Ad 84 anni è morto nell’ospedale penitenziario dell’Aia l’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, stava scontando l’ergastolo per genocidio. A darne notizia inizialmente è stata l’emittente serba Informer TV. In seguito, la notizia è stata confermata dalla televisione pubblica RTS e alla Reuters da un funzionario delle Nazioni Unite.
Nel novembre 2017 Ratko Mladić fu condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra tanto da essere soprannominato il boia di Srebrenica. La condanna fu confermata definitivamente in appello nel giugno 2021 dal Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali dell’ONU. Durante la guerra in Bosnia, Mladić fu comandante dello Stato maggiore principale dell’Esercito della Republika Srpska (VRS), le forze serbo-bosniache, incarico che ricoprì dal 1992 almeno fino al novembre 1996.
Tra i crimini per i quali è stato condannato figura il genocidio di Srebrenica, dove nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache uccisero più di 8mila uomini e ragazzi bosgnacchi. I giudici stabilirono che Mladić ebbe un ruolo centrale nel piano criminale volto a eliminare la popolazione musulmana dell’enclave: utilizzò le forze sotto il suo comando per le esecuzioni di migliaia di uomini e ragazzi e per l’espulsione forzata di circa 25mila donne, bambini e anziani. La sentenza ha accertato che Mladić condivideva l’intento genocidario e partecipò all’impresa criminale comune finalizzata all’eliminazione dei musulmani bosniaci di Srebrenica.
La strage seguì la caduta, l’11 luglio 1995, dell’enclave che le Nazioni Unite avevano dichiarato “area protetta” e che era presidiata dal battaglione olandese Dutchbat. Circa 25mila profughi cercarono riparo nell’area controllata dai caschi blu a Potočari, ma le forze serbo-bosniache separarono successivamente uomini e ragazzi da donne e bambini.
La condotta del contingente olandese è stata oggetto di dure critiche e di un lungo contenzioso giudiziario. Nel 2019 la Corte suprema dei Paesi Bassi ha riconosciuto una responsabilità limitata dello Stato olandese per non aver consentito a circa 350 uomini rifugiati nella base di rimanervi, pur sapendo che correvano un grave rischio di essere uccisi. La Corte ha tuttavia escluso una responsabilità generale dei Paesi Bassi per la caduta di Srebrenica e per il genocidio.
Le reazioni alla morte Mladić hanno immediatamente riportato alla luce le profonde divisioni che ancora attraversano i Balcani sulla memoria delle guerre degli anni Novanta.
Emir Suljagić, direttore del Memoriale di Srebrenica, ha scritto in un messaggio sul suo profilo X che la scomparsa dell’ex comandante serbo-bosniaco non cambia le sentenze né quanto accaduto, indicando come priorità la difesa della verità, della responsabilità e della memoria.
In una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa turca Anadolu e anche ai media bosniaci, Kada Hotić, vicepresidente dell’associazione Movimento delle Madri delle enclave di Srebrenica e Žepa, che nel genocidio perse il marito e il figlio, ha invece ricordato l’importanza della condanna definitiva all’ergastolo pronunciata contro Mladić. “Credo che il Tribunale dell’Aia abbia rispettato la sua condanna”, ha affermato. “L’importante è che la condanna all’ergastolo sia rimasta inalterata, che rimanga agli atti. Per un crimine del genere, una condanna del genere”, ha aggiunto.
In un comunicato congiunto le associazioni delle vittime e dei testimoni del genocidio e il Movimento delle Madri delle enclave di Srebrenica e Žepa hanno sottolineato che con Mladić “non sono morti i crimini per i quali è stato condannato”.
Diametralmente opposte le reazioni provenienti dalla Republika Srpska. L’ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, in una dichiarazione a Informer Tv ha definito la sua morte un “omicidio”, sostenendo che Mladić fosse rispettato dal popolo serbo e avesse combattuto per difenderlo.
Anche l’ex vicepremier serbo, Vojislav Šešelj, intervenendo sempre a Informer TV ha accusato il sistema giudiziario dell’Aia per la sua morte, mentre organizzazioni di veterani e familiari dei caduti serbo-bosniaci lo hanno ricordato come un comandante e un difensore del popolo serbo.
Secondo i media serbi, tra cui l’emittente pubblica RTS la famiglia si era mobilitata per chiedere il rimpatrio di Mladic a causa del suo stato di salute. Indiscrezioni pubblicate dal portale di informazione serbo Blic, lo stesso presidente serbo Aleksandar Vučić si sarebbe mosso per consentire il rientro in Serbia di Mladic per motivi di salute, scrivendo una settimana fa all’amministrazione del Tribunale dell’Aia per richiedere il rilascio di Ratko Mladić affinché potesse morire in Serbia, ricevendo però un diniego.
[a cura di Sara Bertolli e Simone Cantarini]

