Il finanziamento comune della difesa e la creazione di un titolo sovrano europeo sono stati indicati come la leva più concreta per rimettere in moto l’integrazione dell’Unione, nel corso della presentazione avvenuta il 16 luglio al Senato del Florence Report curato da Marco Buti. Nel confronto ospitato a Palazzo Madama, l’ex premier e già commissario UE all’Economia, Paolo Gentiloni, ha sostenuto che l’Europa deve compiere “un salto di natura un po’ più federalista” e ha collegato in modo esplicito la difesa comune e l’emissione di un debito condiviso, rilanciando la proposta avanzata dalla Spagna all’ultimo Eurogruppo. Sulla stessa direttrice si sono mossi, con accenti diversi, la presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio e presidente del Network europeo delle istituzioni fiscali indipendenti, Lilia Cavallari, il presidente della commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, Giulio Tremonti, e il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio, Mario Monti.

L’iniziativa è stata promossa dal senatore del Partito Democratico, Antonio Misiani, e dal presidente del Movimento europeo in Italia, Pier Virgilio Dastoli, con la moderazione della giornalista Adriana Cerretelli. La discussione è arrivata a valle del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, che ha inserito difesa, bilancio pluriennale, migrazione e rapporto tra allargamento e riforme tra i temi da riportare al vertice di metà ottobre. Proprio a questo passaggio istituzionale ha fatto riferimento Dastoli, invitando a far circolare il rapporto tra “chi decide o chi dovrebbe decidere” prima delle conclusioni autunnali.

Buti ha presentato il rapporto come il prodotto di quasi due anni di lavoro del laboratorio sull’Unione economica e monetaria avviato all’Istituto universitario europeo con Giancarlo Corsetti e altri collaboratori dopo la sua uscita dalla Commissione. Il volume, curato insieme a Corsetti e ad Anna Peychev, muove da una diagnosi netta: il modello su cui l’Europa ha costruito i suoi ultimi sessant’anni, definito “a responsabilità ridotta”, è venuto meno e non tornerà a prescindere dagli sviluppi politici negli Stati Uniti. Buti lo ha sintetizzato in tre elementi: una crescita esternalizzata verso il consumatore americano come acquirente di ultima istanza, con una “sindrome del piccolo Paese” fondata sull’export non sostenibile per un’area delle dimensioni dell’eurozona; una sicurezza allocata altrove; una sovra rappresentazione nelle istituzioni multilaterali che, ha osservato, è oggi un fattore di debolezza e non di forza.

Sul piano propositivo il rapporto individua tre piste.

La prima riguarda i beni pubblici europei, con una ristrutturazione del bilancio dell’Unione e un finanziamento in debito comune orientato a progetti futuri e non alla mutualizzazione del passato.

La seconda è l’unione dei risparmi e degli investimenti, sul cui avanzamento Buti ha segnalato la presenza di interessi contrari significativi.

La terza è il ruolo dell’Europa in un mondo multipolare, come aggregatore delle medie potenze.

Riprendendo Jürgen Habermas, il rapporto propone inoltre un concetto di solidarietà di tipo assicurativo, non più fondato su trasferimenti a senso unico dal nord verso sud o est, ma su una mutua assicurazione contro shock sempre più simmetrici e imprevedibili. Sul metodo, Buti ha indicato la necessità di attivare in modo simbiotico bilancio, regolamentazione e coordinamento delle politiche nazionali, oggi gestiti separatamente, e ha messo in guardia dal rischio di scivolare in un'”Europa alla carta”, richiamando quella che ha definito la “maledizione di Juncker”: sapere che cosa fare, ma non come essere rieletti dopo averlo fatto.

Le nuove regole fiscali reggono, l’Italia è un buon esempio

La presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Lilia Cavallari, ha offerto una lettura tecnica del primo anno di applicazione delle nuove regole fiscali europee, definendole un passo avanti perché imperniate su una programmazione di medio termine e su piani nazionali capaci di responsabilizzare gli Stati e di adattarsi alle specificità dei singoli Paesi. Il quadro europeo, ha spiegato, è tuttavia eterogeneo, sia nel coinvolgimento delle istituzioni fiscali indipendenti sia nel conseguimento degli obiettivi di bilancio, con le performance peggiori legate ai Paesi che hanno costruito i piani su previsioni eccessivamente ottimistiche.

In questo panorama, Cavallari ha collocato l’Italia tra i casi solidi, avendo coinvolto l’UPB nella validazione delle previsioni macroeconomiche alla base del piano. Nonostante il deterioramento del quadro esterno, dalla guerra in Medio Oriente al nuovo shock energetico, la finanza pubblica italiana resta a suo avviso su un percorso sostenibile, riconosciuto dai mercati: lo spread, ha ricordato, è passato da circa 60 a circa 77 punti base dopo lo scoppio del conflitto, un incremento moderato. La presidente ha però segnalato un limite di coordinamento: l’aumento delle spese per la difesa è stato incentivato attraverso la clausola nazionale di salvaguardia, oggi attivata da diciotto Stati membri, uno strumento di flessibilità temporaneo a fronte di un aumento di spesa permanente. Nel 2028, ha avvertito, occorrerà rientrare per circa un punto percentuale di Pil.

