Dalle interpretazioni distorte della Seconda guerra mondiale fino alle storie inventate sull’identità nazionale, il regime russo utilizza sempre più spesso la storia come un’arma per influenzare l’opinione pubblica, minare la fiducia e indebolire la democrazia in tutta l’Europa centrale. È quanto emerge da un progetto di ricerca internazionale che ha analizzato i contenuti diffusi online.

Per quanto riguarda la Repubblica Ceca, le narrazioni disinformative sono dominate dalla Seconda guerra mondiale e dalla liberazione da parte dell’Unione Sovietica. L’obiettivo è sfruttare il sacrificio dell’Armata Rossa per creare un senso di debito morale e gratitudine che viene poi trasferito alla Russia contemporanea.

A questo servono anche temi locali, come la rimozione delle statue dei soldati sovietici o gli atti vandalici contro i memoriali, utilizzati per suscitare nel pubblico ceco un senso di fallimento morale.

Trasferire la colpa dell’invasione del 1968

Un altro importante tema della disinformazione riguarda il 1968 e l’occupazione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Le campagne disinformative cercano di sollevare la Russia dalla responsabilità dell’invasione.

“Molti contenuti sottolineavano il coinvolgimento ucraino nell’occupazione, in modo da far sembrare che quella decisione fosse, nella sua essenza, ucraina. Diffondevano inoltre statistiche secondo cui la maggior parte dei soldati che occuparono la Cecoslovacchia erano in realtà ucraini e che, pertanto, la responsabilità dell’occupazione ricadrebbe sull’Ucraina contemporanea”, ha spiegato Alexandra Nosková, coautrice dell’analisi e ricercatrice presso il Prague Security Studies Institute (PSSI).

Quando la responsabilità dell’invasione non veniva attribuita direttamente all’Ucraina, veniva trasferita sul piano interno: al governo cecoslovacco, alle ragioni militari oppure allo scontro tra i comunisti cechi e slovacchi. I responsabili erano tutti gli altri, tranne l’allora regime di Mosca.

I ricercatori hanno inoltre individuato su Internet in Repubblica Ceca una forte ondata di contenuti che associano l’identità ucraina contemporanea esclusivamente all’estremismo, all’ideologia nazista e al sostegno a Stepan Bandera. Per alimentare sentimenti anti-ucraini vengono sfruttati anche traumi storici come il massacro di Volinia.

I media alternativi sommergono il pubblico di informazioni contraddittorie

La ricerca ceca si è concentrata su sei momenti storici fondamentali: l’Accordo di Monaco, il Protettorato di Boemia e Moravia, la liberazione del 1945, il colpo di Stato comunista del febbraio 1948, l’invasione del 1968 e la Rivoluzione di velluto del 1989.

Il gruppo di ricerca del PSSI ha analizzato complessivamente 4.700 contenuti. Dopo averli filtrati sulla base della loro diffusione e aver eliminato quelli irrilevanti o incompleti, è arrivato a un campione finale di 102 contenuti originali.

Secondo l’analisi, nella Repubblica Ceca la disinformazione sulla storia viene diffusa soprattutto dai media alternativi, anche se identificarli non è semplice.

“Molti di questi account sono anonimi e si collocano in una zona intermedia tra la categoria dei media alternativi e quella degli account propagandistici o disinformativi”, ha aggiunto Nosková.

I dati cechi hanno mostrato che i singoli contenuti stratificano e combinano diverse tecniche manipolatorie, rendendone molto difficile la confutazione. L’obiettivo delle campagne non è necessariamente imporre un’unica versione della verità, ma piuttosto saturare lo spazio informativo con un numero talmente elevato di teorie contraddittorie da far perdere al lettore medio la capacità di distinguere ciò che è vero.

Una strategia simile nei Paesi vicini

La stessa ricerca è stata condotta anche in Slovacchia e Polonia. Gli eventi storici sui quali si è concentrata la raccolta dei dati, tuttavia, erano differenti.

