La Commissione europea ha ottenuto la firma del primo accordo tripartito dell’Unione europea sull’energia, volto allo stoccaggio elettrico. L’intesa, siglata a margine del Consiglio dei ministri dell’Energia riunito a Lussemburgo lo scorso 26 giugno, coinvolge ventidue Stati membri, sviluppatori e produttori di sistemi di accumulo, operatori di energia rinnovabile, industrie energivore e istituzioni finanziarie pubbliche.
L’obiettivo dichiarato è quello di installare tra i 30 e i 35 gigawatt di nuova capacità di stoccaggio nel breve periodo, andando a colmare un divario che la Commissione considera una minaccia diretta alla stabilità del sistema elettrico europeo: a fronte di una capacità attualmente installata nell’Unione di circa 55 gigawatt, il fabbisogno stimato entro il 2030 si attesta intorno ai 200 gigawatt, stando a quanto indicato nel comunicato stampa della Commissione europea.
L’accordo risponde a un problema strutturale che si è fatto sempre più urgente con l’avanzare della transizione energetica. Le fonti rinnovabili (solare ed eolico) producono energia in modo intermittente: senza sistemi di accumulo adeguati, questa energia non può essere immagazzinata nei momenti di surplus né resa disponibile nei picchi di domanda. Il risultato è un sistema elettrico che trasferisce questo squilibrio sui prezzi di mercato, con oscillazioni che penalizzano sia le famiglie che l’industria. In una nota, commissario europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, ha descritto lo stoccaggio come “l’anello mancante della transizione energetica”, sottolineando che abbinare le rinnovabili a sistemi di accumulo efficaci è la condizione necessaria per stabilizzare i prezzi e ridurre la dipendenza strutturale dai mercati fossili.
Il problema non è solo tecnico, ma anche finanziario: costruire impianti di stoccaggio su larga scala richiede investimenti significativi con tempi di ritorno lunghi, in un mercato dove i segnali di prezzo non sono ancora sufficientemente chiari da attrarre capitale privato in modo autonomo. Il meccanismo tripartito si propone di affrontare questo problema aggregando, attorno a un insieme condiviso di impegni, tutti gli attori che determinano le condizioni di investimento, vale a dire governi, industria e finanza.
Un meccanismo nato dalla presidenza danese
La logica che ha portato agli accordi tripartiti non è nata all’improvviso. La sua origine risale alla presidenza danese del Consiglio dell’UE, nel secondo semestre del 2025, durante la quale la Danimarca aveva proposto di applicare all’energia un meccanismo già sperimentato in campo agricolo, dove accordi trilaterali tra pubblico, privati e sistema finanziario avevano dimostrato di poter sbloccare investimenti strutturali che le singole parti non sarebbero state in grado di avviare da sole. State of Green ha riportato come il modello danese abbia costituito l’ispirazione diretta per il formato europeo..
La Commissione europea aveva poi formalizzato il concetto nell’Action Plan for Affordable Energy, pubblicato nel febbraio 2025, identificando gli accordi tripartiti come uno degli strumenti chiave per accelerare la transizione senza ricorrere esclusivamente a sussidi pubblici diretti. Il 5 settembre 2025, il commissario Jørgensen aveva annunciato l’avvio dei primi due accordi tripartiti settoriali, segnalando l’intenzione di estendere il meccanismo ad altri comparti dell’energia. L’accordo firmato il 26 giugno 2026 è il prodotto diretto di quella tabella di marcia, secondo quanto riportato dalla pagina di DG Energy. A completare il quadro, il Consiglio europeo del 19 marzo 2026 aveva impresso un’ulteriore accelerazione, chiedendo esplicitamente nelle proprie conclusioni un’integrazione più rapida di rinnovabili e sistemi di stoccaggio nel mercato interno dell’energia.
