipolarismo, in cui chi vince governa e chi perde va all’opposizione”, rivendicando che “basta con i giochi di palazzo” e con “le maggioranze costruite all’insaputa degli elettori”.

Le ragioni della maggioranza

Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (FdI) ha sostenuto che la legge ricalca il sistema in vigore per comuni e Regioni, con premio di maggioranza e sbarramento, e che le opposizioni, se credono in ciò che dicono, dovrebbero proporre l’abolizione dell’elezione diretta dei sindaci. Sulle preferenze, presenti solo in parte, ha affermato che “è meglio il 40% di preferenze che zero” e che la maggioranza ha avviato “un percorso riformatore” per arrivare in futuro a scegliere con le preferenze tutti i parlamentari.

Il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami, in un’intervista, aveva definito solido l’impianto della legge, precisando che eventuali eccezioni di costituzionalità potrebbero limitarsi ad “aspetti non centrali”. Al capogruppo del Pd Francesco Boccia, che aveva definito il premio “abnorme”, ha obiettato che anche l’Italicum, votato dal Pd, ne prevedeva uno ampio. Per Alessandro Colucci (Noi Moderati) la riforma porta “chiarezza”, perché gli elettori conosceranno in anticipo coalizioni e candidato premier, e ha respinto l’accusa di aver costruito una legge “su misura”. Anche la Svp ha votato a favore: il deputato Dieter Steger ha spiegato che il testo ha introdotto “ulteriori garanzie per il Trentino”, motivo per cui il partito è passato dall’astensione del primo voto al sì.

Le critiche delle opposizioni

La segretaria del Pd Elly Schlein ha detto alla maggioranza: “Posso capire l’imbarazzo”, perché “oggi vi fanno votare la norma che avete affossato” a luglio. Ha accusato Meloni di cambiare “le regole del gioco” a pochi mesi dal voto e “a colpi di fiducia”, definendo la legge “sbagliata e anticostituzionale”, e ha aggiunto che l’opposizione sarà “in grado di vincere con qualunque legge elettorale”. Rivolgendosi ai deputati del centrodestra ha parlato di “cinque colonnelli in ultima fila per controllare” il voto.

Il leader del M5s Giuseppe Conte ha attaccato l’indicazione del premier nella legge: “Manca solo indicare che il premio di maggioranza va a una premier con gli occhi chiari”, ha detto, aggiungendo che “qui c’è una opposizione che ti manderà a casa”. Per Angelo Bonelli (Avs) la legge è “assolutamente incostituzionale” e “lo strumento di una maggioranza che in maniera autoritaria si impone per paura di perdere”. La deputata del M5s Chiara Appendino l’ha definita un tentativo di “autoconservazione della casta”, criticando in particolare le soglie di firme necessarie per presentarsi alle elezioni.

Il segretario di +Europa Riccardo Magi ha definito la fiducia “un ricatto palese” e ha invitato i deputati della maggioranza: “Abbiate un sussulto, disobbedite”. Magi ha anche riferito che oltre 130 persone si sono unite al suo digiuno di protesta e che quasi 40mila hanno sottoscritto un appello al presidente della Repubblica. Il capogruppo di Azione Matteo Richetti ha sollevato il tema della rappresentanza di genere: “Rischiamo di avere un Parlamento senza donne”, ha detto, definendo la possibilità “un passo indietro” rispetto a una battaglia costituzionale. La capogruppo di Italia Viva Maria Elena Boschi ha annunciato il voto contrario del gruppo, osservando che “dopo sei mesi la smettiamo di parlare di legge elettorale anziché dei problemi dei cittadini”.

Il voto segreto e il controllo dei deputati

Nei giorni precedenti le opposizioni avevano chiesto al presidente della Camera Lorenzo Fontana di garantire la segretezza del voto, anche ricorrendo all’urna con le palline, dopo “comportamenti senza precedenti” nelle ultime votazioni segrete, tra “controllori” e voto espresso “con un dito” anziché con tutta la mano. La presidenza, attraverso il vicepresidente di turno Giorgio Mulè, ha risposto che il regolamento prevede il voto con le palline solo in caso di malfunzionamento del sistema elettronico, e ha fatto appello al senso di responsabilità di ciascun deputato.

Magi ha parlato di “forme di intimidazione indecenti verso i deputati della maggioranza”, citando riprese video in Aula e capi partito che fanno gli osservatori, e ha affermato che “in una democrazia è il parlamento che vigila sul governo, non il contrario”.

