Le proteste studentesche che stanno attraversato la Francia hanno raggiunto una nuova fase, con insegnanti e genitori che ieri (6 ottobre) sono scesi in piazza insieme agli studenti delle scuole superiori, nella giornata più intensa di quelle che il primo ministro Sébastien Lecornu ha definito le più violente manifestazioni studentesche degli ultimi decenni.
La polizia ha utilizzato gas lacrimogeni e idranti per disperdere i gruppi violenti ai margini delle manifestazioni a Parigi, Strasburgo, Rennes e Tolosa, tra le altre città. Secondo il ministero dell’Interno, le manifestazioni hanno portato in piazza più di 250.000 persone in decine di città, mentre gli organizzatori hanno parlato di 450.000 partecipanti.
Le proteste, durante le quali lunedì (5 ottobre) un adolescente ha perso una mano, rappresentano l’ultima manifestazione della rabbia pubblica in un Paese in cui il consenso per i partiti populisti, sia di estrema destra sia di estrema sinistra, è aumentato in vista delle elezioni presidenziali della prossima primavera.
Governo sotto pressione
Il governo è sotto pressione per ridurre il debito pubblico in un contesto di crescita debole e ha incontrato difficoltà persino nell’affrontare questioni di base come l’approvazione della legge di bilancio, dopo che gli alleati del presidente Emmanuel Macron hanno perso la maggioranza alle elezioni parlamentari del 2024.
Lecornu ha dichiarato ai deputati che almeno 215 adolescenti e 85 membri del personale scolastico sono rimasti feriti finora negli scontri, in quello che ha definito “il bilancio più pesante pagato dal sistema scolastico negli ultimi decenni”. Il suo ufficio ha riferito che sono rimasti feriti anche più di 700 agenti di polizia.
La rivolta nelle scuole superiori francesi è iniziata a metà settembre in un lycée di Créteil, sobborgo popolare a sud-est di Parigi, e ieri è diventata la giornata più imponente di un movimento che il primo ministro ha definito la più violenta ondata di disordini studenteschi degli ultimi decenni. Il ministero dell’Interno ha contato circa 256.000 persone in piazza, di cui 56.000 a Parigi; gli organizzatori hanno parlato di 450.000. Più di 6.000 persone sono state arrestate, la stragrande maggioranza delle quali minorenni.
Le rivendicazioni non sono astratte. Gli studenti, sostenuti da insegnanti e genitori, protestano contro la carenza di docenti, le classi sovraffollate e gli edifici scolastici fatiscenti, con infiltrazioni d’acqua, privi delle attrezzature di base e, in alcuni casi, infestati dai topi.
Il ministero dell’Istruzione ha dichiarato che martedì le lezioni sono state sospese in 891 dei circa 3.700 lycée francesi; i sindacati studenteschi hanno stimato invece che il numero di scuole bloccate o chiuse sia più vicino a 1.800. Un incontro venerdì tra il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray e i rappresentanti degli studenti non ha prodotto alcun accordo.
Lecornu ha dichiarato che entro la fine del mese sarà pubblicato un rapporto sulle condizioni delle scuole e che il governo non cederà di fronte alla violenza. Emmanuel Macron ha convocato i ministri all’Eliseo ieri sera.
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La questione finanziaria
È la persistenza del movimento ad aver trasformato una protesta locale in un fatto politico. È iniziato nelle periferie più povere, si è diffuso attraverso la tattica dei blocchi, da tempo utilizzata dagli studenti francesi delle scuole superiori, e ora ha coinvolto anche i sindacati, già impegnati in scioperi contro una legge di bilancio per il 2027 che prevede risparmi per decine di miliardi di euro.
Il debito pubblico francese si aggira intorno al 120% del PIL. Il rendimento dei titoli di Stato decennali ha superato brevemente il 5% la scorsa settimana, il livello più alto in quasi un quarto di secolo, mentre lo spread rispetto al debito tedesco si è ampliato sensibilmente. Il costo del servizio del debito è destinato a diventare la principale voce di spesa dello Stato.
Un governo privo di una maggioranza dalla convocazione delle elezioni anticipate del 2024 non può facilmente trovare risorse per rifare i tetti delle scuole e assumere insegnanti sostitutivi mentre i mercati stanno già scontando il rischio che il deficit non venga ridotto.
