Questa è la terza lezione sull’argomento “Il Manifesto di Ventotene”, incluso nel primo modulo del programma di formazione per insegnanti “EUPress”.

L’obiettivo di questa lezione, tenuta dal Prof. Fabio Masini, è discutere l’eredità intellettuale del Manifesto.

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Il *Manifesto di Ventotene* (1941) non rappresentava soltanto un appello a favore di un’Europa unita in senso federale; costituiva una critica serrata allo Stato-nazione inteso come forma politica ormai superata. In un’epoca segnata dai totalitarismi e dalla guerra, gli autori del Manifesto sostenevano che gli Stati avessero smesso di servire gli interessi dei cittadini, trasformandosi invece in strumenti di potere corporativo e di conflitto. La forza intellettuale di questo documento risuona ancora oggi nei dibattiti sull’integrazione europea.

Il declino del ruolo positivo dello Stato-nazione

Storicamente, lo Stato aveva contribuito a forgiare l’unità nazionale e a servire il bene collettivo. Tuttavia, nel corso del XX secolo — secondo gli autori — esso si era trasformato in un’“entità divina” autoreferenziale, incurante dei danni arrecati agli altri. Non più “custode delle libertà civili”, lo Stato era divenuto un “signore di vassalli”, sempre più asservito a specifiche lobby economiche o politiche.

Come scrisse Altiero Spinelli, lo Stato moderno incarna ormai “la volontà di chi detiene il potere”, e non quella dei cittadini. Lo Stato, nato teoricamente per servire la collettività, finiva invece per favorire élite monopolistiche e militariste, siano esse industriali, agricole o burocratiche.

Cittadini trasformati in sudditi

Secondo l’analisi del Manifesto, il popolo aveva perso il proprio ruolo di artefice degli obiettivi collettivi. Al contrario, venivano ridotti a semplici strumenti dello Stato. Spinelli denunciò questa evoluzione come una deriva verso strutture autoritarie in cui ci si aspettava che i cittadini “obbedissero senza discutere”, culminata nell’ascesa di leader investiti di un’autorità quasi sacra.

Questa prospettiva era profondamente influenzata dal contesto bellico: un’Europa dominata da regimi fascisti, propaganda e repressione. Tuttavia, gli autori non consideravano tali pericoli come incidenti storici, bensì come conseguenze strutturali della frammentazione politica e di un nazionalismo incontrollato.

La soluzione: un sistema federale oltre lo Stato-nazione

Per Spinelli e i suoi coautori, la via d’uscita da questa degenerazione era chiara: il federalismo. Ispirandosi al modello americano e a pensatori europei come Luigi Einaudi, il manifesto proponeva una federazione sovranazionale come unica struttura politica capace di:

  • Risolvere i conflitti tra le nazioni
  • Arginare l’appropriazione del potere statale da parte di gruppi corporativi
  • Restituire ai cittadini la sovranità sulle decisioni collettive

Questa posizione contraria all’intergovernamentalismo spiega l’opposizione di Spinelli — costante per tutta la vita — a una cooperazione europea fondata esclusivamente su accordi tra governi nazionali, da lui ritenuti inevitabilmente orientati a interessi di parte e insufficientemente democratici.

Una critica ancora attuale

Oggi, mentre l’Europa è alle prese con deficit democratici, processi decisionali tecnocratici e l’ascesa del nazionalismo, l’eredità intellettuale del *Manifesto di Ventotene* conserva una straordinaria attualità. La sua critica allo Stato-nazione — e la sua insistenza su una trasformazione costituzionale attraverso il federalismo — continuano a mettere in discussione i limiti dell’integrazione europea.

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1 Comment

  1. […] di ciascuno dei due moduli sono previsti approfondimenti su argomenti specifici. Il primo verterà sulla nascita e sull’eredità intellettuale del Manifesto di Ventotene, mentre il secondo sull’impatto economico, sociale e politico del Next Generation […]

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