Lo spazio disinformativo polacco si concentra fortemente sul massacro di Katyn, sulla Conferenza di Yalta, sull’invasione sovietica della Polonia nel 1939 e anche sull’Accordo di Monaco. In quest’ultimo caso, ad esempio, viene sostenuto che la Polonia avrebbe impedito all’Unione Sovietica di fornire assistenza alla Cecoslovacchia.

In Slovacchia, invece, la scena della disinformazione sfrutta soprattutto la Rivolta nazionale slovacca del 1944.

L’analisi ha rilevato che in tutta la regione svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione della disinformazione la rete russa coordinata Pravda e la piattaforma di messaggistica criptata Telegram; in Slovacchia, invece, al primo posto c’è Facebook.

In Slovacchia i politici manipolano la storia

Il contesto slovacco presenta inoltre una caratteristica particolare: la disinformazione non viene condivisa soltanto ai margini della società o dello spettro politico.

“I politici in Slovacchia sono forti amplificatori. Vediamo che uno dei cinque contenuti che manipolano la storia proviene da account collegati a politici. Questo conferisce una sorta di legittimità alla manipolazione storica, perché quando politici popolari diffondono questo tipo di narrazioni, molte persone possono credere che si tratti di qualcosa di legittimo”, ha spiegato Domician Zahorjan del NEST Institute slovacco.

In tutta la regione viene comunque utilizzato un comune “manuale” della disinformazione. Indipendentemente dall’evento storico di cui si parla, i disinformatori cercano di convincere il pubblico che la Russia è il salvatore e il protettore, l’Occidente è il traditore e gli ucraini sono responsabili dei problemi storici e contemporanei.

E qual è, secondo i ricercatori, il principale obiettivo della manipolazione della storia? Indebolire in tutta l’Europa centrale il sostegno all’Ucraina e ridurre la fiducia dei cittadini nell’UE, nella NATO e nelle proprie istituzioni nazionali.

Cosa fare?

Sebbene la ricerca completa sarà pubblicata dagli autori soltanto a metà settembre, sono già state formulate alcune raccomandazioni su come contrastare queste campagne di disinformazione e aumentare la capacità di resistere al revisionismo storico.

Gli esperti raccomandano, ad esempio, di inserire una maggiore quantità di storia contemporanea nei programmi scolastici, sviluppare ulteriormente l’alfabetizzazione mediatica e costruire un efficace sistema statale di comunicazione strategica.

Secondo i ricercatori è particolarmente importante agire in modo proattivo e non reattivo. Bisogna sfruttare il fatto che il revisionismo storico è spesso legato a specifici anniversari e confutare le narrazioni prima che possano diffondersi massicciamente.

“Ciò significa, per esempio, che il 1968 verrà ricordato soprattutto in occasione dell’anniversario e non durante tutto l’anno. Sapere quando è probabile che qualcosa accada è quindi molto utile e ci dà l’opportunità di prevenirlo”, ha spiegato Kamil Mikulski, dell’organizzazione polacca Emerging Threats Observatory, che si occupa di disinformazione e ingerenze straniere.

In questo contesto, gli autori raccomandano di coinvolgere fonti esperte e affidabili e di valorizzare l’autorevolezza di storici, archivi, musei e altre istituzioni. Questi soggetti possono parlare direttamente al pubblico e contribuire a ristabilire i fatti. E poiché la disinformazione si concentra molto frequentemente sul periodo della Seconda guerra mondiale, secondo i ricercatori avrebbe senso orientare specificamente verso questo periodo le strategie di difesa.

Le raccomandazioni comprendono inoltre un appello a rafforzare la cooperazione internazionale tra i Paesi del Gruppo di Visegrád e a rendere accessibili al grande pubblico le fonti storiche digitalizzate.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su update-eu disponibile qui.

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