Questa stretta finanziaria ha anche una dimensione generazionale, e i numeri lo dimostrano. Un’analisi Reuters dello scorso anno ha rilevato che, dei circa 90 miliardi di euro destinati alle scuole, più di un quarto viene utilizzato per finanziare le pensioni degli insegnanti in pensione anziché le attività nelle aule. Escludendo le pensioni dal bilancio dell’istruzione, l’impegno finanziario della Francia appare meno generoso di quanto suggerisca la cifra complessiva.
I risultati dei test PISA hanno mostrato che i quindicenni francesi sono rimasti indietro rispetto ai loro coetanei degli altri Paesi dell’OCSE; Reuters ha riferito che anche la valutazione del 2025 ha evidenziato una spesa che non tiene il passo con l’inflazione e risultati scolastici inferiori.
I pensionati votano. Gli studenti dei lycée no. I governi che si sono succeduti hanno trattato le regole pensionistiche come la riforma capace di far cadere un governo, mentre la manutenzione delle scuole come una voce di spesa che poteva essere rimandata. Gli studenti sulle barricate sono la generazione che erediterà sia gli edifici sia il debito.
L’eco del maggio 1968 è già visibile nelle strade, e va interpretata con cautela. A Parigi, gli studenti hanno portato uno striscione con la scritta “sotto i nostri libri di testo, la rabbia”, un richiamo deliberato allo slogan “sotto i sampietrini, la spiaggia”.
Le dimensioni del movimento non sono quelle del 1968: si tratta di una protesta dei liceali incentrata sul personale e sulle condizioni degli edifici, non di uno sciopero generale capace di paralizzare lo Stato.
Ciò che le due mobilitazioni hanno in comune è la sensazione che la Francia istituzionale abbia smesso di ascoltare una generazione che non ha ancora peso elettorale. La violenza ai margini delle manifestazioni e i ferimenti di alcuni ragazzi hanno inoltre spaccato il Paese sulla questione di cosa debba essere considerato una forma legittima di protesta.
La posizione di Lecornu – secondo cui incendiare una scuola non servirà a ripararla – è quella del governo; gli studenti e alcuni insegnanti rispondono che gli edifici erano già in condizioni precarie.
In vista delle presidenziali
A sette mesi dalle elezioni presidenziali, alle quali Macron non potrà candidarsi, i partiti hanno iniziato a prendere posizione. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ha difeso sia il diritto degli studenti a protestare sia la propria presenza sulle barricate; inizialmente i ministri avevano attribuito parte dei disordini anche all’agitazione dell’estrema sinistra.
Ieri il leader comunista Fabien Roussel, candidato dichiarato alla presidenza, ha presentato un “patto per i giovani” e chiesto che la legge di bilancio del 2027 preveda finanziamenti straordinari per gli edifici scolastici, la riduzione del numero di studenti per classe e l’assunzione di insegnanti supplenti.
Marine Le Pen, che secondo i sondaggi è in testa alla corsa, ha sfruttato la giornata per illustrare il proprio piano di tagli alla spesa e rassicurare i mercati obbligazionari; il suo partito non ha collegato le proteste all’immigrazione, nonostante altri abbiano tentato di farlo. CNN ha descritto i disordini come il colpo di partenza di una sfida elettorale tra estrema destra ed estrema sinistra, in cui il centro appare privo di una base elettorale tra le persone scese in piazza.
Il governo si trova stretto tra queste due pressioni. Riparare i lycée significherebbe rispondere alle richieste degli studenti, ma potrebbe allarmare gli investitori. L’austerità rassicurerebbe i mercati, ma confermerebbe l’accusa secondo cui la Francia mantiene il proprio modello sociale per chi vota e lo rimanda per chi non ha diritto di voto.
Le proteste sono già durate abbastanza da non poter essere considerate un semplice sfogo passeggero. Che possano trasformarsi in un nuovo “momento 1968” dipenderà meno dallo slogan che dalla capacità di un sistema politico diretto verso le elezioni primaverili di considerare una generazione senza diritto di voto come un soggetto portatore di legittime rivendicazioni, anziché come un semplice problema da contenere.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.
[Video a cura di EU Video News]