Quattro categorie, un solo impegno condiviso
L’accordo articola i propri impegni su quattro categorie di attori, ciascuna chiamata a contribuire in modo specifico. Sviluppatori e produttori di sistemi di stoccaggio e di energie rinnovabili si impegnano a fornire stime annuali sui nuovi progetti e sui volumi previsti, consentendo alla Commissione e ai governi di programmare le politiche di sostegno con maggiore precisione. Le industrie energivore (quelle dell’acciaio, chimica, cemento e comparti analoghi) si impegnano invece a sviluppare impianti di stoccaggio nei propri siti produttivi e a rendere più trasparenti le informazioni sul proprio fabbisogno elettrico, offrendo così maggiore certezza agli investitori privati nella valutazione della redditività dei progetti.
Gli Stati membri si assumono l’impegno di rimuovere le barriere normative che frenano il dispiegamento degli impianti di stoccaggio, abilitando le autorità di regolazione nazionali a fissare tariffe di rete non discriminatorie che incentivino la flessibilità del sistema. Dove necessario, i governi potranno ricorrere a sostegni finanziari pubblici, inclusi gli strumenti previsti dal Clean Industrial State Aid Framework (CISAF). Le istituzioni finanziarie — banche nazionali di sviluppo, banche promozionali regionali e il Gruppo BEI — si impegnano a mettere in comune competenze e strumenti per rendere i progetti di stoccaggio più attrattivi sul mercato dei capitali, mitigando i rischi che scoraggiano gli investitori privati. La Commissione coordinerà l’attuazione dell’accordo e monitorerà i progressi su base annuale fino al 2028, secondo quanto indicato nel comunicato stampa della Commissione europea.
Le parole di Jørgensen e del Gruppo BEI
Il commissario Dan Jørgensen ha interpretato l’accordo come un cambio di metodo, oltre che di obiettivi. In un intervento, il commissario ha sottolineato che il valore del meccanismo tripartito risiede nella capacità di affrontare in simultanea le tre componenti del problema, ovvero incertezza regolatoria, rischio finanziario e coordinamento industriale, invece di risolverli in maniera separata con strumenti diversi. “Abbiamo riunito governi — hanno firmato 22 Stati membri — sviluppatori e produttori di sistemi di stoccaggio, sviluppatori di energie rinnovabili e industrie energivore, che hanno sottoscritto un documento destinato a favorire la diffusione delle tecnologie di accumulo e ad aumentare una capacità di cui c’è urgente bisogno nel breve e medio periodo”, ha affermato il commissario UE all’Energia parlando ai giornalisti nella conferenza stampa organizzata al termine della riunione del Consiglio energia dello scorso 26 giugno.
“È un nuovo modo di lavorare: invece di affidarci a procedure molto lunghe e faticose — talvolta necessarie, ma comunque molto lunghe — cogliamo il momento e riuniamo gli attori quando servono decisioni rapide”, ha affermato il commissario UE, aggiungendo: “È ovviamente volontario, ma indica comunque una direzione molto chiara e mette insieme gli attori che possono fare davvero la differenza”.
Il Gruppo European Investment Bank (EIB) ha affiancato alla firma dell’accordo degli impegni finanziari. Secondo il comunicato stampa, l’istituzione finanzierà un fondo pilota da 500 milioni di euro dedicato alla conclusione di contratti di acquisto di energia a lungo termine (power purchase agreement) per lo stoccaggio, e mobiliterà un programma aggiuntivo da 1,5 miliardi di euro per infrastrutture di rete e impianti di accumulo. L’intervento è stato concepito per ridurre il costo del capitale per progetti che altrimenti faticherebbero ad attrarre finanziamenti privati, offrendo una garanzia di liquidità che il mercato da solo non è ancora in grado di fornire.
Ventidue Paesi aderiscono, l’Italia tra i firmatari
L’accordo ha raccolto l’adesione di ventidue dei ventisette Stati membri, un numero che supera le aspettative di partenza e segnala un consenso politico più ampio di quanto le divisioni interne al Consiglio dell’energia lasciassero presagire. Tra i firmatari figura anche l’Italia, notizia confermata anche dall’Agenzia Nova, un segnale rilevante per un paese che vanta già uno dei mercati di stoccaggio più sviluppati d’Europa e che negli ultimi anni ha accelerato significativamente il ritmo delle installazioni.
