Il Tribunale dell’Unione europea ha respinto il 9 settembre 2026 il ricorso presentato dall’Ungheria contro la decisione del comitato del Fondo europeo per la pace (European Peace Facility, EPF) che aveva destinato la prima tranche dei proventi straordinari degli attivi russi congelati al sostegno delle forze armate ucraine. Con la sentenza, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la controversia non rientra nella competenza della giurisdizione dell’Unione, trattandosi di una decisione strettamente legata alle scelte politiche o strategiche adottate nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune (PESC).
Il Tribunale ha innanzitutto accertato che l’EPF possiede personalità giuridica propria. Ne consegue che il ricorso contro un atto del suo comitato non rientra tra le categorie di azioni riservate alla Corte di giustizia, come avviene invece per i ricorsi proposti da uno Stato membro contro il Consiglio. La causa doveva quindi essere esaminata dal Tribunale e non dalla Corte.
Nel merito, i giudici hanno ricordato che la Corte di giustizia dell’Unione europea non ha, in linea di principio, competenza sulle disposizioni relative alla PESC né sugli atti adottati sulla loro base. Il Tribunale ha verificato che il caso non rientra in nessuna delle due eccezioni previste dai trattati che consentono un intervento della giurisdizione europea in questo ambito. Ha infine concluso che la decisione contestata ha operato scelte politiche o strategiche nel quadro della PESC, in quanto ha determinato la ripartizione dei fondi per l’acquisizione di equipaggiamenti “di natura militare” destinati alle forze armate ucraine e ha scelto la specifica misura di assistenza a cui destinarli.
L’origine della controversia
Il Consiglio dell’Unione europea aveva istituito l’EPF nel 2021 per finanziare le azioni dell’Unione nell’ambito della PESC. Il 21 maggio 2024 il Consiglio aveva adottato due decisioni distinte: la prima fissava le regole per la destinazione dei proventi straordinari generati dagli attivi russi immobilizzati a sostegno dell’Ucraina, la seconda ne disponeva la concreta allocazione. L’Ungheria aveva votato a favore della prima decisione, ma si era astenuta in modo costruttivo sulla seconda.
Il 21 giugno 2024 il comitato dell’EPF aveva adottato, con procedura scritta, la decisione di destinare la prima tranche di quei proventi alle forze armate ucraine. In quell’occasione il comitato aveva stabilito che l’Ungheria non potesse partecipare al voto, proprio in ragione dell’astensione costruttiva espressa in precedenza. Budapest aveva impugnato la decisione davanti al Tribunale, contestando una violazione delle regole di voto applicabili e il mancato rispetto dei valori fondamentali e dei principi costituzionali dell’Unione relativi allo Stato di diritto, alla parità tra Stati membri e al funzionamento democratico dell’Unione.
Il contesto politico a Budapest
La causa era stata avviata dal precedente governo guidato da Viktor Orbán, storicamente allineato su posizioni critiche verso il sostegno militare dell’Unione all’Ucraina e su relazioni distese con Mosca. Il quadro politico ungherese è tuttavia mutato radicalmente da allora: dopo le elezioni parlamentari di aprile 2026, che hanno segnato la sconfitta di Orbán, il nuovo governo guidato da Péter Magyar ha rivisto la dottrina di politica estera del Paese, individuando ora la Russia come una minaccia.
Il cambio di rotta si è tradotto in atti concreti: a luglio 2026 l’Ungheria ha aderito alla Procura europea (EPPO), invertendo il rifiuto costante mantenuto dall’amministrazione Orbán, e secondo quanto riportato da Euronews il governo di Budapest avrebbe disposto in questi giorni l’espulsione di dieci diplomatici russi per attività ritenute “inaccettabili”. Resta da vedere se il nuovo esecutivo manterrà la linea del suo predecessore anche sul fronte giudiziario legato al finanziamento dell’assistenza militare all’Ucraina.
Il meccanismo dei proventi straordinari e le cause pendenti
Il meccanismo contestato dall’Ungheria riguarda i proventi generati dagli attivi della Banca centrale russa immobilizzati in Europa dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. Secondo dati riportati da agenzie internazionali, l’Unione avrebbe incassato a inizio agosto 2026 una nuova tranche di circa 1,4 miliardi di euro, la quinta dall’avvio del meccanismo, portando il totale dei proventi raccolti dall’immobilizzazione degli attivi a circa 8 miliardi di euro destinati al sostegno di Kiev.
La causa decisa il 9 settembre non è l’unica intentata da Budapest su questo fronte. Un secondo ricorso, relativo alla decisione del comitato EPF del 26 febbraio 2025 sulla ripartizione della seconda tranche dei proventi, era stato presentato dall’Ungheria alla Corte di giustizia il 6 maggio 2025 e successivamente rinviato al Tribunale, che deve ancora pronunciarsi.