Il rapporto con Futuro Nazionale

Il partito di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, ha votato contro, ma il capogruppo Edoardo Ziello ha aperto al dialogo con la maggioranza. “Tutti i sondaggi dicono che il centrodestra senza Vannacci non supera la soglia per ottenere il premio”, ha affermato in Aula, aggiungendo che il partito è pronto a un’interlocuzione “programmatica” ma che serve “rispetto”. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, capodelegazione di FdI al governo, ha risposto che la maggioranza non ha bisogno di “aprire a ragionamenti con chi sta all’opposizione” e vuole mandarla a casa ogni giorno.

Bonelli ha letto la mossa come un piano B del centrodestra: “Se si va a un pareggio o la Consulta cambia la legge, Giorgia Meloni andrà a fare l’accordo con Vannacci”. Ziello ha anche rivendicato che le preferenze nel testo sono dovute a Vannacci, che ha richiamato il centrodestra alle promesse fatte, e ha ricordato che nel testo originario non c’erano.

Contenuto della legge e premio di governabilità

Secondo il testo licenziato dal Senato, il premio scatta solo se una lista o una coalizione ottiene la maggiore cifra elettorale nazionale sia alla Camera sia al Senato e raggiunge almeno il 42% dei voti validi in entrambi i rami. Se anche una sola condizione non si verifica, i seggi sono assegnati con metodo proporzionale. Alla maggioranza non possono comunque essere attribuiti più di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato, esclusi quelli della circoscrizione Estero. Il ballottaggio previsto nella versione originaria è stato abbandonato durante l’esame parlamentare.

Scompaiono i collegi uninominali del Rosatellum, con le eccezioni di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Le liste sono composte da sette candidati con capolista bloccato, e gli elettori possono esprimere fino a tre preferenze, che devono riguardare candidati di sesso diverso e non possono andare al capolista. Le preferenze mancano dalle elezioni politiche dal 1993 e sono state reintrodotte dal Senato a settembre, dopo che alla Camera, a luglio, l’emendamento di FdI e Noi Moderati era stato bocciato per un voto, 188 contro 187 a scrutinio segreto. Non è ammesso il voto disgiunto. I partiti devono indicare al momento del deposito del contrassegno il nome da proporre come presidente del Consiglio, con indicazione che ha valore politico e fa salve le prerogative del Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92 della Costituzione.

Fuorisede, estero e firme

La riforma rende strutturale il voto dei fuorisede per politiche, europee e referendum, per chi ha un domicilio temporaneo di almeno nove mesi in una regione diversa da quella di iscrizione elettorale, con domanda entro il 31 dicembre di ogni anno. Il Senato ha esteso la possibilità ai caregiver familiari. L’articolo 8, che contiene queste norme, è stato approvato dalla Camera il 7 ottobre con 214 sì, nessun voto contrario e 126 astenuti, tra cui le opposizioni. Per la Camera le ripartizioni della circoscrizione Estero scendono da quattro a due, mentre per il Senato si vota in un collegio unico. Il numero minimo di firme per presentare una lista sale a 6.000-7.000 per collegio, contro le 1.500-2.000 richieste ai partiti già costituiti in gruppo parlamentare.

Iter parlamentare e ricorsi

La proposta, a prima firma Bignami, è stata approvata dalla Camera il 16 luglio con 217 sì, 152 no e 2 astenuti ed è passata al Senato il 15 settembre con 113 voti favorevoli e 71 contrari, con otto modifiche. Tornata a Montecitorio per la terza lettura, ha superato il 1° ottobre le pregiudiziali di costituzionalità, respinte con 229 no e 151 sì. Il governo ha poi posto la fiducia sui primi tre articoli: sugli articoli 1 e 2 il 6 ottobre, e sull’articolo 3 il 7 ottobre con 228 sì, 144 no e 3 astenuti.

Ora il testo passa al Presidente della Repubblica per la promulgazione, e la legge entra in vigore quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. La Rete contro la riforma, che riunisce associazioni, comitati di costituzionalisti, giornalisti, avvocati e cittadini, prevede di depositare i ricorsi in una trentina di tribunali civili non appena la legge entrerà in vigore, chiedendo l’accertamento di una lesione del diritto di voto. Il coordinatore Roberto Zaccaria ha spiegato che l’obiettivo è che la pronuncia della Corte costituzionale arrivi “nei tempi utili” per le elezioni, e secondo gli esperti potrebbe arrivare a partire da febbraio. Bonelli ha annunciato “decine di ricorsi”. La Corte europea dei diritti dell’uomo e la Commissione di Venezia sconsigliano modifiche elettorali nell’anno precedente al voto, e a Strasburgo pende un ricorso contro il divieto di voto disgiunto previsto dal Rosatellum, che la nuova legge conferma.

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