Il presidente Donald Trump ha dichiarato giovedì che gli Stati Uniti avevano raggiunto “un grande accordo” con l’Iran per porre fine alla loro guerra durata tre mesi, vantandosi che una firma formale potrebbe avvenire già questo fine settimana e portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Poche ore dopo, però, l’Iran ha smentito.

Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha affermato che non è stata presa alcuna decisione definitiva e che il testo proposto è ancora al vaglio degli organi decisionali iraniani. Ampie parti dell’accordo restano irrisolte, in particolare quelle che riguardano le principali “linee rosse” di Teheran.

Schema di proclami e retromarce

Si tratta dell’ultimo episodio di una serie di dichiarazioni di Trump sull’imminente successo diplomatico. Da metà marzo ha più volte annunciato che un accordo era “molto vicino” o sostanzialmente concluso, salvo poi vedere nuovi scambi di attacchi tra Stati Uniti e Iran smentire questa narrazione.

Trump ha annullato nuovi attacchi pianificati contro l’Iran, citando progressi diplomatici, salvo poi minacciare di colpire l’Iran “molto duramente” e persino di prendere il controllo del strategico terminal petrolifero dell’isola di Kharg.

Il fragile cessate il fuoco annunciato all’inizio di aprile è stato ripetutamente messo sotto pressione da attacchi reciproci, compresi quelli di questa settimana: raid statunitensi nell’area dello Stretto di Hormuz dopo l’abbattimento di un elicottero Apache americano e le successive risposte iraniane con missili e droni.

Trump ha definito il nuovo quadro d’intesa “un memorandum d’intesa molto solido”, che impedirebbe all’Iran di sviluppare o acquisire armi nucleari – una richiesta storica degli Stati Uniti. Ha inoltre sostenuto che l’iniziativa goda di un ampio sostegno regionale, inclusi Israele, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Israele ha però rapidamente preso le distanze, dichiarando di non essere parte di alcun simile memorandum.

La percezione di una posizione indebolita

Osservatori e analisti internazionali vedono sempre più l’avventura iraniana di Trump come una battuta d’arresto strategica. Quello che era iniziato con attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran a fine febbraio si è trascinato per mesi, causando migliaia di morti, soprattutto in Iran e Libano, facendo impennare i prezzi globali dell’energia e danneggiando il consenso interno negli Stati Uniti per via dell’aumento del costo della benzina.

Nonostante le dichiarazioni di vittoria di Trump, il conflitto ha evidenziato i limiti della leva statunitense: l’Iran continua a opporsi alle concessioni centrali richieste, lo Stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso alla navigazione ordinaria e continuano a verificarsi nuovi scontri. Molti osservatori considerano l’intera vicenda uno stallo costoso che ha rafforzato la narrativa regionale iraniana di resistenza, mentre Trump si è trovato ripetutamente a trasformare minacce di escalation in un ottimismo negoziale.

I mercati hanno reagito positivamente alle ultime notizie – con il rialzo delle borse statunitensi e il calo del prezzo del petrolio – ma la realtà sul terreno, segnata dal proseguimento degli attacchi, suggerisce che il “grande accordo” sia ancora lontano dall’essere concluso.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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