Dalla maledizione Juncker a un salto federalista

Gentiloni ha respinto una narrazione di autocommiserazione sull’Europa, osservando che tra i più critici verso i limiti dell’Unione figurano spesso quanti farebbero di tutto per impedirne il superamento. L’ex commissario ha ridimensionato la lettura del ritardo tecnologico come spiegazione totale, richiamando un recente commento di Martin Wolf sul Financial Times che, senza negare il divario con gli Stati Uniti, ne ridefinisce le proporzioni valorizzando il welfare europeo. La vera difficoltà, ha aggiunto, è una “maledizione europea”: tra gli europeisti è chiaro che cosa andrebbe fatto, ma manca l’idea di come farlo. A sostegno ha citato la sproporzione tra un bilancio dell’Unione pari a circa l’1 per cento, un livello federale statunitense del 24-25 per cento e una spesa pubblica nazionale intorno al 48-49 per cento nei singoli Paesi europei, con un bilancio europeo paragonabile a quello del Portogallo.

Da qui la richiesta di un salto “un po’ più federalista”, con un punto di partenza che Gentiloni ha individuato nel nesso tra difesa comune e finanziamento condiviso, e quindi in un safe asset europeo, tema che a suo avviso attraversa in modo trasversale la tradizionale distinzione tra Paesi frugali e non frugali. Per illustrarne la praticabilità ha ricordato come l’opposizione tedesca agli Eurobond fosse caduta in poche ore quando si trattò di varare un prestito da 90 miliardi all’Ucraina. Ha inoltre segnalato che la spesa militare tedesca è destinata a passare, secondo le sue cifre, dai circa 40 miliardi del 2020 ai 195 miliardi del 2029, con il rischio di uno squilibrio nelle capacità militari europee.

L’occasione, ha concluso, non va lasciata alla sola Spagna: il riferimento è alla proposta del ministro dell’Economia Carlos Cuerpo, che all’Eurogruppo del 9 luglio ha rilanciato un meccanismo di debito comune fino a 850 miliardi l’anno, la “European Sovereign Facility”, accolta con favore da Italia e Francia ma respinta dai Paesi frugali. Gentiloni ha sollecitato i governi, a cominciare da quello italiano, a farsene carico.

L’Eurogruppo frena sulla proposta spagnola di debito comune permanente

 

La geopolitica dell’Europa e l’eccesso di regole

Giulio Tremonti, presidente della commissione Affari esteri della Camera, ha spostato l’analisi sul piano geopolitico, sostenendo che oggi esiste paradossalmente una sola guerra che l’Europa può fare, ed è il sostegno all’Ucraina sul suo fianco orientale. Le spese militari, ha argomentato, se realizzate a livello europeo sono più efficienti e meno esposte alle critiche di natura sociale. Dal conflitto ha tratto due indicazioni: la fine dell’idea di un’Europa “dall’Atlantico agli Urali” e l’emergere di una crescente dimensione geopolitica dell’Unione, di cui ha citato come esempi la reazione ai dazi e l’accordo con il Mercosur, letto come proiezione che incrina lo schema dei BRICS.

Tremonti ha poi indicato due errori storici, individuati nei trattati di Maastricht e di Marrakech e nella gestione della crisi finanziaria a partire dal 2008, criticando in particolare uno sviluppo che ha definito ossessivo delle regole materiali di mercato, difficilmente sostenibile nella competizione con economie a forte controllo statale. Nel suo intervento l’ex ministro dell’Economia ha affrontato in particolare il tema dell’iperregolamentazione. Richiamando l’estensione della Gazzetta ufficiale dell’Unione, Tremonti ha citato alcuni degli esempi più rilevanti e paradossali che descrivono tale situazione: il divieto delle bustine monouso di zucchero e di altre porzioni singole previsto a partire dal 12 agosto, i vincoli sulle emissioni dei freni e le norme sui tricicli per bambini. Riprendendo un saggio di Albert Camus, ha evocato un’Europa stretta da “20 lacci di leggi inaccessibili” e ha proposto una “tregua nella legislazione”, sostenendo che l’eccesso normativo riduce la credibilità dell’organizzazione politica.

Il “modello di irresponsabilità crescente”

Nelle conclusioni,  l’ex premier Monti ha apprezzato la combinazione tra analisi tecnica e prospettiva politica del rapporto e ha proposto di spingere oltre la formula del “modello a responsabilità ridotta”, suggerendo di parlare piuttosto di un “modello di irresponsabilità crescente”. Il punto di fondo, secondo l’ex presidente del Consiglio, è che l’auspicio di un’Europa più politica si è realizzato in una fase in cui la politica stessa si è degradata, con un restringimento dell’orizzonte dei decisori sul piano temporale, attraverso il cosiddetto “short termism”, e su quello spaziale, attraverso nazionalismo, regionalismo e localismo.

Monti ha inoltre richiamato quello che ha definito il gioco dell’ipocrisia: a rammaricarsi del mancato avanzamento dell’Europa sono spesso proprio coloro che lo temono. Ne ha visto un sintomo nel destino dei rapporti commissionati dalle istituzioni europee, di frequente affidati ad autori italiani e di elevata qualità, che ricevono un applauso unanime destinato a durare poche ore, prima che governi e amministrazioni nazionali si adoperino per non darvi seguito. Sul versante politico, il senatore Misiani aveva già sottolineato la convergenza delle opinioni pubbliche europee, anche nei Paesi frugali, verso un’Unione più capace di decidere, in vista di un 2027 segnato da elezioni cruciali in sette Paesi, tra cui Italia e Francia.

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