L’ex commissario europeo al Commercio Karel De Gucht ha invitato l’Unione europea a fare un uso più deciso della propria forza contrattuale nei confronti di Pechino, sostenendo che il blocco comunitario dovrebbe chiudere in misura crescente il proprio mercato alle merci cinesi per spingere la Cina a contenere il proprio boom manifatturiero. Lo riporta il Financial Times in un’intervista pubblicata nell’ambito di una serie dedicata al rapporto commerciale tra Unione europea e Cina.
De Gucht, commissario al Commercio tra il 2010 e il 2014 e soprannominato “il martello” per lo stile diretto con cui contestò le sovvenzioni pubbliche cinesi in settori come il fotovoltaico e le telecomunicazioni, ha detto al quotidiano britannico che i tentativi dell’UE di proteggere la propria base industriale dalla concorrenza cinese non stanno funzionando. Secondo l’ex commissario, il motivo è che Bruxelles “non fa valere il pugno” e non mostra la forza contrattuale di cui dispone.
Il tema arriva mentre il disavanzo commerciale dell’UE nei beni con la Cina è cresciuto in modo marcato: secondo i dati Eurostat, era pari a 104 miliardi di euro nel 2013, l’anno in cui De Gucht avviò le sue inchieste anti-dumping, ed è salito a circa 360 miliardi lo scorso anno.
“Gli Stati membri smettano di trattare da soli con Pechino”
Secondo quanto riportato dal Financial Times, De Gucht ha sostenuto che i singoli Stati membri dovrebbero smettere di negoziare autonomamente con la Cina, un comportamento che secondo lui li espone alla pressione della seconda economia mondiale. Il riferimento arriva a pochi mesi dalla quarta visita in quattro anni del premier spagnolo Pedro Sánchez a Pechino, dove a aprile ha cercato investimenti e avviato con la Cina un dialogo strategico.
De Gucht ha osservato che la Cina, pur essendo un grande Paese, non può fare a meno delle esportazioni, e che l’UE resta il principale mercato di sbocco per le merci cinesi: ridurre l’accesso al mercato comunitario, secondo l’ex commissario, metterebbe pressione su Pechino. Ha proposto in particolare di vincolare le importazioni di auto elettriche a una soglia minima di contenuto europeo, indicando come esempio una quota del 70 per cento.
L’ex commissario ha anche proposto che l’UE costituisca un’alleanza di Paesi favorevoli al libero scambio come alternativa all’Organizzazione mondiale del commercio, la cui funzionalità ha definito compromessa: il meccanismo di risoluzione delle controversie dell’OMC, che De Gucht utilizzò più volte con successo contro la Cina durante il suo mandato, è di fatto paralizzato da anni a causa del veto statunitense alla nomina dei giudici. Secondo l’ex commissario, gli accordi di libero scambio conclusi dall’UE, che ne ha attualmente 45 con 80 partner nel mondo, rappresentano oggi la principale leva a disposizione di Bruxelles.
I precedenti scontri con Pechino
Durante il suo mandato, De Gucht dovette più volte ridimensionare le proprie iniziative per le divisioni tra gli Stati membri. Nel 2013 aveva proposto dazi anti-dumping medi del 47 per cento sui pannelli solari cinesi, ma la minaccia di Pechino di colpire in risposta il vino e le auto di lusso europee spinse la Germania e altri Paesi a imporre un compromesso: le aziende cinesi accettarono di applicare un prezzo minimo ai propri pannelli, ma il principale produttore europeo di pannelli solari collassò comunque poco dopo di fronte alle importazioni continue. Oggi la Cina detiene quasi il 90 per cento della produzione fotovoltaica mondiale, contro lo 0,2 per cento dell’UE, in calo rispetto a circa il 30 per cento nel 2007.
Nel 2014 De Gucht dovette anche abbandonare un’indagine sul presunto uso di sovvenzioni statali illegali da parte dei produttori di apparecchiature per telecomunicazioni Huawei e ZTE, nel tentativo di ricucire i rapporti commerciali con Pechino. Le aziende europee di telecomunicazioni, che temevano di essere escluse dal mercato cinese, avevano fatto pressione sui rispettivi governi nazionali. Secondo De Gucht, quelle stesse aziende sono oggi comunque in gran parte escluse dal mercato cinese per effetto della politica di preferenza per i fornitori nazionali adottata da Pechino.
Gli strumenti a disposizione della Commissione
Dal mandato di De Gucht, l’UE ha rafforzato i propri strumenti di difesa commerciale, ma non ha mai utilizzato lo strumento anti-coercizione, che le permetterebbe di sospendere alcuni impegni assunti in sede OMC e di introdurre restrizioni sui servizi. La Commissione starebbe lavorando a una nuova normativa che obblighi le imprese a diversificare le catene di fornitura riducendo la dipendenza dalla Cina, oltre a uno strumento di “solidarietà” a sostegno degli Stati membri colpiti da eventuali ritorsioni, sebbene non sia chiaro se saranno stanziate risorse aggiuntive. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato questo mese che l’UE è “sostanzialmente preparata a tutto” e dispone di “tutti gli strumenti sul tavolo”.
De Gucht ha comunque giudicato un errore sospendere le azioni di difesa commerciale in attesa dei nuovi strumenti, e ha invitato la Commissione a velocizzare le inchieste commerciali, che richiedono oggi almeno un anno: procedure che ha definito “ancora troppo lunghe”. Pur muovendo queste critiche, l’ex commissario non ritiene che sia troppo tardi per salvare l’industria europea, sostenendo che a Bruxelles serva ritrovare la capacità politica e la determinazione di figure come Jacques Delors, presidente della Commissione tra il 1985 e il 1995 e artefice della creazione del mercato unico.

