Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najeem Almasri, ex comandante del carcere di Mitiga, a sette anni e quattro mesi di reclusione per violazione dei diritti dei detenuti. La sentenza, pronunciata il 21 giugno, dispone anche la perdita della capacità giuridica e la sospensione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per l’anno successivo alla sua conclusione.
La condanna ha immediatamente riacceso lo scontro politico in Italia. Il capogruppo del Partito Democratico in Commissione Giustizia alla Camera, Federico Gianassi, ha dichiarato che la sentenza dimostra come la Libia abbia fatto ciò che il governo italiano non ha voluto fare, sostenendo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio e gli altri membri dell’esecutivo coinvolti nella vicenda dovrebbero riflettere sulle scelte che portarono alla liberazione di Almasri. Gianassi ha parlato di una responsabilità politica grave da parte del governo Meloni, che avrebbe consentito il rientro in Libia di un uomo ricercato dalla Corte penale internazionale a bordo di un volo di Stato.
Posizione opposta nella maggioranza, dove la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli, ha sostenuto che la condanna conferma la correttezza della linea del governo, secondo cui Almasri rappresentava un pericolo per la sicurezza nazionale e per questo andava allontanato rapidamente dall’Italia e affidato alla giustizia libica.
Le accuse e il procedimento a Tripoli
Il procedimento è scaturito da un’inchiesta della Procura generale libica su presunti episodi di tortura e maltrattamenti all’interno del carcere di Mitiga, una delle strutture detentive più controverse del Paese. Le accuse riguardavano nello specifico violenze su almeno dieci detenuti e la morte di un recluso, attribuita dagli inquirenti ai maltrattamenti subiti. Almasri era stato posto in custodia cautelare dalle autorità libiche nei mesi scorsi, nell’ambito dello stesso procedimento.
Almasri è destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale dell’Aja, che lo accusa di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura e violenza sessuale, commessi a partire dal 2015 nel carcere di Mitiga. La sentenza pronunciata a Tripoli non chiude il fascicolo della Cpi.
La Corte dell’Aja resta competente a valutare se il procedimento libico riguardi gli stessi fatti contestati a livello internazionale e se soddisfi gli standard di genuinità richiesti dal principio di complementarità tra giustizia nazionale e giustizia internazionale. Organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, sottolineano che la Libia resta comunque obbligata a cooperare con la Cpi, in base al rinvio della situazione libica deciso dal Consiglio di sicurezza dell’Onu nel 2011.
Il precedente scontro politico in Italia
Il nome di Almasri era diventato un caso politico e diplomatico in Italia a gennaio 2025, quando fu arrestato a Torino in esecuzione del mandato della Cpi. Due giorni dopo, la Corte d’appello di Roma non convalidò l’arresto, e il governo italiano dispose il rimpatrio dell’uomo in Libia su un volo di Stato, decisione giustificata con ragioni di sicurezza nazionale. La scelta provocò forti polemiche politiche e diplomatiche, con le opposizioni che accusarono l’esecutivo di aver sottratto Almasri alla giustizia internazionale.
A febbraio 2025 le opposizioni presentarono una mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio, respinta dalla Camera il 26 marzo 2025 con 215 voti contrari e 119 favorevoli. Nei mesi successivi, il Tribunale dei ministri trasmise alla Camera una richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dello stesso Nordio, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, archiviando invece la posizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

