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E così i dazi sulle importazioni dall’Europa saranno alla fine al 15%. Naturalmente, la partita era ben più ampia, ed includeva anche investimenti, acquisti di gas, semiconduttori, armamenti. Ed altre scelte, o omissioni (come quella da parte della UE di evitare di tassare i servizi digitali, con i quali ‘vantiamo’ un deficit verso gli Usa paragonabile al nostro surplus sulle merci). Una sconfitta politica, annunciata, per la Ue. Una vittoria per Trump, che tuttavia sembra assomigliare più ad una vittoria di Pirro.
Facciamo due conti. Dal punto di vista del prezzo, è stato calcolato che i maggiori dazi graveranno per la maggior parte sul consumatore USA (oltre il 50%), sui margini di profitto degli importatori USA (un po’ meno del 30%) e per meno del 20% sui margini degli esportatori UE. Questo, naturalmente, a volumi costanti. Ma quanto è probabile che i consumatori ed importatori USA si spostino verso altri paesi d’importazione; soprattutto considerando che i dazi sono generalizzati per tutti i paesi del mondo e che spesso le nostre esportazioni non sono facilmente sostituibili con altri prodotti?
Difficile immaginare spostamenti massicci verso altri lidi. Più facile immaginare che l’impatto sui prezzi dei prodotti europei negli USA diventi elevato, importando così inflazione che diminuirebbe il potere d’acquisto del consumatore medio statunitense e, per tale via, anche le quantità consumate di prodotti UE. Ma questo significherebbe appunto aumento dei prezzi negli USA, che la Fed potrebbe decidere di controbilanciare con un aumento dei tassi d’interesse (per questo Trump sarebbe così desideroso di mandare a casa il suo Presidente, Powell). Con un impatto devastante su un debito già vicino ai 40 trilioni di dollari. Insomma, gl’introiti derivanti dai dazi sulle importazioni potrebbero essere annullati dal maggior costo del servizio del debito.
Il problema semmai rimane per i flussi di domanda in diminuzione dagli Usa, che vanno compensati. Per questo, come ribadisco da tempo, è cruciale individuare altri mercati di sbocco e stipulare accordi commerciali con Cina, India, Sud-est Asiatico (ASEAN), ma anche America Latina, Africa. Insomma, con tutti. Si tratta di uno shock per gl’imprenditori europei, ma di solito sono proprio gli shock a dare quella sferzata di energia che consente alle loro imprese poi di realizzare profitti ancora più elevati.
Se l’impatto economico dei dazi Usa sulla UE può dunque essere annullato con sane politiche verso altri partner commerciali, rimane la sconfitta politica dell’Unione. Acquistare ancora il gas liquefatto dagli Usa ai volumi attuali significa aver già rinunciato ad investire massicciamente nella transizione verso le rinnovabili. Come comprare armamenti dagli Usa significa rinunciare a sviluppare pienamente un’industria della difesa europea. La partita sugli acquisti dei semiconduttori implica non aver neanche preso in considerazione una capacità industriale europea in tal senso. Rinunciare a tassare i servizi digitali Usa significa riconoscere e perpetuare la sudditanza industriale europea su uno dei settori a maggior valore aggiunto, cruciale quindi per la crescita futura. Si dirà che per sviluppare una capacità industriale autonoma serve tempo, che nell’immediato avremmo comunque acquistato dagli Usa. Bene, ma nel frattempo come pensiamo di trovare le risorse per investire nell’autonomia strategica europea? Con 27 teste di capi di stato e governo che pensano di difendere i loro interessi corporativi (e i loro elettori che si bevono le sciocchezze sulla salvaguardia della sovranità nazionale) agitando la bandiera del diritto di veto, frammentando le decisioni collettive ed impedendo sistematicamente alla UE di avere una posizione univoca?
Un accordo, insomma, quello imposto da Trump ai vassalli europei, che impoverisce gli Usa e non permette alla Ue di realizzare quell’autonomia strategica della quale avrebbe urgente bisogno, se spera di poter ancora imporre i propri valori nel mondo. Complimenti: una bella sconfitta per entrambi.