Questa adesione notevole è stata letta dagli analisti di CEE Energy News come un indicatore della maturità politica raggiunta dal dossier: dopo anni in cui lo stoccaggio era trattato come una questione tecnica di secondo piano, i governi europei lo riconoscono oggi come una priorità strategica di prima fascia, tanto più in un contesto in cui i prezzi dell’energia sono rimasti elevati e volatili, nonostante il calo delle quotazioni del gas naturale.
Un impegno volontario in un mercato ancora immaturo
L’accordo non è privo di criticità. Il punto più delicato è quello che riguarda la natura degli impegni assunti: tutti volontari, senza meccanismi di verifica vincolanti né conseguenze formali in caso di inadempienza. La Commissione ha scelto deliberatamente questo approccio per evitare le lunghe tempistiche richieste per le procedure legislative ordinarie e per attrarre il maggior numero possibile di firmatari, ma il rischio è che gli impegni restino sulla carta nel caso in cui i segnali da parte del mercato non migliorino con la stessa rapidità delle intenzioni dichiarate.
A ciò si aggiunge l’entità degli obiettivi. I 30-35 gigawatt di nuova capacità rappresentano un avanzamento significativo rispetto allo stato attuale, ma coprono solo una parte del fabbisogno complessivo stimato al 2030. Il percorso da 55 a 200 gigawatt richiederà un ritmo di installazione che l’Europa non ha ancora mai raggiunto su base annua, e che presuppone una rimozione delle barriere normative molto più rapida di quanto le amministrazioni nazionali abbiano dimostrato di essere capaci fino a oggi, come segnalato da State of Green. Il rischio concreto è che l’accordo funzioni da catalizzatore per i paesi già avanzati nel dispiegamento dello stoccaggio, lasciando indietro quelli con mercati energetici meno maturi e sistemi regolatori più rigidi.
Il modello tripartito è un trampolino di lancio per l’Unione energetica
Sullo sfondo dell’accordo sullo stoccaggio si può leggere chiaramente una strategia più ampia. La Commissione von der Leyen bis ha scelto il meccanismo tripartito come uno degli strumenti privilegiati per gestire la transizione energetica senza dover passare ogni volta per una procedura legislativa ordinaria in quanto troppo lenta rispetto alle necessità del mercato. Il fatto che l’accordo sullo stoccaggio sia esplicitamente il primo di una serie programmata dice molto sulle intenzioni di Bruxelles: il modello è pensato per essere replicato in settori diversi, e non a caso è già in agenda per altri comparti.
Questo approccio riflette anche una scelta politica precisa rispetto al metodo comunitario tradizionale. Invece di imporre obiettivi dall’alto con strumenti regolatori, la Commissione preferisce creare le condizioni per cui industria, governi e finanza trovino da soli una convergenza di interessi, assumendo impegni pubblici che le singole parti non sarebbero disposte ad assumere in isolamento. È una scommessa che potrebbe rivelarsi efficace in settori dove gli attori sono già organizzati e i segnali di mercato sufficientemente maturi, ma che incontra limiti strutturali ogniqualvolta la frammentazione del settore rende difficile costruire interlocutori industriali credibili.
La Commissione ha già indicato che il medesimo meccanismo verrà esteso anche ad altri settori dell’energia. Tra i comparti già identificati vi sono il biometano, l’efficienza energetica, il nucleare e i data center, secondo quanto riportato dalla pagina di DG Energy. Sul fronte istituzionale, la Commissione aggiornerà le regole di rete per facilitare lo stoccaggio entro l’inizio del 2027, mentre due strumenti finanziari aggiuntivi — il Fondo per l’innovazione e la nuova Banca per la Decarbonizzazione Industriale, prevista nell’ambito dell’Unione per i risparmi e gli investimenti — potranno essere mobilitati a sostegno dei progetti che ne soddisfino i criteri. I progressi dell’accordo verranno monitorati annualmente fino al 2028, con la Commissione che si riserva di valutare interventi correttivi qualora i risultati si discostino dagli obiettivi dichiarati.
Articolo scritto da Marco Boi.

