Il discorso di Donald Trump alle Nazioni Unite segna un punto di non ritorno. Nessuno può più illudersi che gli USA possano tornare ad essere un pilastro della stabilità e dell’ordine mondiale.
I discorsi dei grandi leader all’Assemblea Generale dell’ONU storicamente sono stati usati per spiegare la propria visione del mondo e la propria posizione internazionale in un contesto formale cui tutto il mondo guarda in quel momento. Il discorso di Trump è stato a suo modo storico. Sia per il numero di falsità dette, che per le sue implicazioni politiche.
La critica al multilateralismo, alle organizzazioni internazionali e ai propri alleati è stato il filo rosso del discorso. Trump ha parlato della NATO come “loro”, come se gli USA non ne facessero parte e non ne siano il leader fin dalla nascita. L’attacco al contrasto ai cambiamenti climatici, ai migranti, ai vaccini, all’Europa, alla NATO, all’ONU è stato senza precedenti. Ha difeso le sue tariffe, cioè la fine del sistema di commercio fondato su regole. Ha riversato la responsabilità di quanto accade in Palestina esclusivamente su Hamas, ignorando completamente i palesi crimini contro l’umanità commessi dal governo israeliano.
Ha attaccato specificamente l’Europa riguardo alla difesa, alla transizione ecologica, al commercio, alle politiche migratorie. Cos’altro poteva dire per svegliare gli europei dal torpore, per farci tirare la testa da sotto la sabbia, per spingerci a prendere la responsabilità del nostro futuro?
Gli europei hanno vissuto per 80 anni senza occuparsi della propria sicurezza, delegata agli USA. Hanno avuto lo sviluppo economico grazie alla creazione del mercato comune, poi del mercato unico e dell’euro. Ma il non aver completato il mercato unico, il non aver creato un’unione economica accanto a quella monetaria, e un’unione politica con una politica estera, di sicurezza e difesa, li rende oggi impotenti di fronte alla crisi dell’ordine politico ed economico mondiale.
L’aver mantenuto un’inutile sovranità nazionale in campi come l’energia, la fiscalità, la politica estera e di difesa ha un costo enorme. Ci porta a pagare l’energia il doppio degli USA e il triplo della Cina, perché non abbiamo una griglia energetica comune e non facciamo gli acquisti in comune. Ci fa spendere il 33% degli USA per la difesa con una capacità del 10% (cioè 2/3 della nostra spesa non produce nulla in termini di sicurezza), perché abbiamo 27 inutili difese nazionali, invece di un sistema di difesa europeo. Perdiamo 250 miliardi di gettito l’anno per la competizione fiscale interna, a favore di poche grandi imprese. L’unanimità in materia sta impedendo di tassare le grandi multinazionali tecnologiche, le transazioni finanziarie speculative, i grandi inquinatori, e quelli che riescono a evitare di pagare le tasse a livello nazionale. Tutto ciò porta ad un bilancio europeo ridicolo (poco più dell’1% del PIL), incapace di finanziare i beni e le politiche pubbliche di investimento di cui l’Europa ha bisogno riguardo alle transizioni ecologica e digitale, e alla difesa.
Gli altri discorsi all’Assemblea generale dei leader di molti Paesi del mondo mostrano il desiderio di ricostruire un ordine mondiale fondato sulle regole e sul multilateralismo, e la speranza di trovare un soggetto politico rilevante sul piano mondiale in grado di prendere la leadership nel promuoverlo. In una fase in cui USA, Cina, Russia, e India adottano una linea nazionalista, fanno propria la politica di potenza, e con varie modalità provano a praticare un imperialismo estrattivo per rafforzarsi nello scontro egemonico mondiale, il resto del mondo guarda all’Europa come possibile soggetto in grado di promuovere una prospettiva diversa, un progetto di pace, cooperativo, multilaterale. Non è un caso se in questi mesi molti nuovi accordi commerciali sono stati firmati o sono in corso di negoziazione tra l’UE e molte altre realtà.
Nel mondo c’è una forte domanda di un’Europa unita. Che coincide con la domanda degli europei, come mostrano i dati dell’Eurobarometro. Per dirla con Draghi, bisogna che l’UE agisca come un soggetto unitaria, come uno Stato, come una federazione e non una confederazione, superando l’unanimità, rafforzando le competenze e i poteri della Commissione, come governo federale dell’UE. E il tempo stringe. Sapranno i capi di Stato e di governo degli Stati membri rispondere a questa doppia domanda, mostrando finalmente una capacità di leadership che sembrano aver perso da tempo?
