Israele e Iran si sono scambiati attacchi durante la notte nella più grave escalation dalla fragile tregua entrata in vigore l’8 aprile, riaccendendo i dubbi sulla tenuta degli sforzi diplomatici guidati dal presidente statunitense Donald Trump.

Le forze armate iraniane hanno dichiarato lunedì che la prima ondata di attacchi contro Israele successiva alla tregua era terminata, ma hanno avvertito che le operazioni potrebbero riprendere se Israele continuerà i suoi attacchi in Libano. Teheran ha descritto i lanci di missili come una risposta ai bombardamenti israeliani alla periferia di Beirut.

Israele aveva lanciato attacchi contro obiettivi in Iran dopo che missili iraniani erano stati diretti verso il territorio israeliano nella tarda serata di domenica. Secondo Reuters, Israele avrebbe anche accettato di sospendere ulteriori attacchi contro l’Iran su richiesta di Trump.

La recente escalation ha coinvolto anche il movimento yemenita Houthi, sostenuto dall’Iran, che ha lanciato un missile contro Israele, evidenziando la persistente capacità operativa della rete regionale di alleati e gruppi proxy di Teheran.

Trump ha pubblicamente invitato entrambe le parti a “smettere di sparare”, avvertendo che ulteriori azioni militari potrebbero compromettere gli sforzi diplomatici in corso. In seguito ha suggerito che restano possibili colloqui per ripristinare il cessate il fuoco, ribadendo che un accordo negoziato è ancora raggiungibile.

Secondo un funzionario statunitense, Trump aveva in precedenza esortato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a non procedere con attacchi di ritorsione contro l’Iran.

Mentre l’Iran ha annunciato la sospensione delle operazioni militari contro Israele, ha avvertito che gli attacchi potrebbero riprendere se le attività militari israeliane continuassero, in particolare nel sud del Libano. Israele, dal canto suo, ha segnalato che, pur rispettando la richiesta di Washington di fermare gli attacchi diretti contro l’Iran, le operazioni contro obiettivi legati a Hezbollah in Libano continueranno.

Lo scambio di colpi sottolinea la natura sempre più precaria del cessate il fuoco di aprile, ampiamente considerato una pausa tattica più che un accordo politico duraturo.

Esplosioni a Teheran

Durante la notte tra il 7 e l’8 giugno sono state riportate esplosioni in varie zone di Teheran, con residenti che hanno descritto boati in grado di scuotere edifici in tutta la capitale. Episodi simili sono stati segnalati anche a Tabriz e Isfahan.

Nel nord di Israele, le sirene d’allarme hanno suonato in diverse regioni dopo l’individuazione di missili balistici iraniani. I sistemi di difesa aerea israeliani sono stati attivati per intercettare i proiettili in arrivo. Per un conflitto che entrambe le parti avevano formalmente accettato di sospendere, gli eventi notturni sembrano segnare un ritorno alla contrapposizione aperta.

Secondo fonti militari israeliane, 31 missili sarebbero stati lanciati da Iran e Yemen in ondate coordinate. Israele ha risposto con attacchi contro infrastrutture di lancio missilistico nell’Iran occidentale e centrale.

Un cessate il fuoco costruito su dispute irrisolte

La tregua di aprile ha lasciato intatti i nodi centrali del conflitto. Né il programma nucleare iraniano né la questione delle operazioni militari in Libano sono stati affrontati in un accordo più ampio.

Israele ha continuato quasi quotidianamente attacchi contro obiettivi di Hezbollah in Libano, che Teheran ha ripetutamente definito violazioni del cessate il fuoco. Nelle ultime settimane, funzionari iraniani hanno legato sempre più la tenuta della tregua alla fine delle operazioni militari israeliane sul fronte libanese.

Le tensioni sono ulteriormente aumentate dopo che Israele ha lanciato la sua più significativa incursione militare in Libano da oltre vent’anni, oltrepassando il fiume Litani ed espandendo le operazioni nel sud del Paese.

Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha successivamente accusato gli Stati Uniti di aver facilitato un “blocco marittimo” e di aver minato gli accordi relativi al Libano, dichiarazioni ampiamente interpretate come giustificazione politica per le successive azioni di Teheran.

La questione nucleare irrisolta

Al centro dello scontro resta il programma nucleare iraniano. Le forze statunitensi e israeliane hanno in precedenza colpito siti nucleari chiave, tra cui Natanz, Fordow e Isfahan, utilizzando munizioni anti-bunker progettate per penetrare infrastrutture sotterranee fortificate.

Le valutazioni dell’intelligence statunitense suggeriscono che l’Iran abbia trasferito una parte significativa delle proprie scorte di uranio arricchito prima degli attacchi e che alcune strutture sotterranee siano sopravvissute, ritardando potenzialmente il programma solo di pochi mesi. Il direttore della CIA John Ratcliffe ha contestato tali valutazioni, sostenendo che i danni siano stati molto più estesi.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) non ha avuto accesso agli ispettori in diversi siti critici dal giugno 2025, quando Teheran ha limitato le ispezioni dopo la cosiddetta guerra dei 12 giorni con Israele.

La questione è riemersa a marzo, quando missili balistici iraniani hanno colpito aree vicino al centro di ricerca nucleare israeliano di Dimona, ferendo circa 180 persone. Sebbene l’AIEA non abbia trovato prove di un impatto diretto sulla struttura, l’episodio ha dimostrato la disponibilità iraniana a colpire aree legate a infrastrutture nucleari critiche.

Gli analisti del Center for Strategic and International Studies (CSIS) hanno concluso che le operazioni militari hanno danneggiato significativamente l’infrastruttura nucleare iraniana, senza però eliminarne il programma. La questione nucleare resta quindi irrisolta e continua a complicare gli sforzi diplomatici.

Implicazioni globali

I mercati energetici restano estremamente sensibili agli sviluppi nel Golfo. Qualsiasi nuova minaccia allo Stretto di Hormuz potrebbe innescare forti aumenti dei prezzi e nuova volatilità sui mercati globali.

Il Brent è salito lunedì mentre gli operatori valutavano il rischio di ulteriori interruzioni delle forniture energetiche globali. Il Mar Rosso resta vulnerabile finché le forze Houthi mantengono capacità operative, mentre le economie asiatiche dipendenti dal petrolio del Golfo restano particolarmente esposte.

Le implicazioni per la proliferazione nucleare sono altrettanto significative. La capacità dell’Iran di lanciare attacchi balistici diretti contro Israele nonostante i gravi danni alla propria rete di difesa aerea invia un segnale ad altri Stati che osservano il conflitto. Anche un’escalation contenuta rischia di accelerare processi di modernizzazione militare e rafforzare argomentazioni a favore della deterrenza nucleare.

Trump resta la variabile centrale dell’equazione diplomatica. Il suo approccio ha combinato pressione militare e aperture diplomatiche intermittenti. Il suo recente avvertimento secondo cui ulteriori attacchi “non aiuterebbero certamente i negoziati” indica una continua preferenza per una soluzione negoziata.

Tuttavia, due mesi di colloqui senza successo sollevano dubbi sulla reale capacità di influenza rimasta a Washington. Il recente scambio di missili non appare un evento inatteso, ma piuttosto la conseguenza logica di un cessate il fuoco che ha sospeso le ostilità senza affrontarne le cause profonde.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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